Angherie, minacce, discriminazioni, stereotipi e luoghi comuni: l’irrequieto Chuck Berry ha affrontato una strada lastricata di difficoltà per raggiungere il successo e coronare un sogno, dovendo faticare e sudare le cosiddette sette camicie per emergere. La sua lungimiranza, il suo coraggio hanno spianato il percorso a tanti altri artisti, finalmente liberi di potersi esprimere su un palco senza essere ghettizzati per il colore della pelle. Ne sa qualcosa Robert Cray, da sempre sensibile ai diritti del popolo afroamericano e fan accanito dell’autore di Johnny B. Goode. Grazie alla nostra speciale rubrica Crossroads, andiamo a rivivere la sorprendente storia del loro unico e leggendario incontro.

Chuck e Robert, due musicisti all’avanguardia
Nel segno del rock e del blues
Chi sostiene che Chuck Berry scrivesse sempre la stessa canzone dovrebbe vedere almeno una volta Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll, acclamato documentario e film-concerto pubblicato nel 1987. Accanto agli inni generazionali di Roll Over Beethoven, Back in the U.S.A., Johnny B. Goode e School Days (“Hail, hail rock and roll, deliver me from the days of old”) c’è Brown Eyed Handsome Man, un latin rock che è una delle prime e più argute prese di posizione della cultura nera e poi No Money Down e Too Much Monkey Business, autentiche poesie urbane ancora prima dell’invenzione di questo termine. Wee Wee Hours è un altro brano di grande intensità, caratterizzato dall’incedere lento, degna piattaforma per un’improvvisazione bluesy e ardente.
Nato per celebrare i sessant’anni di Berry, Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll incorpora il meglio di due concerti tenutisi il 16 ottobre 1986 al Fox Theatre di St. Louis e ospita in quasi tutte le canzoni citate Robert Cray, uno tra i luminari della chitarra presenti nell’opera insieme al promotore Keith Richards, a Eric Clapton e, limitatamente all’encore finale, Joe Walsh.
La partecipazione dell’allora nuova celebrità della musica blues, grazie al successo di alcuni significativi lavori quali Bad Influence (1983), False Accusation e Showdown!, ha un valore molto particolare, in quanto riporta alle radici afroamericane del genere. L’inclusione nelle interviste e nelle performance di artisti come Etta James, Little Richard e strumentisti del calibro di Johnnie Johnson e Steve Jordan ribadisce l’influenza innegabile della tradizione black sulla musica mondiale.
Brown Eyed Handsome Man: l’incredibile affinità tra Cray e Berry
“Beautiful daughter couldn’t make up her mind
Between a doctor and a lawyer man
Her mother told her, ‘darling, go out and find
Yourself a brown eyed handsome man
Just like your daddy, he’s a brown eyed handsome man’”
Buddy Holly, Johnny Rivers, Nina Simone, Waylon Jennings, Paul McCartney sono solo alcuni degli altisonanti nomi innamoratisi di questo brano, utilizzato da Chuck Berry come brillante strumento letterario per sovvertire gli stereotipi razziali e mettere in risalto il fascino universale e magnetico degli uomini di colore attraverso le diverse epoche e culture. Per interpretarlo durante lo show in suo onore non poteva che scegliere Robert Cray, un altro grande musicista per il quale la chitarra è diventata occasione di riscatto.
E musicisti bianchi come Julian Lennon, Keith Richards (celebri le sue cover di Berry con i Rolling Stones), Clapton (la sua devozione nasce con gli Yardbirds e prosegue da solista), Chuck Leavell, Bobby Keys e Linda Ronstadt, grandi ammiratori del “Pioniere del rock”, con la loro immensa passione per il genere contribuiscono alla buona riuscita dello spettacolo.
Un lavoro entusiasmante, che, oltre alle riprese dei concerti, include anche scene delle prove (su tutte una improvvisazione di Etta James in Hoochie Coochie Gal con Cray sugli scudi), meravigliosi, esilaranti colloqui con Chuck e i membri della sua famiglia, nonché interventi di star del calibro di Bo Diddley, Everly Brothers, John Lennon (immagini d’archivio), Jerry Lee Lewis, Roy Orbison, Little Richard, Robbie Robertson e Bruce Springsteen.
Hail Hail Rock ‘n’ Roll: l’indimenticabile esperienza di Cray a un evento memorabile
“È stato fantastico vedere la dedizione di Keith Richards e di tutti quelli che hanno lavorato al film, osservare il loro rispetto e coinvolgimento nel rendere omaggio a Berry. Ricordo una band composta da un cast straordinario di musicisti e cantanti: era come una lezione di storia stare lì seduti insieme a Chuck, guardarlo suonare con Johnnie Johnson. Un’esperienza bellissima”.
-Estratto da un’intervista di Steve Newton a Robert Cray, 20 luglio 2000.
Cray e Berry si sono incontrati una sola volta, collaborando intensamente per alcuni giorni nel periodo delle riprese, nell’ottobre 1986, ma è stato come se si conoscessero da sempre e aver vissuto tale esperienza ha un significato profondo per entrambi.
L’autore di Johnny B. Goode vede il suo futuro, la sua legacy in quell’uomo, in quell’eroe della chitarra dalle spiccate doti compositive. Robert è infatti l’unico a non subire la sua goliardia, la sua diffidenza, anzi sembra quasi che Chuck voglia proteggerlo, come si fa con un proprio figlio.
