Fin dall’annuncio di qualche mese fa, le tre date italiane del leggendario Bob Dylan avevano suscitato un misto di indiscutibile interesse, curiosità e anche perplessità. Come sarà Dylan questa volta? Suonerà qualche classico perduto e atteso da tempo? Lo show sarà all’altezza dei palazzetti? Il passaggio del Lights of Autumn Tour nel Belpaese, con il tanto discusso formato del Phone Free Show, era quindi l’occasione giusta per andare a sentire dal vivo un musicista che ha travalicato i confini della sua stessa Arte. Ecco com’è andata.

Tre concerti in Italia per Bob Dylan a novembre. Ecco le date e cosa significa assistere a un Phone Free Show.
© Dena Flows, link, CC BY-NC-ND 3.0

Siamo a teatro o in un palazzetto? Bob Dylan a Milano

Per me è la prima volta all’Unipol Dome (Arena Santa Giulia), la struttura aperta in occasione delle recenti Olimpiadi di Milano e Cortina e diventata da maggio anche location per concerti. Il colpo d’occhio dall’esterno è magnifico e la venue sembra la perfetta alternativa allo storico Unipol Forum di Assago. Tutto è chiaramente molto più nuovo, anche se i segni di alcune finiture ancora parzialmente incomplete si possono notare una volta entrati. Vedremo come si comporterà l’acustica.

La procedura di ritiro dei cellulari, che vengono consegnati all’ingresso e chiusi nelle custodie sigillate Yondr, pensate per impedire l’utilizzo durante il concerto e favorire un’esperienza di ascolto senza distrazioni, si svolge davvero rapidamente. Sono armato di carta e penna per prendere appunti, come non mi succedeva da secoli. Questo dovrebbe già farmi capire quanto sarà analogica la serata.

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Io in realtà non so proprio cosa aspettarmi da Dylan. Ho tanti suoi dischi, ma non posso definirmi un fan sfegatato. Ho apprezzato le sue canzoni e il suo personaggio, così come chi lo ha omaggiato con delle cover immortali e a volte superiori alle versioni originali. Sono qui per capire cosa ha ancora da dire un uomo che ha attraversato il tempo, la musica, la storia, la letteratura, la poesia e l’Arte in generale, sapendo però che potrei rimanere deluso.

Alle 21 precise inizia il concerto. La band prende posto su un minimalissimo palco, dove sono gli strumenti i protagonisti e solo qualche flebile luce a illuminarli; un semplicissimo telone blu lo circonda. Non ci sono giochi di luci, non c’è uno stendardo che sventola a gran voce il nome dell’artista, non ci sono orpelli e corredi. Sembra esserci solo e soltanto la musica. Il nostro Bob entra in scena abbastanza claudicante (del resto ha 85 anni) e si avvicina al piano elettrico che lo accompagnerà per tutto lo show.

Watching the River Flow è il primo brano che ci canta; la voce è effettivamente un po’ bassa e facciamo fatica a sentirlo chiaramente, ma eccolo, è lui. Dopo Love Sick, è It Ain’t Me, Babe il primo brano dove si sente il pubblico canticchiare. I primi tre brani sono già sufficienti per capire quello che ascolteremo stasera: una canzone segue l’altra senza soluzione di continuità, con la band molto compatta, che suona quasi a memoria e ha una “pasta” ottima.

Mentre i brani si susseguono, passando da fine anni ’90 con Tryin’ to Get to Heaven ai primi 2000 di High Water (For Charley Patton), arriva anche la prima cover, I Can Tell del leggendario Bo Diddley. Su Black Rider, estratta dal più recente Rough and Rowdy Ways, parte del pubblico dei settori più in alto urla a gran voce “VOLUME”, ma le cose non sembrano cambiare di molto. Nel complesso i suoni sono sicuramente meglio che all’inizio del concerto, ma ben lontani dall’essere eccellenti.

Effettivamente, il concerto sembra più pensato per un teatro che per un palazzetto e questo influisce non poco sul risultato finale. Il palco è sì minimale ed essenziale, ma l’esperienza di ascolto old school e il sapore anni Settanta dello show si scontrano con il contesto in cui siamo, che fa sembrare tutto fin troppo “distante”.

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Avanti e indietro nelle decadi

Per tornare davvero negli anni Settanta bastano due brani: Tangled Up in Blue, molto applaudita, e When I Paint My Masterpiece. Sentiamo anche un pochino di armonica a bocca, i primi accenni dopo 45 minuti di concerto: secondo noi ne è valsa la pena e, anche se per pochissimo, ci ha fatto assaporare questo altro lato di Bob Dylan.

