Due mondi che si uniscono: la voce profonda e la chitarra inquieta di Tony Joe White incontrano il fraseggio limpido e le note piangenti della Stratocaster di Robert Cray. La collaborazione tra questi giganti della musica e delle sei corde è la sintesi perfetta tra il blues crudo e melmoso delle paludi e il soul raffinato ed elegante. Un incrocio imperdibile per la nostra speciale rubrica Crossroads.

Swamp & Soul: l’incontro tra due anime blues
Il blues del Futuro
“Ho avuto il grande piacere di lavorare con Tony Joe, e di vedere e sentire la sua anima. White e la sua musica sono così sinceri e sentiti. Ancora una volta, attraverso di lui, mi viene ricordato che bisogna liberarsi dai propri pregiudizi quando si scrive, o qualunque cosa si faccia. Questo mi piaceva di Tony”. Estratto da articolo di Joseph Hudak per rollingstone.com, 2020).
Il futuro del blues, il blues del Futuro: un chiasmo che rappresenta e rafforza l’idea di una musica che volutamente alterna, fa dialogare e mette a confronto canzoni di ieri e di oggi. Un modo per riverberare e proiettare nel domani la modernità di capolavori passati e nel contempo proporre opere del nostro tempo. Robert Cray in tutta la sua carriera ha svolto la funzione di messaggero, traendo linfa dalla lezione della cultura afroamericana per disegnare nuovi paesaggi sonori memori della tradizione.
Infrangere le barriere, contaminare, riscrivere, innovare: lo stesso motto di Tony Joe White, coinvolto nel suo album del 2017 Robert Cray & Hi Rhythm, ove il “ragazzo” nato a Columbus, in Georgia, propone versioni intense di Aspen, Colorado e Don’t Steal My Love, composte dal “Sultano dello swamp rock”.
Aspen, Colorado e Don’t Steal My Love : l’incredibile affinità tra Tony e Robert
“I might go to Aspen, Colorado
And spend some time I hear it′s fine
When the leaves of autumn start to turnin′
And one falls softly to the ground
I have thoughts of other places
Some new town to be found”
Tony Joe White, un artista dalle doti incredibili, con una storia importante, eppure sempre umile, disinvolto e alla mano. Un sodalizio voluto fortemente da Cray, che unisce il calore ancestrale della Louisiana alla grande cifra emotiva del soul moderno: nasce un dialogo sonoro in cui il racconto intimo e malinconico di Tony Joe in Aspen, Colorado si specchia nello stile inconfondibile di Robert. Il culmine di tale alchimia artistica si celebra poi in una spiritata Don’t Steal My Love.
Entrambi i brani, inclusi in Black and White (1969), brillano per autenticità e ritmo anche cinquant’anni dopo: l’interpretazione viscerale e polverosa di “Swamp Fox” (“volpe della palude”, il suo bellissimo e appropriato soprannome) si scontra e si fonde nella pulizia tecnica e vellutata dell’autore di Smoking Gun.
Il rispetto reciproco e lo spirito dei due musicisti sono splendidamente riassunti dalle parole di Cray, che definisce l’amico un’ispirazione costante: un’anima pura, capace di ricordare a chiunque l’importanza di lasciarsi andare per far fluire la musica e la scrittura in modo del tutto naturale, come accaduto per Polk Salad Annie, chiaramente autobiografica.
Polk Salad Annie, cinquant’anni e non sentirli
“Now some of y’all never been down South too much
I’m gonna tell you a little bit about this
So that you’ll understand what I’m talking about
Down there we have a plant that grows out in the woods and the fields
Looks somethin’ like a turnip green
Everybody calls it polk salad
Polk salad, huh”
Black and White è un disco che analizzato al giorno d’oggi sorprende ancor di più per la lungimiranza, per quell’essere visionari in musica, e stupisce per come sia stato scandagliato così a fondo in questo recente progetto di Cray, assistito da uno dei più grandi produttori, compositori e batteristi del genere, Steve Jordan.
Aspen, Colorado è anche il lato B del 45 giri di successo Polk Salad Annie (altra traccia in scaletta per Black and White), pubblicato nel giugno 1969. La registrazione originale vede la partecipazione di una band composta da musicisti di Elvis Presley, il bassista Norbert Putnam, il batterista Jerry Carrigan, della Muscle Shoals Rhythm Section, e il tastierista David Briggs. Proprio “The Pelvis” avrebbe poi registrato la canzone, ricevendo grandi riscontri.
