Nel panorama chitarristico contemporaneo, pochi nomi hanno attirato l’attenzione quanto Matteo Mancuso. Grazie a un linguaggio personale e a una tecnica che ha fatto rapidamente il giro del mondo, il chitarrista siciliano è diventato un punto di riferimento per una nuova generazione di musicisti e appassionati. In questa intervista, realizzata presso il World Music Studio di Pessano con Bornago (MI), abbiamo cercato di andare oltre gli aspetti più evidenti del suo playing, approfondendo il suo approccio alla musica, il rapporto tra tecnica ed espressione e il percorso che lo sta portando a definire sempre più chiaramente la propria identità artistica. Un dialogo che parte dalla chitarra, ma che inevitabilmente si allarga a una riflessione più ampia sul significato stesso di fare musica oggi, tra consapevolezza, ricerca e visione futura.
Planet Guitar: Spesso quando si parla di grandi musicisti si sente dire la frase “Lui è portato” Secondo te, per il tuo incredibile modo di suonare, quanto c’è di talento e quanto di dedizione e duro lavoro?
Matteo Mancuso: Sicuramente ci vuole un mix tra le due cose, un po’ di predisposizione alla musica ci vuole. Quando ho iniziato mi sono reso conto di migliorare in maniera molto rapida e presto ho capito di avere una certa predisposizione, non lo nascondo. Per come sono fatto, quando mi concentro su una cosa e non vedo dei risultati piuttosto velocemente, lascio perdere!
Per arrivare ad un certo livello di padronanza dello strumento ci vuole però un’ossessione per lo studio. Non conosco persone che fanno il mio lavoro che non siano passate da un periodo di studio di 8/10 ore al giorno! Nel mio caso è stato dai 16 ai 22 anni, un periodo in cui ero molto più libero rispetto ad adesso nel quale ho studiato veramente tanto, anche troppo forse; è servito per costruire la mia tecnica, il vocabolario improvvisativo e la consapevolezza sullo strumento. Non ci sono scorciatoie, bisogna suonare tanto e concentrarti anche sui tuoi punti deboli; suonare solo le cose che vengono bene non è una modo efficace di lavorare secondo me.
Planet Guitar: C’è un artista o degli artisti che ami che non ci sono nel tuo modo di suonare?
M.M. : Probabilmente in album nei quali la chitarra non è protagonista! Mi viene subito in mente Pet Sounds dei The Beach Boys; un disco che aveva mio padre in macchina e che sicuramente mi ha influenzato perché lo conosco a memoria. Poi avevamo Rubber Soul dei The Beatles ad esempio… Sicuramente musica che non si sente nelle mie composizioni ma che sicuramente ha avuto un’influenza su di me, soprattutto all’inizio.
Cerco sempre di ascoltare musica non prettamente chitarristica, perché tutti noi abbiamo il vizio di ascoltare troppo i nostri colleghi; ci sta perfettamente perché è pieno di informazioni che tu puoi estrapolare facilmente ed applicare velocemente. Invero ascoltare solo musica con la chitarra in primo piano può, per certi versi, essere molto limitante e bloccare la creatività. Occorre avere una dieta bilanciata!
Posso aggiungere anche i Weather Report come influenza non chitarristica; mi hanno spinto a fare cose armonicamente non prevedibili e ad approcciarmi con un punto di vista diverso alla scrittura.
Planet Guitar: Siamo abituati a vederti come chitarrista solista, con il tuo strumento in primo piano. C’è un cantante con il quale ti piacerebbe scrivere una canzone ed uscire un po’ dal tuo ruolo?
M.M. : La realtà è che non so se sarò in grado di scrivere una canzone che un cantante possa cantare! Sono sempre stato abituato a scrivere musica strumentale dove c’è molta più libertà. Per entrare in un altro ambito avrei bisogno di una conoscenza più approfondita del pop e della musica leggera che al momento non ho. Potrebbe venire fuori qualcosa di particolare oppure una ca**ta! Mi piace molto Jacob Collier anche se non si può definire cantante pop. Ho ascoltato recentemente un brano che si chiama Little Blue; possiamo definirla canzone pop con una struttura delineata, ma con una progressione di accordi non scontata. Questa direzione mi piace molto e mi interessa approfondire. Mi vengono in mente canzoni di Steely Dan, George Benson e addirittura Charlie Puth; insomma brani che alle mie orecchie siano interessanti a livello armonico e di risoluzioni.
