Quando Mark Knopfler entrò in studio con Bob Dylan nel 1983 non stava solo producendo un nuovo disco. Stava lavorando con l’artista che gli aveva cambiato la vita da adolescente, nel momento in cui la propria carriera con i Dire Straits era all’apice. L’incontro tra ammirazione giovanile e realtà professionale si rivelò molto meno romantico del previsto. Da quelle sessioni nacque Infidels, l’album che segnò l’uscita di Dylan dalla fase cristiana e il ritorno a un linguaggio più laico e politico. Ma dietro il suono elegante e moderno del disco si nasconde una dinamica di studio tesa, imprevedibile e a tratti destabilizzante, che lo stesso Knopfler avrebbe ricordato come una lezione dura sulla natura del genio creativo.

Perché Infidels è un disco chiave nella carriera di Bob Dylan
Nel 1983 Bob Dylan aveva alle spalle tre album legati alla sua conversione religiosa. Una fase intensa ma divisiva per pubblico e critica. Infidels rappresenta il momento in cui torna a scrivere canzoni aperte al mondo, tra politica, spiritualità e osservazione sociale.
Brani come Jokerman, License to Kill e I and I mostrano un autore di nuovo concentrato su immagini forti e testi stratificati. È anche uno dei primi dischi di Dylan con una produzione pienamente anni Ottanta ma ancora organica, lontana dagli eccessi sintetici che segneranno altri lavori del decennio.
Qui entra in gioco Mark Knopfler.
Perché Dylan scelse proprio Mark Knopfler
All’inizio degli anni Ottanta Knopfler era sinonimo di suono pulito, dinamico e moderno. Dopo il successo dei Dire Straits e dischi come Love Over Gold, era visto come un musicista capace di unire sensibilità analogica e controllo tecnico dello studio.

Dylan cercava qualcuno che conoscesse bene le nuove tecnologie di registrazione ma non snaturasse il suo linguaggio. Aveva valutato nomi molto diversi tra loro, da David Bowie a Frank Zappa, segno che voleva cambiare pelle. Con Knopfler trovò una figura più discreta, capace di lavorare sulle sfumature. Sulla carta era un incastro perfetto. In studio fu tutta un’altra storia.
Una band stellare e un suono in trasformazione
Le sessioni ai Power Station Studios di New York misero insieme musicisti provenienti da mondi diversi.
Alla sezione ritmica c’erano Sly Dunbar e Robbie Shakespeare, noti come Sly & Robbie, architetti di groove profondi e sincopati. Alla chitarra solista compariva Mick Taylor, ex Rolling Stones, con il suo tocco lirico.
Knopfler contribuì anche come chitarrista oltre che come produttore, affiancando Taylor con linee più pulite e narrative. Il risultato fu un disco dal suono fluido, elegante e sorprendentemente coeso per un artista spesso allergico alla rifinitura.
Il lato difficile di Bob Dylan in studio
Le testimonianze di chi era presente raccontano un Dylan imprevedibile. Capace di scrivere versi straordinari e pochi minuti dopo sabotare l’atmosfera in studio con comportamenti spiazzanti.
Secondo il ricordo dell’ingegnere del suono Neil Dorfsman, Dylan tendeva a interrompere il flusso quando percepiva che le cose stavano diventando troppo lineari o controllate. Cambi di direzione improvvisi, brani accantonati all’ultimo, idee lanciate a metà tra provocazione e intuizione reale.

Knopfler, abituato a produzioni più strutturate, si trovò a dover rinunciare al controllo tipico del produttore. Più che guidare le sessioni, doveva adattarsi agli umori dell’artista. Una frustrazione che emerge anni dopo nei suoi racconti, sempre misurati ma sinceri.
Lo scontro tra Mark Knopfler e Bob Dylan: disciplina e istinto
Knopfler ha sempre distinto tra la propria idea di disciplina musicale e l’approccio di Dylan. Da una parte arrangiamenti curati e attenzione al suono. Dall’altra un artista che vede la musica soprattutto come veicolo per parole, immagini e interpretazione vocale.
Questo contrasto è udibile in Infidels. Le basi sono solide, il suono è definito, ma al centro resta sempre la voce di Dylan, con il suo fraseggio irregolare e magnetico. Knopfler non addomestica Dylan. Gli costruisce intorno una cornice che lo sostiene senza ingabbiarlo.
La collaborazione tra Mark Knopfler e Bob Dylan su Infidels dimostra che i dischi importanti non nascono sempre da processi armoniosi. A volte prendono forma dentro tensioni creative, incomprensioni e visioni opposte.
Eppure, proprio quell’equilibrio instabile ha contribuito a dare al disco una personalità unica nella discografia di Dylan. Un lavoro che ancora oggi suona come l’incontro tra controllo e caos, tecnica e istinto, rispetto e disillusione.
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