L’omicidio di John Lennon non è solo un momento chiave nella storia della musica: è anche una delle notti più drammatiche mai vissute in un pronto soccorso di New York. A raccontarla, anni dopo, è uno dei medici che cercò disperatamente di rianimarlo al Roosevelt Hospital. Il suo ricordo non parla di mito o celebrità, ma di sangue, decisioni in pochi secondi e di quel momento irreale in cui un nome famoso diventa improvvisamente un paziente senza speranza. È uno sguardo umano e professionale su una tragedia che ha segnato un’epoca. Ecco il racconto di uno dei medici che ha tentato di portare indietro John Lennon morte.

L’8 dicembre 1980: quando John Lennon arrivò in ospedale
Quella sera il chirurgo Frank Veteran, all’epoca capo specializzando in chirurgia, non stava seguendo le notizie. Era fuori servizio, a pochi passi dall’ospedale Roosevelt, quando ricevette una chiamata d’urgenza per una ferita da arma da fuoco al torace.
Situazioni del genere non erano rare nella New York di quegli anni. Ma qualcosa era diverso: un giovane medico stava già aprendo il torace del paziente in pronto soccorso, una procedura estrema che si tenta solo quando il cuore si è fermato.
Mentre correva verso l’ospedale, due infermiere gli dissero solo un nome: “John Lennon.”
Solo entrando nella sala emergenze capì.
Le ferite e il tentativo di rianimazione
John Lennon era stato colpito da quattro proiettili calibro .357 Magnum davanti al Dakota Building, dove viveva con Yoko Ono. I colpi avevano attraversato:
- il braccio sinistro
- entrambi i polmoni
- importanti arterie toraciche
- in particolare l’arteria succlavia, un vaso sanguigno vitale
La perdita di sangue era massiccia.
Il team medico lavorò per circa 20 minuti nel tentativo di far ripartire il cuore. Il torace era aperto, venivano effettuati massaggio cardiaco diretto e manovre di emergenza estreme. Ma il tempo trascorso senza ossigenazione cerebrale era già troppo lungo.
Il cuore di John Lennon non riprese mai a battere.
Secondo il chirurgo, anche in caso di ripresa cardiaca, il danno cerebrale sarebbe stato irreversibile.

Il momento della morte di John Lennon
Veteran raccontò che, entrando nella stanza e realizzando chi fosse il paziente, ebbe un pensiero fulmineo e assurdo: John Kennedy, Gesù Cristo. Figure simboliche, vite spezzate in modo violento e improvviso.
Non era la prima volta che vedeva morti per arma da fuoco. Ma quella notte fu diversa.
Non per la fama, disse, ma per la sensazione di trovarsi dentro un evento che avrebbe segnato la memoria collettiva.
Poco dopo arrivò un urlo dalla sala vicina: Yoko Ono aveva appena ricevuto la notizia della morte del marito.
L’impatto psicologico sul medico
Nei mesi successivi, il chirurgo raccontò di aver sofferto di episodi di depressione notturna. Non era un medico inesperto né particolarmente impressionabile: trattava regolarmente ferite da arma bianca e da fuoco.
Eppure, qualcosa in quella notte rimase irrisolto.
Un momento che non è mai uscito dalla storia
L’8 dicembre 1980 ha cambiato per sempre la storia della musica. Ma dentro il Roosevelt Hospital fu anche la storia di un’équipe che fece tutto il possibile sapendo, quasi da subito, che non sarebbe bastato.
Il ricordo di quel chirurgo aggiunge una dimensione essenziale: dietro le date simboliche e le fotografie d’archivio ci sono stanze, mani che lavorano in fretta, e persone che per anni si portano dentro ciò che hanno visto.
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