Planet Guitar: Il 24 Aprile uscirà il tuo nuovo album intitolato Route 96. Immagino sia un riferimento al tuo anno di nascita…
M.M. : L’idea di base era di prendere un simbolo dell’America ovvero la Route 66 e il mio anno di nascita! In verità c’è anche un’altra storia dietro a questo numero…ai tempi in cui stavo lavorando al disco ero in contatto con Steve Vai e quando gli ho chiesto di scrivere un assolo mi ha mandato i file a 96 kHz ovvero la frequenza di campionamento per l’alta risoluzione. Io stavo registrando ancora a 44 kHz e appena ho visto questa cosa ho deciso di cambiare tutti i setting dei brani.
Planet Guitar: Com’è stato lavorare con Steve Vai? È cambiato qualcosa in te dopo questa esperienza?
M.M. : È stato più che altro un rapporto a distanza. Non abbiamo avuto modo di stare nella stessa stanza e lavorare al brano. Lui è stato molto collaborativo e rapido nel consegnarmi le sue take, cosa non scontata per un artista che sta in tour per la maggior parte del tempo. Una cosa che mi ha piacevolmente impressionato è stata anche la sua sincerità artistica; mi ha detto sin da subito cosa gli piaceva e cosa no della canzone.
Lo conobbi di persona nel gennaio 2024 alla Steve Vai Academy, una sorta di camp dedicato alla chitarra dove ci sono vari insegnanti. L’altro italiano presente era Daniele Gottardo. Lì è nato il nostro rapporto e ci siamo promessi di fare qualcosa insieme.
Con tutti i guests del disco è stata una collaborazione virtuale con molti scambi via mail. Gli altri due presenti nell’album sono uno in Francia (Antoine Boyer) e l’altro in Russia, quindi pensare di organizzare session live sarebbe stato davvero impossibile.
Planet Guitar: Quanto conta l’emozione nella tua musica? Ci puoi suonare degli esempi che abbiano un diverso approccio e gusto emotivo?
M.M. : Qualcosa di nostalgico sarebbe questo. [Suona Black Night dei Deep Purple e Foxey Lady di Jimi Hendrix]
Mi vengono in mente queste canzoni che mi hanno accompagnato all’inizio della mia avventura. Avevo una band con la quale suonavamo questi brani, ci chiamavamo Pornosuarus! Non suonavamo spesso perché eravamo troppo rumorosi per i locali della mia zona, preferivano chitarre acustiche e cajon!
È stato un periodo molto felice perché potevo suonare con altre persone, al contrario di ciò che facevo con la chitarra classica. Mi piace suonarla e non la rinnego, ma è una dimensione molto individualistica; lavori da solo, con la partitura ed è tutto incentrato sulla tua esecuzione. Questo mi ha aiutato moltissimo dal punto di vista tecnico, soprattutto sulla mano sinistra per tutto il lavoro polifonico che si fa, oltre a rafforzare i tendini e la muscolatura per i tantissimi barré. Quando passi alla chitarra elettrica sembra quasi un giocattolo. Ma è qui che puoi imparare il controllo del suono, della distorsione, il bending, il controllo del vibrato…
L’aspetto più importante è poi il timing; i chitarristi classici non hanno un senso del ritmo particolarmente sviluppato, chiaramente non per colpa loro, ma proprio perché non suonano mai con altre persone e quindi non hanno necessità di condividere e seguire delle pulsazioni ritmiche. Certe cose le impari e le migliori solo suonando con basso e batteria.
Planet Guitar: Cosa fa scaturire l’idea per un nuovo brano?
M.M. : Cerco sempre di scrivere con la chitarra in mano. Se mi viene un’idea prendo immediatamente la chitarra e faccio delle modifiche perché può essere che alcuni voicing non suonino bene con lo strumento o che alcune melodie siano troppo scontate. Mi viene in mente un mio pezzo che si chiama Isla Feliz [lo suona]. Il riff principale è suonato con la chitarra classica, ci sono tante percussioni… Volevo creare un pezzo con molte influenze sudamericane e latine.