Ed ecco l’eredità: poco prima della scomparsa di White nel 2018, la coppia unisce ancora una volta le forze per registrare nuovamente questo classico. L’edizione aggiornata di Polk Salad Annie viene rilasciata il 23 luglio 2019, in occasione del settantaseiesimo anniversario della nascita di Tony Joe, ed è considerata la sua ultima registrazione, studiata per festeggiare i cinquant’anni trascorsi dal suo primo successo.
La struggente dedica di To Be With You
Per l’esecuzione di Polk Salad Annie in particolare si aggiungono Bryan Owings, batterista di lunga data di White, e una sezione fiati composta da tre elementi.
Ma non è finita qui! Nel successivo That’s What I Heard (2020), Cray rende omaggio al suo vecchio amico con la struggente To Be With You. È un’esibizione sentita, con il delicato accompagnamento della sei corde a creare un’atmosfera suggestiva. “If I could do anything, I would do everything for you. If I could go anywhere, the place I’d be is right here with you”, canta Robert, prima che la ballata culmini in un breve assolo che raggiunge il cielo. Emozionante.
La lezione degli innovatori
Un futuro brillante, fruttifero e positivo. Gli sforzi di White, la rivoluzione blues intrisa di soul di Cray lasciano un patrimonio immane, con quest’ultimo ancora sul palco a testimoniarlo insieme alla sua adorata Fender Stratocaster (amata e suonata strenuamente anche dal suo compare), a ricordare che tutto è cominciato più di un secolo fa. Prima Robert Johnson, poi Muddy Waters, ma il blues ha avuto un degno erede anche nel suono paludoso di quest’uomo bianco con cui Robert ha costruito un ponte, congiungendo due popoli.
Tony era una persona umile e di classe. Non si vantava mai di sé stesso nonostante avesse una tale mancanza di confini musicali da sbalordire, e piacesse infinitamente a un numero smisurato di cantautori in così tanti generi diversi. È il momento di ripercorrere le tappe salienti dell’incredibile carriera di quest’uomo dallo stile di vita e chitarristico rilassato, ma capace di emozionare e infervorare il cuore di chi lo ascolta.

La voce del fango e della luna. L’anima oscura e la chitarra blues di Tony Joe White
“Neanche un cattivo pensiero”
“My mama was Cherokee
Spent her life on a river farm
She had seven kids and let us know
There was plenty of room in her arms
She would start the day with a smile on her face
And not one bad thought”
C’è un brano bellissimo, Not One Bad Thought, in un disco altrettanto meraviglioso, Uncovered (2006), nel quale Tony Joe racconta di essere il settimo figlio della famiglia, con la madre di origine Cherokee, una donna “con un sorriso stampato sul suo viso e mai un cattivo pensiero”.
Nato il 23 luglio 1943 a Oak Grove, Louisiana, cresciuto nelle piantagioni di cotone di quel luogo, White ha trasformato l’atmosfera afosa e acquitrinosa del Sud in un sound ipnotico, diventando l’autore di capolavori senza tempo.
Dopo le prime esperienze di gruppo, a metà anni Sessanta si muove in Texas, poi è di stanza a Nashville, ove con la sua chitarra funky e una voce baritonale, profonda e ombrosa, comincia a costruire la sua carriera e i suoi successi. Senza mai dimenticare le sue origini di figlio della terra e delle paludi, forgia il suo stile mescolando blues (Lightnin’ Hopkins è un suo pallino), country, r&b e folk rock.
Il primo disco Black and White gli apre le porte della fama, ed è notevole anche il suo riscontro come songwriter, con una pletora di star a far propri i suoi brani, tra cui il sontuoso Rainy Night in Georgia, campione d’incassi per Brook Benton.
Un crescendo di emozioni, fino ai difficili anni Ottanta
Ospite di Johnny Cash nel suo famoso programma (per l’occasione sfoggia una Gibson ES-330), oppure in tour con i Creedence Clearwater Revival: i Seventies nella loro prima metà si rivelano sgargianti per “la volpe della palude”. Pian piano, poi, gli album cominciano a vendere meno e a venire ignorati, forse anche per una minore ispirazione. Tuttavia, in quel momento subentra la sua saggezza di uomo tranquillo, pacato, rilassato, che non si è mai esaltato per i risultati raggiunti e non riconosce come sconfitta concentrarsi principalmente sul songwriting, lasciando in primo piano altri musicisti a interpretare le sue canzoni.
Gli Eighties scorrono veloci e senza scossoni fino al primo segnale di risveglio artistico, grazie ai successi come autore delle hit Steamy Windows, Undercover Agent for the Blues e Foreign Affair. Il merito è in parte dell’amico Mark Knopfler, uno dei suoi più grandi fan, allora molto vicino a Tina Turner (della quale era stato produttore), il primo a credere al valore e al contenuto di quei brani insieme a Dan Hartman.
