Alla fine è successo: la Scala del Calcio è diventata per una notte la Scala del Metal. Per l’unica data italiana del Run For Your Lives World Tour 2026, gli Iron Maiden hanno fatto le cose in grande e hanno scelto lo Stadio San Siro di Milano come palcoscenico per il loro show. Non potevamo mancare all’attesissimo concerto dei maestri dell’heavy metal britannico e vi raccontiamo com’è andata, direttamente dal prato.

Trivium: un apertura di metal purissimo
Sono circa le 18 quando entro nel prato dello stadio e, anche se l’evento non è sold out e ci sono state tante polemiche sui prezzi dei biglietti (di certo non esattamente popolari), l’evento si può già dire riuscito. Fan già in visibilio tra tatuaggi, bandiere e ovviamente maglie degli Iron Maiden, che di solito si vedono ovunque, ma questo è proprio il contesto giusto per sfoggiarle. Il popolo del metal ha risposto presente e non vede l’ora di ascoltare dal vivo una band che ha scritto pagine fondamentali per la storia del genere.
Si inganna la lunga attesa con tantissima buona musica e ottime chitarre, tra cui spiccano omaggi a Ozzy Osbourne (con tanto di ovazioni del pubblico), Slash, Led Zeppelin, AC/DC, Guns N’ Roses e tanti altri classici che scaldano il pubblico.
Alle 19:23 salgono sul palco i Trivium, la band statunitense a cui è affidata l’apertura della serata. Siamo ovviamente in territorio metal, con il cantante e chitarrista Matt Heafy che suona una bellissima Epiphone Les Paul Custom nera (molto probabilmente il suo modello signature), mentre Corey Beaulieu imbraccia la sua signature Jackson King V. I cabinet sono EVH, mentre i sistemi per l’amplificazione sono probabilmente sotto il palco e non riusciamo quindi a vederli.
L’essenza del genere, con suoni molto pesanti, grande tecnica e un cantato growl, sono elementi ben presenti nel sound di questa band. Forse mi aspettavo un’apertura con sonorità più in linea a quelle dei Maiden, ma bisogna riconoscere la bravura dei Trivium e la loro estrema capacità di tenere il palco. Il pubblico per fortuna è già abbastanza anche sugli spalti e rende giustizia a questa ottima band americana.
“Buonasera siamo i Trivium, come va Italia? Bellissimo!”, ci saluta Matt, prima di ringraziarci e invitarci a scatenarci su The Sin and the Sentence. Il frontman è particolarmente scenografico, con tatuaggi colorati che ricoprono tutto il suo corpo e che da lontano fanno sembrare che abbia una maglia addosso.
La Custom ora è diventata bianca, ma la sostanza non cambia: il quintetto pesta che è una meraviglia e i musicisti sono chiaramente nel loro habitat naturale. Matt ricorda che quest’anno ricorre il ventesimo anniversario dalla prima volta che hanno aperto per gli Iron Maiden. Presenta il bassista Paolo Gregoletto e ci invita a saltare. Sentire un “GRAZIE MILLE” in growl è veramente entusiasmante, così come essere incitati a “CANTARE!”.
“GRAZIE MILLE, SIAMO I TRIVIUM A PRESTO ITALIA!” è il saluto finale di Matt alle 20:10 e noi possiamo dirci soddisfatti di questa apertura.
Iron Maiden: i maestri dell’heavy metal conquistano San Siro
Mentre sale l’attesa per l’inizio dello show degli Iron Maiden, ripenso alla scaletta di questo tour, ormai nota da mesi. Sentiremo praticamente solo hit, con brani selezionati dal 1980 al 1992. Non è un tour d’addio, ma per chi, come me, è al primo concerto di questa leggendaria band, risulta essere perfetta.
Doctor Doctor degli UFO prima e The Ides of March poi (con un bellissimo video che ci porta tra le tipiche strade inglesi, piene di riferimenti ai brani della band) annunciano che ci siamo. Alle 20:52 si parte, con un trittico di canzoni estratte da Killers del 1981: Murders in the Rue Morgue, Wrathchild, e la title track di quel bellissimo album.
Ci rendiamo subito conto che Bruce Dickinson è in splendida forma vocale e il turbinio di tre chitarre è già emozionante: Dave Murray con la sua Stratocaster, Adrian Smith con una Lado e Janick Gers, anche lui con una Strat, danno spettacolo, mentre l’immortale Steve Harris suona il suo Fender Precision ancora con l’energia di una volta. Alla batteria c’è Simon Dawson, che ha sostituito nel 2024 Nicko McBrain. È tutto old school, è tutto suonato ad alti volumi e con strumenti classici, è tutto vero.
Eddie fa la sua comparsa sul palco durante Killers, prima del saluto di Bruce alla folla: “Finalmente hanno permesso a una band metal di suonare a San Siro!”. I cori per i Maiden già si sprecano e anche lo stesso Bruce sembra sorpreso dall’affetto e dal calore del pubblico italiano.

