Il 25 novembre 1976 segna la fine di un’epoca, con lo scioglimento ufficiale di uno dei gruppi rock più formidabili del secolo scorso, The Band. Ad accompagnare nell’ultimo valzer questo meraviglioso ensemble ci sono tutti gli amici e le star, da Muddy Waters a Van Morrison, da Neil Young a Joni Mitchell, fino a Eric Clapton e Ronnie Wood. L’addio è struggente e viene immortalato nell’iconico film documentario The Last Waltz, ove si erge tra i protagonisti anche Emmylou Harris, una ragazza di belle speranze, già ben avviata nello showbiz e legata a Bob Dylan, uno dei personaggi chiave nell’evoluzione artistica degli autori di Music from Big Pink, capolavoro incontrastato e prima pietra del genere americana. Proprio la partnership della Harris con il leader Robbie Robertson rappresenta uno dei momenti più intensi di quel periodo. Grazie alla serie Crossroads, andiamo a riviverne la magia!

La Regina del country incontra uno dei più grandi songwriter americani
La fine della Band, l’inizio della Leggenda
Emmylou Harris incarna la quintessenza della vocalità al femminile, è un’artista capace di aggiungere una qualità infinita alle canzoni. Esattamente quello che serve a Robbie Robertson, impegnato a chiudere l’avventura di The Band nel migliore dei modi, nel concerto finale, The Last Waltz, che diventerà parte importante nella storia della musica, abbinando ai brani più belli del gruppo e del songbook americano del secolo scorso una serie di ospiti di grandissimo livello, perfettamente azzeccati per le tracce in scaletta.
Dopo lo straordinario show al Winterland Ballroom di San Francisco, il leggendario regista Martin Scorsese per completare l’opera si ferma a girare per diversi giorni in uno studio della MGM con il gruppo insieme agli Staple Singers e proprio alla Harris.
Alcune esibizioni di quella splendida serata di fine novembre 1976 non sono state impeccabili o, per meglio dire, non rispettavano i canoni fin troppo perfezionisti di Robertson e sorge l’idea di sostituirle con delle registrazioni in sala d’incisione corredate da una ripresa video, al fine di dare continuità alla pellicola. Pop Staples e figli si dedicano all’epica The Weight, un modern blues a metà strada tra country e rock ove le sacre scritture si fondono con il grande mito americano, mentre Emmylou si impossessa di Evangeline, un’altra splendida intuizione del buon Robbie, sempre alla ricerca di nuove sonorità all’interno della tradizione.
Evangeline: il mondo antico in una canzone nuova
“They used to waltz on the banks of the mighty Mississippi
Lovin’ the whole night through
He was a riverboat gambler off to make a killin’
And bring it on back to youEvangeline, Evangeline
Curses the soul of the Mississippi queen
That pulled her man away”
Un dubbio amletico pervade Robbie Robertson, nel momento della stesura, e in seguito anche nella scelta dell’arrangiamento di Evangeline, scritta apposta per il concerto d’addio di The Band e ancora incompiuta fino a pochi giorni dall’Ultimo Valzer.
Il chitarrista canadese è incerto sulla strada da intraprendere, se attenersi alla sacralità della tradizione o spostarsi verso nuovi paesaggi sonori. In conclusione, con un colpo di genio, decide per una via di mezzo: la sua composizione è allo stesso modo antica e immediata, con una storia vecchia come il tempo ma che suscita una grande emozione negli ascoltatori contemporanei. E, se non bastasse, mette un volto nuovo, una bellissima donna dalla voce angelica accanto a lui, Levon Helm, Rick Danko, Richard Manuel e Garth Hudson.
Il Diavolo e l’Acqua Santa, il contrasto funziona, come il testo, che racconta la storia struggente di Evangeline, una ragazza delle Maritimes che aspetta invano il suo amante Gabriel, disperso nelle acque insidiose del fiume Mississippi. È ispirata al poema epico Evangeline, A Tale of Acadie di Henry Wadsworth Longfellow, tuttavia la trama e il periodo storico differiscono dall’originale.