Mi piace lavorare con i chord melody per avere da subito un’idea completa del brano. Cerco sempre di trovare un equilibrio fra semplicità e complessità per catturare l’attenzione e destare curiosità. I tre pilastri della musica sono: melodia, armonia e ritmo. Se tutti e tre sono complessi non funziona…ci vuole un equilibrio, che spesso è molto difficile da trovare.
Bisogna sempre tenere a mente il connubio tensione/risoluzione; ad esempio un elemento di tensione può essere complesso, ma nel corso del brano deve essere rilasciato, altrimenti si rischia di perdere l’attenzione dell’ascoltatore. Anche la velocità rispecchia questo aspetto, dopo frasi veloci e con tante note ci vuole una frase più melensa e controllata.
Mi piace molto suonare tante note ma credo ci voglia sempre un motivo. Uno degli esempi più calzanti che mi viene in mente è Yngwie Malmsteen. Molti non saranno d’accordo, ma secondo me lui fa tante note perché desidera farlo, non è uno sfoggio, è un esempio fulgido di feeling con la chitarra. Se ascolti l’assolo di You Don’t Remember, I’ll Never Forget dell’album Trilogy ti accorgi che lui fa tante note perchè ha un fuoco dentro, vuole fortemente suonare così e oltretutto si sente che è tutto improvvisato, a briglie sciolte e senza preconcetti. Lui è un grandissimo chitarrista in un contesto di band, dove ha il suo spazio ed esplode nei momenti giusti. Lo considero al pari di Van Halen a livello di evoluzione per il nostro strumento.
Planet Guitar: Cosa usi per rendere più emotiva una parte?
M.M. : Relaziono l’emotività con il bending, che è la tecnica che ci fa avvicinare di più alla voce umana. Suonare fra la terza minore e la terza maggiore di una pentatonica ad esempio dona un carattere a ciò che si sta suonando. Il bending espande molto i colori che abbiamo a disposizione sulla chitarra ed è una cosa molto personale che differenzia un chitarrista da un altro.
Planet Guitar: Jazz o Rock?
M.M. : Non me la sento di scegliere, mi piacciono i colori, l’armonia, il vocabolario del jazz e la forza e la visceralità del rock. Non li ritengo mondi diversi, ci sono tanti elementi comuni; se ascolti ad esempio gli AC/DC c’è sempre un elemento di swing che deve esserci nel rock!
Planet Guitar: Come vedi Matteo Mancuso fra 10 anni?
M.M. : Quello che mi auguro è di conoscere meglio me stesso. Ho sempre la sensazione che una volta finito qualcosa ho una percezione diversa riguardo a ciò che mi piace di più nella musica. Mi sento un chitarrista diverso rispetto a qualche anno fa, quando ho composto The Journey; sento di avere un mindset diverso e anche a livello compositivo cerco di avvicinarmi sempre più a quello che mi piace, compito tutt’altro che semplice.
Spero di continuare a fare musica, di essere più produttivo e meno selettivo e rigido sulle mie composizioni. Sicuramente non vorrò avere nessuna etichetta, nessun limite sulla scrittura, ma mantenermi sempre libero di spaziare e non creare aspettative nel mio pubblico in un verso o nell’altro. Una carriera che mi piace guardare come esempio è quella di Pat Metheny, uno che è riuscito a creare album molto diversi tra loro. Se ascolti Still Life (Talking), uno dei più famosi, e Imaginary Day pur avendo una matrice jazz, si differenziano parecchio.
Un obiettivo più a breve termine è quello di espandere il mio trio in quartetto. In questo momento stiamo portando uno show con delle sequenze perché durante l’allestimento del tour ci siamo accorti che alcuni brani non rendevano a sufficienza in puro trio. Abbiamo provato a cercare un quarto elemento, ma non c’è stato abbastanza tempo. Chiaramente le sequenze sono limitate al minimo, anche perché a me non interessa eseguire le canzoni esattamente come sono su disco. Il live deve avere degli elementi di improvvisazione e di imprevedibilità che lo rendono unico; il pubblico ha tutto a disposizione sulle piattaforme di streaming e credo venga ai concerti non per ascoltare la copia del disco ma per vedere lo show, per apprezzare l’esecuzione dal vivo. Deve essere un’esperienza diversa!
Planet Guitar: Matteo grazie mille per essere stati con noi. Ti facciamo il nostro più grande in bocca al lupo per il prosieguo della tua fantastica carriera.
M.M. : Grazie a voi!
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