Phantom of the Opera è uno dei miei brani preferiti della band, su cui parte anche il primo pogo nel prato. Un vero classico del metal, così come The Number of the Beast, un vero tripudio, con il maxischermo centrale che proietta immagini dei film che hanno fatto la storia del genere horror negli anni ‘20 (come Nosferatu).
Bruce si ferma un attimo per salutare San Siro: “è uno stadio leggendario e siamo onorati di essere la prima band metal a suonare qui”. 38 anni fa non sarebbero mai stati in grado di sognare che sarebbero arrivati qui, a suonare di fronte al più grande pubblico italiano mai visto per un loro concerto. Ecco perché Bruce ci invita a sognare in modo infinito.
Infinite Dreams è un brano veramente stupendo ed erano anni che non veniva suonato dal vivo. Ogni pezzo ha ovviamente la sua scenografia corredata e questa è particolarmente bella. Bruce è ancora ottimo in tutta la performance, e non si tira indietro anche sull’acuto.

Scorgiamo delle divinità egizie sul palco e appare la copertina iconica dell’album del 1984: è il momento di Powerslave. Bruce è sulla parte alta del palco e indossa una maschera egizia. Il pezzo è ancora incredibile ed è un altro classico Maiden, con il bellissimo assolo di Dave con la sua Stratocaster a centro palco: melodico e di cuore. Poi tocca ad Adrian con la sua Lado. Grandissimo momento. “SCREAM FOR ME SAN SIRO!” urla Bruce sul ritornello e lo stadio risponde alla grande.

2 Minutes to Midnight è un altro must della band, con tanto di assolo di Adrian con una Jackson particolarissima, che ha un body decorato a tema per il pezzo.
Bruce si rinfresca un attimo, sperando di trovare del limoncello nella sua borraccia, ma trovando acqua come tutte le altre sere. “Water, water everywhere…”, arriva quindi un’altra grande opera della band: Rime of the Ancient Mariner. Pezzo davvero epico, super scenografico, in alcuni passaggi quasi prog, ispirato dalla ballata di Samuel Taylor Coleridge. I Maiden quasi settantenni riescono ancora a interpretare un brano così lungo al massimo della loro forza, con un trasporto emotivo che ha davvero pochi eguali.
E le energie non sono di certo meno per Run to the Hills, un vero e proprio inno, o per la bellissima Seventh Son of a Seventh Son, title track dell’album del 1988. Il sustain sulla voce di Bruce si sente ancora tutto: il cantante ci regala infatti una nota di più di 30 secondi con una facilità impressionante. Anche in questo caso gli assoli di Adrian e Dave sono a base di montagne di gain, Floyd Rose per le dive bomb e tanto, tantissimo cuore.

The Trooper è un altro inno e c’è davvero tutto: Bruce che sbandiera sulla parte alta del palco (la Union Jack prima e la bandiera italiana dopo), Eddie vestito da soldato sul palco e soprattutto del metal infuocato.
Hallowed be Thy Name racconta la storia delle ultime ore di un condannato a morte, ecco perché Bruce canta tutto il brano direttamente da un gabbia, con il resto della band a centro palco. Grazie alle bellissime grafiche sullo schermo vediamo il cantante andare al patibolo e sopravvivere misticamente all’impiccagione, prima di tornare a centro palco sul finale. Un momento davvero incredibile.
Iron Maiden, brano di chiusura del primo album, è un punto d’inizio di tutto. Anche se Paul Di’Anno non c’è più, l’energia dei suoi brani è ancora tutta nelle corde di Bruce.
Arriva una pausa vera (la prima finora), prima dei bis. Il primo è Aces High, un altro pezzone clamoroso della band, introdotto da immagini di combattimenti aerei durante la II Guerra Mondiale e, ovviamente, dalle parole di Winston Churchill nel suo leggendario discorso “We Shall Fight”. Bruce questa volta è un aviatore (cosa che sa fare anche veramente, tra le altre cose), e anche in questo pezzo la dose di adrenalina è altissima.
Fear of the Dark è forse il primo brano che abbia mai sentito dei Maiden ed è tuttora uno dei miei preferiti. Bruce ha la lanterna ed è un viandante nella notte. Ci incanta anche in questo penultimo pezzo, davvero da brividi, con un crescendo incredibile e la ripresa del tema sul finale che è sempre spettacolare.

Wasted Years chiude lo show ancora in un tripudio. Un pezzo dal bellissimo significato e con una grande melodia, in pieno stile Maiden. Sono queste le note su cui la band ci dà l’arrivederci alla prossima occasione.
Il concerto è stato un vero trionfo. Gli Iron Maiden hanno conquistato San Siro e i fan italiani con la lora musica, dimostrando di avere ancora tantissimo da dire e di non essere assolutamente pronti per il ritiro. Sono ancora in piedi, sono ancora leggendari e hanno ancora moltissimo da insegnare.
Scaletta Iron Maiden – Milano Stadio San Siro
- Murders in the Rue Morgue
- Wrathchild
- Killers
- Phantom of the Opera
- The Number of the Beast
- Infinite Dreams
- Powerslave
- 2 Minutes to Midnight
- Rime of the Ancient Mariner
- Run to the Hills
- Seventh Son of a Seventh Son
- The Trooper
- Hallowed be Thy Name
- Iron Maiden
- Aces High
- Fear of the Dark
- Wasted Years
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