Ogni artista che riempie gli stadi esiste una squadra di professionisti che contribuisce a rendere possibile la magia; Nicola Oliva è uno di loro. Chitarrista, session man, arrangiatore e musicista tra i più stimati del panorama italiano, nel corso della sua carriera ha condiviso il palco con alcuni dei nomi più importanti della musica italiana, portando il suo talento dai teatri ai grandi tour internazionali. Ma questa non è un’intervista sulla tecnica, sulle chitarre o sugli assoli. È una conversazione sul successo, sulla pressione, sulle rinunce e su ciò che il pubblico non vede quando le luci si accendono. Dalle paure prima di salire sul palco ai momenti in cui ha pensato di mollare tutto, Nicola Oliva ci accompagna dietro le quinte di una professione spesso idealizzata ma molto più complessa di quanto immaginiamo. Ne emerge il ritratto sincero di un musicista che, dopo anni ai massimi livelli, continua a mettere al centro la stessa cosa: l’emozione.

Stai visualizzando un contenuto segnaposto da YouTube. Per accedere al contenuto effettivo, clicca sul pulsante sottostante. Si prega di notare che in questo modo si condividono i dati con provider di terze parti.

Ulteriori informazioni

Planet Guitar: Qual è la più grande bugia che i giovani chitarristi sentono riguardo al successo?

Nicola Oliva: Più che una bugia direi un’illusione che loro vivono oggi, ovvero pensare di poter diventare dei professionisti grazie ai social, con poco background alle spalle e con grande facilità. Rispetto a com’era quando ho iniziato io, questa percezione della realtà ha pervaso la nostra intera società. La curiosità, la dedizione nel suonare lo stesso passaggio per tante ore, ascoltare i dischi, suonarci sopra sono cose dalle quali non si può prescindere per aspirare a qualcosa di importante. Vedo molte persone che con un telefono sperano di diventare virali e quindi “famose”; ecco penso che questa sia una bugia che in primis ci si racconta a se stessi, ma proprio per il cambiamento dei nostri costumi in generale. Sembra tutto più facile e veloce ma in realtà non è così.

P.G.: Hai suonato su alcuni tra i palchi più prestigiosi al mondo… Quando ti sei sentito più piccolo?

N.O. : Questa è stata indubbiamente una grande fortuna, visto che gli artisti che ho accompagnato mi hanno portato a calcare certi palchi. Non è capitato solo una volta che mi sentissi piccolo. A livello anagrafico sono sempre stato il più piccolo ad esempio!

ANNUNCIO

In generale non ho la tendenza a considerarmi il più figo del mondo, quindi spesso mi sono sentito piccolo e forse questo mi ha aiutato a stare sempre con i piedi per terra. Dovessi sceglierne una ti direi alla prima mondiale del tour di Laura Pausini; c’è stato un cambio di programma e in un brano io avevo un Dobro sulle gambe suonato come una lap steel. Laura ha visto questa cosa nelle prove e le è piaciuta molto e mi ha proposto di suonare da solo per introdurre un brano. Il problema è che eravamo a poche ore dal concerto…durante il live mi tremava letteralmente la mano. In quel momento non mi sono sentito solo piccolo, avrei proprio desiderato sparire.

P.G. C’è stato un momento della tua carriera in cui hai pensato “Mollo tutto”?

N.O.: Assolutamente sì. Convivo con questo sentimento da quando ho iniziato, tipo alle scuole medie. Quando frequentavo il CPM a volte chiamavo Franco Mussida e gli dicevo che volevo smettere, senza aver fatto ancora nulla tra l’altro! Lui mi rassicurava dicendomi che mi sarebbe capitato molto spesso durante la mia carriera, come era successo a lui. 

Io comunque l’ho fatto sul serio. Mi sono iscritto ad un’agenzia interinale e mi sono ritrovato a lavorare per un’azienda che realizza camper di alto livello. Sono durato 3 mesi ma in quel periodo ho capito quanto fosse importante e seria per me la musica. Gli alti e bassi in questo mestiere, come in tutti del resto, li vedi continuamente; ci sono le giornate memorabili alla Royal Albert Hall o al Madison Square Garden, come quelle “normali” al pub sotto casa o addirittura quelle dove non suoni proprio.

P.G.: Parlando di grandi tour, quali sono le cose importanti che le persone non vedono e che contribuiscono alla buona riuscita di spettacoli di alto livello?

