Per anni il dibattito sull’intelligenza artificiale nella musica si è concentrato sui rischi per i musicisti. Ora anche Joe Bonamassa invita a guardare la realtà del settore senza chiudere gli occhi davanti alla tecnologia. Ma nelle sue dichiarazioni emerge un problema più difficile da risolvere, legato a un artista virtuale che avrebbe conquistato spazio nelle classifiche blues.

Perché Joe Bonamassa non vuole ignorare l’AI
Joe Bonamassa riconosce che l’intelligenza artificiale generativa è già entrata nell’industria musicale e che fingere il contrario non serve a fermarne la diffusione.
Intervistato da Blues Rock Review durante il Crossroads Guitar Festival di Eric Clapton, il chitarrista ha parlato anche di Suno, la piattaforma utilizzata per generare musica attraverso l’intelligenza artificiale.
La sua posizione è più pragmatica rispetto a una semplice contrapposizione tra tecnologia e creatività umana. Bonamassa ritiene che, soprattutto per chi sta cercando di costruirsi una carriera, questi strumenti possano rappresentare una possibilità per raggiungere nuovi ascoltatori.
«Siamo nel mondo dell’intrattenimento. Se qualcuno usa Suno per scrivere un testo, non è un crimine grave», ha dichiarato il chitarrista.
Joe Bonamassa non sostiene però che l’AI debba sostituire i musicisti. Il suo ragionamento parte dalla constatazione che la tecnologia viene già utilizzata e che la competizione per ottenere visibilità spinge alcuni artisti a sperimentare ogni strumento disponibile.
Eddie Dalton e la questione delle classifiche blues
Il passaggio più interessante delle dichiarazioni riguarda Eddie Dalton, un artista generato dall’intelligenza artificiale.
Bonamassa lo cita come esempio di un progetto capace di ottenere attenzione anche nelle classifiche dedicate al blues. Dalton ha addirittura suonato i 400.000 ascoltatori mensili su Spotify.
La questione sollevata dal chitarrista non riguarda soltanto il fatto che il pubblico possa ascoltare musica creata con l’AI. Bonamassa riconosce questa libertà, ma mette in discussione l’opportunità di far competere progetti artificiali e musicisti umani nelle stesse categorie.
In ogni caso l’utilizzo di uno strumento generativo per scrivere un testo o una parte della musica non equivale a creare un progetto nel quale identità artistica, interpretazione e musica sono interamente affidate all’intelligenza artificiale.
Il problema riguarda quindi anche la trasparenza: quanto dovrebbe sapere il pubblico sull’origine di ciò che ascolta? E come dovrebbero essere considerate le produzioni generate dall’AI nelle classifiche musicali?
AI e musicisti umani, il nodo resta aperto
Joe Bonamassa quindi apre le porte all’utilizzo dell’intelligenza artificiale come mezzo di supporto, soprattutto per gli artisti emergenti che hanno bisogno di ogni mezzo per crescere.
Resta però una differenza tra utilizzare la tecnologia come supporto creativo e presentare un artista virtuale come concorrente diretto di un musicista umano.
È su questo punto che il dibattito può diventare concreto per chi lavora nella musica. Oltre alle possibilità offerte dagli strumenti generativi, entrano in gioco la riconoscibilità degli autori, la trasparenza verso gli ascoltatori e i criteri con cui vengono valutati i risultati sulle piattaforme.
La posizione di Bonamassa non chiude la discussione, ma mette a fuoco una domanda destinata a diventare sempre più rilevante: se la musica generata dall’AI può raggiungere lo stesso pubblico di quella realizzata da musicisti in carne e ossa, quali regole dovrebbero distinguere le due realtà?
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