L’amico con cui sono al concerto nota nei brani e negli arrangiamenti delle sonorità vicine ai primi Dire Straits di Mark Knopfler. Io non mi stupisco, visto il rapporto che c’è tra i due e quanto Mark sia sempre stato debitore a Bob per la sua crescita artistica, soprattutto negli anni giovanili. Dopo la bellissima Not Dark Yet, la seconda e ultima cover della serata è I Can’t Seem to Say Goodbye di Jerry Lee Lewis. Un titolo che forse parla del Dylan di oggi molto più degli altri che abbiamo ascoltato finora.

False Prophet e Soon After Midnight sono brani più recenti, prima di tornare ancora agli anni Novanta di Million Miles e Under the Red Sky. Si va verso il finale con altri due brani del disco più recente del 2023, I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You e Goodbye Jimmy Reed, fino a I Shall Be Released in chiusura, veramente sentitissima e anche un po’ a sorpresa.

Dylan fa finalmente qualche passo verso il pubblico, allontanandosi dal piano, per un brevissimo cenno che pare di saluto, prima di uscire di scena. Le luci rimangono soffuse, qualcuno spera in un bis, ma evidentemente non è stato al mio stesso concerto o non ha ancora capito cosa è successo nell’ultima ora e mezza su quel palco. Ecco infatti che in scena non riappare la band, ma i tecnici: si spengono gli amplificatori e si inizia a smontare la batteria. Il concerto è finito.

Un mistico per un’esperienza mistica?

Mentre usciamo si fanno strada già i primi commenti dal pubblico che defluisce, che noto essere davvero di ogni età. Qualcuno dice “questa era la ventesima volta che lo sentivo, e ha anche cantato bene”, qualcun altro ancora “ho fatto fatica anche solo a capire quali canzoni stava suonando e ha fatto pochi classiconi”. Altri sono palesemente delusi dalla serata e da un artista che è parso freddo, distaccato, quasi solo con se stesso.

Io rifletto sulle aspettative che avevo per questo concerto e cerco di mettere assieme qualche pensiero. Da chi non è andato a ritirare il premio Nobel, vinto tra l’altro per un’Arte non immediatamente a lui collegata, cosa mi dovevo aspettare? Dylan dai mille volti, dalle mille fasi e dalle mille canzoni, avrebbe dovuto ringraziarmi per essere andato a un suo concerto, introdurre la band, presentare brano per brano la scaletta, fare la scenetta di uscire e rientrare acclamato dal pubblico per il bis e magari anche commentare ogni tanto la situazione politica internazionale e del suo paese con il suo grande pensiero? Forse sì, e c’è stato anche quel Dylan, ma non era quello che mi aspettavo da questo Dylan, e forse non era quello che volevo da lui. Ripensando a chi l’ha visto venti volte mi chiedo: quanti Dylan avrà visto quella persona?

A qualche giorno dal concerto, più ci ripenso e più sono convinto che sia stato un evento unico e irripetibile, con tutti i difetti del caso. Abbiamo ascoltato un concerto che sembrava un LP lungo un’ora e mezza senza interruzioni, attraversando alcuni momenti della carriera di Dlyan. Un Dylan che ora è autenticamente questo: un anziano saggio (forse è anche giusto definirlo senza offesa un vecchio) che assume ormai un atteggiamento mistico e invita a un’esperienza che ha del mistico. Dimenticatevi dei cellulari, dei social, delle polemiche, della politica, dei lustrini, delle luci, delle scenografie e di tutto il resto. Ascoltate qui, tornate all’essenza di quello che era la musica dal vivo. Venite con me, uomo in nero incappucciato, che vi riporto a quelle sensazioni uniche. A me è sembrato volesse dirci questo.

Io l’ho trovato autentico e fedele a quello che ha deciso di essere in questo momento della sua vita. Era il mio primo concerto di Dylan, e probabilmente rimarrà anche l’unico, ma credo che me ne ricorderò per sempre.

Scaletta

  • Watching the River Flow
  • Love Sick
  • It Ain’t Me, Babe
  • Tryin’ to Get to Heaven
  • High Water (For Charley Patton)
  • I Can Tell (cover di Bo Diddley)
  • Black Rider
  • Tangled Up in Blue
  • When I Paint My Masterpiece
  • Not Dark Yet
  • I Can’t Seem to Say Goodbye (cover di Jerry Lee Lewis)
  • False Prophet
  • Soon After Midnight
  • Million Miles
  • Under the Red Sky
  • I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You
  • Goodbye Jimmy Reed
  • I Shall Be Released

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