C’è chi suona la chitarra e chi la reinventa. Eddie Van Halen (al secolo Edward Lodewijk Van Halen, 26 gennaio 1955 – 6 ottobre 2020), era uno di questi. Non era solo un virtuoso: era un vero e proprio scienziato della sei corde, uno di quei pochi musicisti capaci di cambiare le regole del gioco per sempre.

L’eredità di Eddie Van Halen nella musica rock mondiale
Quando ascolti Eruption per la prima volta, capisci subito di essere davanti a qualcosa di irripetibile. Quel suono esplosivo e quel tapping fulmineo sembrano arrivare da un altro pianeta. Eddie Van Halen arrivò sulla scena rock degli anni ’70 come un alieno, mostrando al mondo che la chitarra elettrica poteva parlare una lingua nuova.
Ma Eddie non era solo tecnica: era cuore, sudore, continua ricerca. Costruiva e modificava le sue chitarre nel garage di casa, mettendo insieme pezzi diversi fino a ottenere la celebre “Frankenstrat”. Era un perfezionista, ma anche un sognatore: voleva che ogni nota fosse unica, che ogni assolo raccontasse qualcosa di nuovo. Non si accontentava mai del già visto; per lui la musica era un laboratorio continuo dove l’errore poteva trasformarsi in magia.
Un altro aspetto che rendeva Eddie speciale era la sua capacità di rendere divertente la sperimentazione. Poteva passare ore a lavorare su un effetto o a modificare un dettaglio della chitarra, e lo faceva con l’entusiasmo di un bambino davanti a un nuovo giocattolo. Questa gioia nel creare si sentiva tutta nei suoi brani: ogni pezzo era una sorpresa, pieno di energia e di inventiva.
Nonostante il successo planetario, Eddie rimase sempre una persona autentica, con la chitarra come unica vera compagna della sua vita. Dietro ogni suo concerto c’era la voglia di condividere qualcosa di profondo, senza mai perdere il contatto con la sua passione originaria. Ha ispirato generazioni di musicisti, ha fatto innamorare milioni di fan, ma soprattutto ha dimostrato che la vera innovazione nasce dalla voglia di mettersi in gioco, di osare anche quando sembra impossibile.
Riascoltare oggi le sue canzoni significa entrare di nuovo in contatto con quella magia. Jump, Panama, Ain’t Talkin’ ‘bout Love: ogni brano è un viaggio elettrizzante, dove la chitarra non è solo uno strumento ma una voce che parla, grida, sussurra. E dietro ogni suono, si sente ancora l’influenza di Eddie, la sua firma inconfondibile.
Eddie Van Halen non era solo un grande chitarrista: era un genio. E come tutti i geni, il suo lascito continuerà a vivere in ogni nota che verrà suonata, in ogni musicista che avrà il coraggio di sperimentare, di rompere le regole e di cercare, sempre, una strada tutta sua.
L’influenza di Eddie Van Halen in Italia: da Milano a Catania, il mito della chitarra rock
In Italia, l’impatto di Eddie Van Halen si è sentito forte e chiaro. Dalle grandi città come Milano, Roma, Torino, Firenze e Napoli, fino alle realtà regionali e locali, sono migliaia i chitarristi che hanno preso in mano lo strumento dopo aver ascoltato un solo di Eddie. Le scuole di musica, sia nelle metropoli che nelle province, propongono spesso corsi di chitarra elettrica ispirati proprio al suo stile; insegnanti e studenti studiano brani come Eruption o Jump per padroneggiare tapping, armonici e tutte le tecniche che hanno reso Van Halen una leggenda.

Ogni anno, festival italiani come il Guitar Show di Bologna, il Musika Expo di Roma, e manifestazioni dedicate al rock anni ’80 a Bologna, Palermo o Catania organizzano incontri, concerti tributo e clinic per ricordare Eddie Van Halen e la sua influenza. In molte città, cover band come i Van Halen Italia Tribute portano nei locali la sua musica, mantenendo viva tra il pubblico la passione per il rock internazionale.
Anche online, forum, gruppi social e community italiane condividono video, tutorial e storie legate a Eddie Van Halen, mettendo in contatto appassionati di tutte le età, da nord a sud. In questo modo il mito di Eddie Van Halen continua a vivere e ad ispirare nuovi talenti e appassionati in tutta la penisola.
Star Fleet Project: quando Brian May e Eddie Van Halen si sono divertiti come bambini
Immagina di essere Brian May, il chitarrista dei Queen, uno dei più famosi gruppi rock di tutti i tempi. Un giorno, nei primi anni ’80, guardi insieme a tuo figlio una serie TV giapponese chiamata “Star Fleet” (in originale “X-Bomber”) e ti viene una voglia irresistibile di suonarne la sigla con i tuoi amici musicisti. Ed è proprio così che nasce Star Fleet Project, un progetto che non ha niente di programmato o calcolato: solo il puro piacere di suonare insieme e vedere cosa succede.
Brian May chiama alcuni amici davvero speciali: Eddie Van Halen (uno dei chitarristi più veloci e creativi del rock), il bassista Phil Chen, il batterista Alan Gratzer e il tastierista Fred Mandel. Più che una super band, sembrano un gruppo di ragazzi al parco giochi, pronti a divertirsi con gli strumenti.

Entrano in studio e, in pochissimo tempo, registrano tre tracce. La prima è proprio la versione rock della sigla di “Star Fleet”, piena di assoli e scambi fra chitarre che sembrano dialogare fra loro. Segue Let Me Out, un brano rock/blues dal ritmo incalzante, e si chiude con Blues Breaker, un’improvvisazione di quasi dodici minuti dove May e Van Halen si sfidano e si rincorrono con le loro chitarre, proprio come due amici che si divertono senza pensare troppo al risultato finale.
Non c’è nulla di serio o impostato: è tutto molto spontaneo, naturale, quasi una jam tra amici. E questo si sente benissimo: la musica è fresca, energica, senza troppi fronzoli. Brian May stesso ha sempre detto che Star Fleet Project rappresenta un momento speciale della sua carriera, in cui ha potuto suonare solo per il piacere di farlo, lontano dalle pressioni delle grandi produzioni.
Anche se si tratta di un mini-album con solo tre canzoni, Star Fleet Project è diventato un piccolo oggetto di culto tra gli appassionati, soprattutto per la presenza di Eddie Van Halen, che aggiunge la sua inconfondibile energia e fantasia. È una testimonianza di quanto possa essere bello, per dei musicisti di talento, semplicemente incontrarsi e divertirsi a creare qualcosa insieme.
In poche parole, Star Fleet Project non è solo musica: è la prova che, anche tra le più grandi star del rock, il divertimento e l’amore per la musica vengono prima di tutto.
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