N.O. : Dipende molto dalla produzione. Ci sono quelle “piccole”, nel senso di mezzi e persone che si muovono, tipo un tour acustico con Ornella Vanoni e poi quelle giganti come quelle di Laura Pausini dove si spostano 12, 13 bilici di cose. Quello che non si vede è proprio la preparazione e la professionalità che c’è dietro; un’artista come Laura è capace di stare a provare fino alle 5 del mattino e a rendersi conto se un faro sul palco è stato cambiato. Ci sono fonici, backliners, tecnici video e tantissime altre persone che insieme contribuiscono a quelle due ore strepitose di show. È come un grande circo che si muove all’unisono, sera dopo sera.    

P.G.: C’è un artista con il quale hai lavorato che ti ha insegnato qualcosa di importante al di fuori della musica?

N.O. : Bella domanda! Secondo me l’artista non è necessariamente il frontman. Un fonico, un backliner…ci sono persone che lavorano dietro le quinte che hanno un’artisticità che va oltre la musica. Un tour manager ad esempio è un artista nell’organizzare dei viaggi nei minimi dettagli. Però se dovessi fare un nome è quello di Ornella Vanoni, che porto sempre nel cuore. L’ho frequentata per tanti anni, avevamo 50 anni di differenza; ci sentivamo spesso anche quando non lavoravamo insieme. Mi chiamava per sapere come stavo, come stava la mia famiglia…quando andavamo in giro insieme si parlava raramente di musica. Chiacchieravamo di vita vissuta, di tante cose e averla potuta vivere cosi da vicino mi ha dato veramente tanto.

Potrei fare anche il nome di Pietro Nobile, mio insegnante di chitarra; abbiamo fatto vacanze insieme, abbiamo creato un rapporto che è andato ben oltre la musica.

P.G.: Quanto conta la resistenza e la solidità mentale rispetto al talento per diventare un musicista di un certo livello?

N.O. : Le due cose, ammesso che ci siano entrambe, sono diverse perchè il talento è innato mentre la solidità mentale la puoi perfezionare, addirittura imparare sul campo. Si parte dalle serate con gli amici fino ad arrivare a palchi davanti a 60000 persone. Tra l’altro per me è più difficile stare in situazioni piccole, perchè davanti a tantissime gente sei quasi in una bolla, con le tue cuffie e la tua concentrazione. Con l’esperienza impari a stare focalizzato. Avere entrambi significa poter giostrarsi meglio nelle varie situazioni; il talento ti aiuta ad imparare i brani, a improvvisare mentre l’essere centrati è fondamentale per tutta la parte di gestione di se stessi e del proprio lavoro.

P.G.: Come mantieni la tua identità musicale lavorando per altri artisti?

N.O. : Questa è una domanda difficile. Credo di avere la mia personalità e il problema è capire quanto mi posso spingere in quella direzione lavorando per qualcun altro. Si sente spesso dire che lavorando per produzioni, musical, programmi televisivi tu sia una specie di maggiordomo al servizio di quel particolare contesto. È vero perchè, quando non specificato, sei tu che devi capire quanto puoi mettere del tuo e quanto attenerti alla parte. Altre volte è più semplice perchè è l’artista che ti chiede espressamente di metterci del tuo; con Laura ad esempio c’è molto live ma le parti sono ben delineate proprio perchè ad esempio i fan si aspettano di sentire una certa cosa in un dato momento. Con Ornella o adesso con Angelo Branduardi ho più spazio, più momenti nei quali posso metterci del mio, perchè le esigenze di produzione sono differenti.

P.G.: Esiste la solitudine in un grande tour?

N.O. : Esiste eccome. Penso che il “sentirsi solo” sia profondamente legato al tuo stato d’animo. Io tendenzialmente sono una persona aperta, solare e cerco sempre di divertirmi e di vivere al meglio ogni momento. Io vivo serenamente i momenti da solo, mi piacciono. Li uso per ricaricare le batterie, per riflettere. Quindi per me, quando c’è, è una solitudine che apprezzo.

P.G.: Feeling o tecnica?

N.O. : Feeling

P.G.: Valvolare o digitale?

N.O. : Valvolare

P.G.: L’assolo più sopravvalutato

N.O. : Quello di Van Halen in Beat It di Michael Jackson

P.G.: L’album che tutti dovrebbero ascoltare

N.O. : Uno solo? Ti dico On Every Street dei Dire Straits

P.G.: Cosa diresti oggi al Nicola sedicenne?

N.O. : A sedici anni ero sicuramente a suonare in qualche posto…anche la batteria suonavo. È stato forse il periodo in cui ho studiato di più. Cosa gli direi? Continua così! Stai facendo bene e resta sempre umile. Penso sia una qualità importantissima!

P.G.: Nicola grazie mille per essere stato con noi e per aver condiviso la tua esperienza con il nostro pubblico

N.O. : Grazie a voi, speriamo di rivederci presto!

Contenuti Correlati

Matteo Bidoglia