La rinascita di Closer to the Truth e l’unicità di Smoke from the Chimney
Il 1991 segna il ritorno discografico in prima persona, con una nuova etichetta e sulla scia del clamore creato dalle sue composizioni per la Turner. Closer to the Truth lo riconferma un punto di riferimento fondamentale per lo stomp blues e il southern rock, e gli anni via via a seguire contribuiscono a introiettarlo nuovamente nel music business, con il picco di Uncovered, ricco di collaborazioni leggendarie quali Eric Clapton, Mark Knopfler (poteva forse mancare?) e Michael McDonald.
Pure l’attività dal vivo, spesso oggetto di fortunate pubblicazioni, è di notevole qualità: nel 2006 apre un concerto di Roger Waters, si esibisce da David Letterman con i Foo Fighters (2014) e prosegue alla grande fino all’improvvisa morte, il 24 ottobre 2018, a causa di un infarto. Ci pensa il disco postumo Smoke from the Chimney, realizzato nel maggio 2021, a ricordare quanto fosse unico e speciale quest’uomo, che conquistava ineffabilmente per quel fascino sudista, per i suoni accattivanti, con swamp, funk e soul pronti a intrecciarsi dopo essersi immersi nella sorgente del blues.
Lo stile e le chitarre di TJW
Smoke from the Chimney contiene nove demo vocali e chitarristiche di White, rielaborate, arrangiate e prodotte da Dan Auerbach, pronto a prendere in mano la situazione e dare il meglio per rimembrare uno dei suoi eroi. I brani vedono la partecipazione di molti dei migliori session men di Nashville, tra cui il batterista Gene Chrisman, il tastierista Bobby Wood, il bassista Dave Roe, e vantano la speciale presenza di Marcus King, letteralmente innamorato del tocco inconfondibile di Tony Joe, del suo swamp rock torrido e umido, nato nelle paludi della Louisiana, contraddistinto dalla “whomper stomper guitar”. Ma quali erano le caratteristiche principali dello stile della “volpe della palude”?
Peculiari sono sicuramente lo “swamp box”, ossia il distorsore della sua chitarra, i riff ipnotici, la voce baritonale, bassa, gutturale e cavernosa, il tocco vellutato dell’armonica, e la scelta di un basso e una batteria inestinguibili, come uno stantuffo senza soste.
Le sue ballate nascono tutte alla stessa maniera, con la medesima, unica ma originale impostazione, un vero marchio di fabbrica, al pari della sua Fender Stratocaster.
“Usavo una Stratocaster sin dai tempi in Texas, ma Waylon Jennings ed io eravamo diventati buoni amici da quando mi ero trasferito a Nashville. Un giorno venne a casa mia con la sua vecchia Cadillac e mi chiese: ‘Suoni una Stratocaster, vero? Io le odio’, (Ride). Ovviamente lui preferisce le Telecaster. Aprì il bagagliaio della sua auto, dove c’era una Strato del 1958, e mi disse: ‘Voglio lasciarti questa, perché a me non piacciono proprio’. Ce l’ho ancora nel mio studio, suona benissimo. Provai a non accettare quel regalo: ‘Non posso prenderla, ma sai quanto vale?’. E lui rispose: ‘Non me ne frega niente del prezzo. Se non la vuoi, la metto davanti a questa Cadillac e la schiaccio’. Così è diventata mia.”
Estratto da intervista di Les Thomas a Tony Joe White per unpaved.com, 2015).
La 1958 Fender Stratocaster sunburst è per antonomasia la sua chitarra più leggendaria, regalatagli dall’amico Waylon Jennings nel 1973. Appena in suo possesso, White ne blocca il tremolo e adopera esclusivamente il pickup al manico al fine di ottenere quel sound “grasso” e profondo: la utilizza così per la maggior parte della sua carriera. Questo esemplare è stato persino esposto e suonato da altri grandi chitarristi presso il Carter Vintage Guitars.
La “Strato” del 1966 è un altro modello usato a lungo come cavallo di battaglia per concerti e sessioni, mentre, per chiudere il cerchio, nei primi anni della sua carriera, prima di sposare definitivamente il brand Fender, si esibisce in alcune occasioni con una chitarra semiacustica, la Epiphone Casino, e, naturalmente, con la Gibson ES-330.
La musica di Tony Joe White è sempre stata un geniale miscuglio di umori, stili e generi, come quella di un altro grande, sottovalutato virtuoso: J.J. Cale. Un nuovo episodio di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta cominciando a prendere forma!
Stay tuned
To be continued…
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