Avevo composto Evangeline come parte della Last Waltz Suite. L’abbiamo suonata verso la fine dell’esibizione, ma essendo stata scritta pochissimo tempo prima non si legava bene in uno show con brani storici, insieme a tutti quegli artisti che incarnavano a pieno titolo l’epopea della musica popolare. Occorreva uno stacco. Emmylou Harris (che era stata invitata al concerto, ma non aveva potuto partecipare, ndr) era fresca e rappresentava una nuova scuola della musica country, oltre ad essere molto fotogenica. Ha un ottimo rapporto con la telecamera”.
-Estratto da Musician, Guitar Special, intervista di Joshua Baer, 1982.
Robertson riesce a fondere le ricche tradizioni narrative del folklore americano con l’essenza roots rock della Band e il duetto insieme a Emmylou Harris si rivela fondamentale anche per la regina di Nashville, che pochi anni dopo intitolerà addirittura un album Evangeline, offrendo una deliziosa rilettura del pezzo con la collaborazione delle colleghe Dolly Parton e Linda Ronstadt, future partner nel mitico Trio.
Dietro le quinte: retroscena e aneddoti su Evangeline
Evangeline non vive l’atmosfera giusta il giorno del Thanksgiving sul palco del Winterland Ballroom: troppo improvvisata, “con il testo letto dai cartoncini dietro le telecamere”, come raccontato da Levon Helm, mentre nel duetto dei giorni successivi tra Emmylou e The Band trova la sua collocazione ideale, diventando immediatamente un “classico del sud”.
Un piccolo capolavoro confermato anche da un video affascinante, appagante anche per chi è appassionato di strumentazione ed equipaggiamenti.
Dalla fisarmonica e il violino di Hudson e Danko si passa al mandolino elettrico imbracciato da Helm, un Gibson EM-200, fino alle chitarre rare e speciali di Robertson, che presta alla Harris una Martin 00-45K Koa Wood del 1919 e invece utilizza per sé una Gibson Citation Archtop.
Le grandi canzoni fanno giri immensi e poi ritornano. È proprio il caso di Evangeline: da The Last Waltz (1978, anno della pubblicazione di film e soundtrack) al già citato Evangeline (1981), album della Harris, per arrivare, sorpresa, fino ai giorni nostri, con un’inaspettata esibizione nell’unico posto in cui poteva avvenire…
Nashville 2019, The Last Waltz rivive in una magica serata
Sono state tante, negli anni, le rivisitazioni live di The Last Waltz, vuoi per un particolare anniversario o per la disponibilità di un cast egregio, tuttavia il 23 novembre 2019 alla Bridgestone Arena di Nashville avviene qualcosa di memorabile.

In mezzo a star del calibro di Warren Haynes, Darius Rucker, Vince Gill, Michael McDonald e Lukas Nelson compare proprio lui, l’indimenticabile Robbie Robertson in carne ed ossa, a suonare con la straordinaria “Bronze Strat” in brani storici quali The Weight, I Shall Be Released e orgoglioso di annunciare con grande trasporto la “sua” Emmylou Harris per un’intensa versione della “sua” Evangeline.
E non è finita… Alla “rimpatriata” si aggiunge pure Bob Margolin, illustre chitarrista al fianco di Muddy Waters. Così, in quella magica serata tre personaggi presenti nel film The Last Waltz si ricongiungono e rendono lo show unico e speciale.
“Come direbbe Minnie Pearl, ‘Sono felice di essere qui’. Sono felice di essere ancora qui. Soprattutto stasera”, sono le parole simpatiche e toccanti di Emmylou Harris, che prende a prestito il tormentone di una nota comica nashvilliana per descrivere la bellezza di esibirsi sul palco con uno stuolo di superstar. Le sue parole finali, “Soprattutto stasera”, sono dedicate alla presenza del personaggio che ha reso possibile tutto questo, un uomo a cui il mondo della Musica deve un eterno riconoscimento: l’immenso Robbie Robertson.

