Madrid, 12 febbraio. È difficile spiegare a chi non c’era cosa si prova quando il rock trova casa in una città come questa. Il Palacio de Vistalegre, appena illuminato dalle prime luci della sera, sembrava quasi pulsare in attesa di qualcosa di speciale.

Un tripudio di hard rock con Alter Bridge, Sevendust e Daughtry
Lo si percepiva già all’esterno, tra i gruppetti di fan che si scambiavano sorrisi e aspettative per la serata. Tre band americane pronte a far tremare le pareti: Sevendust, Daughtry e, soprattutto, Alter Bridge.
Sono stati proprio i Sevendust ad aprire le danze con un’energia contagiosa, di quelle che ti afferrano e non ti lasciano nemmeno il tempo di pensare. Poi è toccato ai Daughtry, con i loro suoni più melodici ma sempre decisi, a tenere alta la temperatura. Ogni pezzo era un invito a lasciarsi andare, un crescendo che preparava il terreno a ciò che tutti aspettavamo.
Alle 21:15, le luci si sono abbassate e il brusio si è trasformato in un boato. Gli Alter Bridge sono saliti sul palco con una sicurezza che solo chi suona davvero tanto insieme può permettersi. Hanno scelto Silent Divide per rompere il ghiaccio, ma da quel momento nessuno ha più avuto bisogno di scaldarsi: eravamo tutti già dentro il loro mondo. Il mix tra brani nuovi e classici come Addicted to Pain e Cry of Achilles ha reso ogni minuto un momento da ricordare. In pista si cantava, ci si abbracciava, qualcuno chiudeva gli occhi per godersi quelle note che, dal vivo, hanno un altro sapore.
Mark Tremonti e Myles Kennedy: tecnica, emozione e sintonia con il pubblico
Durante la serata, Mark Tremonti ha dato spettacolo anche solo cambiando chitarra: le sue PRS sembravano un’estensione delle sue mani, e ogni assolo era una storia a sé, come se volesse raccontare qualcosa di importante senza bisogno di parole. C’era chi in platea provava a seguirlo con lo sguardo, quasi a voler rubare un po’ di quella magia.
Accanto a lui, Myles Kennedy sembrava in uno stato di grazia. Per chi, come il sottoscritto, lo aveva già visto con Slash nel luglio del 2015, la sorpresa non era tanto la sua bravura – su quella non ci sono mai dubbi – quanto la freschezza e l’intensità che ancora oggi riesce a trasmettere. Su Watch Over You, con la sala avvolta nel silenzio e le luci soffuse, la sensazione era di un dialogo diretto tra palco e pubblico. Tutti cantavano, ma nessuno voleva coprire la sua voce e le sue sei corde acustiche: era quasi un rito collettivo, una piccola finestra di intimità in mezzo all’energia travolgente del concerto.
Il groove di Brian Marshall e Scott Phillips era la colonna vertebrale ideale per sostenere le imprese degli altri due: precisi, potenti, ma mai invadenti. Il gioco di luci, poi, ha fatto il resto, donando a ogni brano un’atmosfera diversa, come se ogni canzone meritasse un proprio racconto visivo.
Un finale travolgente e una band ancora protagonista dell’hard rock
Nella seconda metà dello show, la tensione non è mai calata. Open Your Eyes, Silver Tongue, Rise Today, Metalingus: una sfilata di pezzi che il pubblico reclamava a gran voce, e che la band ha regalato con generosità. E poi il finale: Blackbird, preceduta da un piccolo omaggio chitarristico di Kennedy ai Beatles, e Isolation. Per un attimo, sembrava che nessuno volesse davvero uscire dal Vistalegre.
Quello che resta, a distanza di ore, è la sensazione di aver condiviso qualcosa di più di un semplice concerto. Intorno a me c’erano uomini e donne sorridenti, abbracci tra sconosciuti, gente arrivata da tutta la Spagna solo per esserci. Il rock, a volte, sa unire come poche altre cose.
Gli Alter Bridge hanno dimostrato ancora una volta perché, dopo vent’anni, sono ancora qui a insegnare cosa significa salire su un palco con passione, qualità e voglia di emozionare. Tornando a casa, tra le strade notturne di una Madrid bagnata dalla pioggia, era impossibile non sentire ancora un po’ di quella magia nelle orecchie e, soprattutto, nel cuore.
Lunga vita al rock!
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