Il grande repertorio jazz americano continua a vivere non solo nei dischi storici, ma nelle mani di musicisti che lo suonano ogni settimana sul palco. È da questo lavoro costante e reale che nasce Soho Sessions, il nuovo capitolo discografico del chitarrista italiano Andrea Rinciari, un progetto che rimette al centro standard e linguaggio bebop con uno sguardo personale.

L'italiano Andrea Rinciari guida la rinascita del jazz americano con il suo nuovo disco Soho Session e una chitarra unica
Fibonacci Guitars – © FibonacciGuitars, link, CC BY-SA 4.0

Il nuovo disco di Andrea Rinciari non è un’operazione nostalgia. Qui il songbook diventa materiale vivo, modellato da anni di residenze, interplay di band e ricerca timbrica. Per chi segue la chitarra jazz e per chi ama gli standard, questo disco è un punto di osservazione concreto su come oggi si possa rinnovare una tradizione americana partendo dall’Europa.

Un disco nato dal palco

Soho Sessions raccoglie una parte del repertorio che il quartetto di Andrea Rinciari ha suonato con continuità dal vivo negli ultimi anni. Non si tratta di riletture estemporanee, ma di brani sedimentati attraverso l’esperienza settimanale davanti al pubblico.

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Tra gli otto brani compaiono classici come Bean And The Boys, Tea For Two, I Can’t Get Started e Carvin’ The Rock. È un repertorio che attraversa lo swing e il bebop e che richiede una conoscenza profonda delle progressioni armoniche e del fraseggio tradizionale.

A emergere con forza è soprattutto il dialogo tra chitarra e sax tenore, con Alex Garnett che condivide con Rinciari linee melodiche e scambi improvvisativi costruiti come vere conversazioni musicali.

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Ulteriori informazioni

Dalla trascrizione di Wes Montgomery e Joe Pass a una voce personale

La base del linguaggio di Rinciari affonda nello studio diretto dei maestri della chitarra jazz. La trascrizione dei soli di Wes Montgomery e Joe Pass è stata centrale nella sua formazione, non solo per le note, ma per l’approccio al fraseggio sui cambi.

Da Montgomery arriva un senso melodico naturale e cantabile. Da Pass un’attenzione più analitica al movimento interno degli accordi. Questo doppio binario si riflette in Soho Sessions, dove le linee non cercano mai l’effetto virtuosistico fine a sé stesso, ma un equilibrio tra chiarezza armonica e fluidità melodica.

L’eredità di Barry Harris e il linguaggio bebop

Un altro snodo decisivo è stato l’incontro con il pianista e didatta Barry Harris, figura chiave nella trasmissione del linguaggio bebop. Il suo metodo ha dato a Rinciari strumenti concreti per comprendere il funzionamento interno dell’armonia jazz.

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L’idea non è memorizzare frasi, ma interiorizzare movimenti, collegamenti tra accordi e riflessi melodici. Da qui nasce un’improvvisazione che sembra naturale e istintiva, ma che poggia su una struttura solida, tipica della tradizione di Charlie Parker e del bebop classico.

Meno note, più significato

Uno degli aspetti più riconoscibili del suono di Rinciari su questo disco è l’uso misurato delle note. L’influenza di chitarristi come Jim Hall e pianisti come Sonny Clark e Thelonious Monk si sente nella scelta di voicing essenziali e intervalli ben distanziati.

Spesso la chitarra simula un approccio pianistico, con una nota di basso e piccoli cluster nelle parti alte. Questo crea spazio, respiro e una chiarezza che valorizza l’interplay con il sax e la sezione ritmica.

Il suono passa anche dallo strumento

Una parte importante dell’identità di Soho Sessions è legata alla chitarra Fibonacci Ambassador utilizzata da Andrea Rinciari, costruita su sue specifiche. Lo strumento monta un raro pickup flottante stile Charlie Christian, oggi non più in produzione, che contribuisce a un timbro caldo ma definito.

L’amplificazione è affidata a un Henriksen Blu, scelto per la chiarezza e la capacità di restare presente nel mix senza indurire il suono. L’uso minimo di effetti e la preferenza per la riverberazione naturale dell’ambiente rafforzano l’estetica acustica e diretta del disco.

La rinascita del jazz americano guidata dall’italiano Andrea Rinciari

In un momento in cui molta produzione jazz punta su contaminazioni spinte o su un’estetica fortemente moderna, Soho Sessions dimostra che lavorare in profondità sul repertorio storico può ancora essere una scelta attuale.

La rilevanza sta nell’approccio. Non è una copia del passato, ma una rilettura maturata attraverso anni di concerti, studio e relazione tra musicisti. È un esempio concreto di come la tradizione del songbook americano possa essere rinnovata senza snaturarne il linguaggio.

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Giuseppe Ruocco