Robbie Robertson. Stile, classe e integrità di un impavido Mohawk
Dal Canada con furore
Non deve essere stato facile nascere a Toronto, in Canada, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale (5 luglio 1943) e crescere insieme alla madre, nativa americana Mohawk, e il padre putativo, che gli lascia il cognome, senza mai conoscere quello reale, Alexander David Klegerman, giocatore di carte ebreo morto prematuramente (1946) in un incidente stradale. Per Robbie Robertson il riscatto, la salvezza è la musica, che impara a suonare ed amare nella Riserva delle Sei Nazioni nell’Ontario, dove trascorre le vacanze.
Appena tredicenne imbraccia la sua prima chitarra, una Harmony Stratotone, seguono i primi “complessini” finché, nel 1959, entra in contatto con gli Hawks di Ronnie Hawkins, il suo primo mentore, che gli regala una Fender Telecaster, cambiandogli letteralmente l’esistenza. E il resto è già storia: con quel gruppo il ragazzo, innamorato di Chuck Berry ed Elvis Presley, impara il mestiere, frequenta Fred Carter Jr., Roy Buchanan, conosce Levon Helm e Rick Danko. Con gli ultimi due nasce la prima incarnazione di The Band, che si concretizza poi con l’arrivo di Richard Manuel e Garth Hudson.
Tutta la potenza e la semplicità in un nome: The Band
Gli Hawks abbandonano il loro capo, e, dopo una serie di vicissitudini con vari cambiamenti di nome e lineup diventano, grazie anche all’intercessione di Mike Bloomfield che stravede per il buon Robbie, il gruppo di supporto di Bob Dylan, nel pieno della sua svolta elettrica.

The Band, un appellativo tanto anonimo quanto forte e superbo se pensato con il “The” davanti: non una band qualsiasi, ma The Band, La Band.
Quattro musicisti eccelsi, tutti in grado di suonare più strumenti, alcuni con spiccate doti canore, trainati da un chitarrista sontuoso, pure ispirato songwriter.
Una realtà che diventa forte con il distacco da Dylan dopo le leggendarie The Basement Tapes. Scorre il 1968 e vede la luce Music from Big Pink, uno degli album più importanti del secolo.
Da Music from Big Pink a The Last Waltz: 10 anni che cambiano il rock
Canzoni autografe meravigliose, grazie a Richard Manuel e alla sempre più affilata penna di Robertson (The Weight entra dritto nel canzoniere americano del ventesimo secolo), tre pezzi di Dylan e una cover struggente, Long Black Veil, il brano reso celebre da Johnny Cash di cui abbiamo parlato nella precedente puntata di Crossroads con la Harris e Dave Matthews (gli incroci tra grandi artisti nella musica con la M maiuscola sono una catena infinita!), rendono Music from Big Pink un disco senza tempo.
Un album che cambia la vita di George Harrison ed Eric Clapton, e la cosa incredibile è il suo seguito, l’omonimo The Band, con perle indimenticabili del calibro di King Harvest (Has Surely Come), Across the Great Divide, Rag Mama Rag, The Night They Drove Old Dixie Down e Up on Cripple Creek.
Stage Fright arriva nel 1970, quando i ragazzi sono ormai superstar, ma il bel giocattolino comincia a rompersi, tra attriti dovuti a egocentrismo, eroina e tanta, tanta stanchezza per una vita frenetica passata in studio a registrare o a suonare in giro per l’America senza mai una pausa. Dopo Cahoots si segnala Northern Lights – Southern Cross (1975), ma è il canto del cigno che porta all’addio di The Last Waltz. The Band si scioglie con un evento epocale, e le strade si dividono, tra tragedie (il suicidio di Manuel) e colpi di coda (alcuni lavori senza Robertson, tra cui Jubilation, il meglio riuscito, 1999).
Per Robbie e compagni comincia comunque una nuova era, ma quel 25 novembre 1976 rimane uno dei momenti più alti della storia della musica rock. Un momento che, al contrario di quanto dice il titolo di una delle loro canzoni più belle, “fa la differenza”, e rimarrà sempre nei nostri cuori.
Una discografia solista meravigliosa
Pericolosamente sottovalutata, a partire dall’omonimo album del 1987 con ospiti, fra i tanti, Peter Gabriel, gli stessi Danko, Hudson e gli U2, la discografia solista ha il solo difetto di essere scarna al netto delle colonne sonore e partnership.
Intensità, passione e amore per la contaminazione, ecco i magici ingredienti dei suoi lavori. Dall’energico Storyville (1991) fino all’ultimo, intenso Sinematic (2021), un viaggio epocale (e conclusivo) nella sua arte, con in chiusura Remembrance, insieme a Derek Trucks & Doyle Bramhall II, uno degli strumentali più belli mai scritti al pari di Theme from the Last Waltz.
Da ricordare pure la perla di Music for The Native Americans (1994), ove si ricongiunge al suo passato Mohawk.
Questo è il testamento di Robbie Robertson, un uomo che nell’ultimo periodo si è concentrato maggiormente su produzioni, soundtracks, sperimentazioni e collaborazioni (dall’elettronica alla world music, da Howie B. a Sarah McLachlan) rispetto agli eventi dal vivo, ma che non ha mai deluso quando chiamato in causa, specialmente negli show collegati alla Rock & Roll Hall of Fame.
Eric Clapton, un’amicizia infinita
La partnership con Eric Clapton rimane fra le più proficue. Un’amicizia iniziata all’epoca di Music from Big Pink, quando Slowhand avrebbe fatto carte false per entrare nel gruppo, proseguita con le schitarrate di Further on Up the Road in The Last Waltz, rinvigorita negli anni Ottanta con It’s in the Way That You Use It per la colonna sonora de Il colore dei soldi e di nuovo all’apice in How to Become Clairvoyant (2011), altro disco da rimembrare di Robertson quanto le performance durante il Crossroads Guitar Festival del 2007 e 2013.
E pensare che Robbie avrebbe dovuto far parte del cast della kermesse anche a Settembre 2023, se non fosse sopraggiunta una complicazione dei malanni che lo affliggevano ormai da lungo tempo, portandolo via da questo mondo ad Agosto di quell’anno. La serata in suo onore, Life Is a Carnival: a Musical Celebration of Robbie Robertson tenutasi a Los Angeles il 17 ottobre 2024 rimane uno degli omaggi più toccanti dedicati a un amico che non c’è più, ma che vive per sempre grazie alla sua splendida musica.
Le chitarre di RR
La collezione di Robbie Robertson è davvero notevole, a cominciare dalle innumerevoli acustiche, ove Martin (tra le tante abbiamo la D28, l’OM 42 e pure un ukulele!) fa la parte del leone, ma si difendono bene anche Epiphone e Gibson (rimane nell’immaginario collettivo la pregiata harp guitar Style U nella scena finale di The Last Waltz). Parlando sempre di Gibson e passando all’elettrico, la ES-335 e varie Les Paul meritano certamente una menzione.
Ovviamente non si può parlare di RR senza citare il mondo Fender, con le leggendarie Stratocaster Bronze (1954, una chitarra dalla storia incredibile) e Sunburst (1958). Tuttavia, vi è un altro modello epocale, con cui viene guidata la rivoluzione elettrica di Bob Dylan, divenuto una parte fondamentale dei migliori concerti del menestrello di Duluth: la mitica Telecaster del 1965.
E a proposito di Bob Dylan, risulta ora una naturale conseguenza dedicare una puntata di “Crossroads” all’incredibile storia di amicizia e collaborazione tra lui e Robbie Robertson…. Un altro cerchio sta per chiudersi…
Stay tuned!
To be continued…
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