Mentre Keith Richards e altri nomi illustri hanno avuto scambi accesi e spesso polemici con lui nel corso del documentario, Cray ha il ricordo di un’esperienza del tutto serena. In qualità di “novellino del gruppo”, Berry lo tratta con gentilezza, senza creare mai alcun problema, proponendogli persino una volta di prendere un caffè insieme, solo loro due.
La lezione di Chuck a Robert e quel mentore in comune
Nel tempo Cray ha riconosciuto le difficoltà di molti musicisti a relazionarsi con Berry durante le riprese del film. Indubbiamente era molto riservato e diffidente, probabilmente a causa dei maltrattamenti e delle battaglie legali che aveva dovuto affrontare nel corso della sua carriera, e ciò lo portava a tenere gli altri artisti a distanza.
Tuttavia, è innegabile quanto l’interazione con tale leggenda del rock abbia lasciato un segno indelebile nella sua carriera. La capacità di riemergere dalle situazioni più difficili, l’ironia e a volte la rabbia usate per combattere gli stereotipi, i pregiudizi e la discriminazione sono state un esempio per lui, nato nel profondo sud degli States e fin da ragazzino innamorato di canzoni come Roll Over Beethoven e Too Much Monkey Business.
Un altro grande artista afroamericano è stato una sorte di mentore per Robert e guarda caso, ha rappresentato una figura importante anche per l’excursus artistico di Chuck: si tratta di Muddy Waters, che una volta definì Cray il suo figlio adottivo, un onore raro riservato solo ai suoi artisti preferiti.
Già indirizzato al grande successo, con Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll spicca sempre più in alto il nome di Robert Cray nell’Olimpo del blues. Quando l’anno dopo, nel 1987, il film concerto vede finalmente la luce, il nuovo reuccio del genere si sta godendo il successo planetario di Strong Persuader e la sua presenza in mezzo a nomi così famosi durante quello show leggendario non fa che accrescere a dismisura il suo appeal. Ma riavvolgiamo un attimo il nastro e andiamo a scoprire come è iniziata la storia di questo formidabile guitar hero.

Il futuro della tradizione. La parabola artistica di Robert Cray
Dalle radici del Sud la rinascita del blues: la Robert Cray Band
Figlio di un militare, Robert Cray nasce il 1° agosto 1953 a Columbus, in Georgia. Folgorato subito dalla musica, la sua magnifica ossessione, trova in Albert Collins e Freddie King i propri eroi chitarristici.
Il suo esordio nel primo gruppo avviene alle scuole superiori a Newport News, in Virginia, e poco dopo si trasferisce con la famiglia nello stato di Washington. Una lunga gavetta lo porta a suonare in giro per la West Coast (la California diventa nel tempo la sua dimora), a migliorare le doti tecniche ed artistiche e a frequentare uno dei suoi maestri, Muddy Waters, con cui ha l’incredibile opportunità di esibirsi per sei concerti, eventi che lo segnano per sempre.
I tempi diventano maturi per il debutto discografico a nome Robert Cray Band, con il sorprendente Who’s Been Talkin’ (1980), seguono i convincenti Bad Influence e False Accusations, preludio al capolavoro Strong Persuader. Eric Clapton (con il quale scriverà Old Love) lo indica già come futuro del blues, attribuendogli la rinascita del genere in quei difficili anni Ottanta.
Smoking Gun: l’ascesa di Robert Cray
Tradizione e novità. Con Strong Persuader Cray si candida come “The Next Big Thing” del blues, strizzando l’occhio, però, anche a soul e r&b. Un album urgente e necessario per la musica del diavolo, che non si limita a raccontare il passato: lo attraversa e lo trasforma. La voce dolce e acuta, la chitarra pungente, l’anima di Memphis: Smoking Gun e Right Next Door (Because of Me) sono i pezzi clou dell’opera, una fotografia musicale che inquadra il momento vissuto.
Tutte le composizioni sono comunque meritevoli, danno quel senso di compattezza pur mantenendo ognuna la sua diversità. Ora Robert Cray è un tipo che può competere, con il dovuto rispetto, con i suoi idoli Albert Collins, Johnny Copeland e Albert King (e infatti poco prima di Strong Persuader, nel 1985 ha inciso un disco con i primi due, Showdown! e il terzo ha addirittura realizzato una cover della sua Phone Booth), però è anche riuscito a farsi ascoltare in radio con sonorità e ritmiche moderne, testi poco scontati, e a non rimanere in modo autoreferenziale rinchiuso nella nicchia blues. Ecco il motivo del suo grande successo.
Il nuovo picco di Twenty
A partire dal pluripremiato Don’t Be Afraid of the Dark (1988), ottimo, ma troppo reminiscente della lezione di Strong Persuader, per arrivare al discreto Time Will Tell (2003), qualcosa si è però inceppato nella creatività, genuinità e spontaneità di Cray e compagni. Nonostante alcuni cambi di formazione e produzione, Robert sembra si sia adagiato sugli allori, dal vivo il suo gruppo rimane quella macchina potente e ben oliata che riporta nei mondi di Howlin’ Wolf e Willie Dixon, ma in studio sembra aver perso l’ispirazione.
Tuttavia nel 2005 esce Twenty, il suo quattordicesimo album, e rinvigorisce una fiamma che si stava estinguendo nella routine e nell’eleganza fine a se stessa. Niente guest star di lusso o particolari artifici: torna a parlare la musica, blues, declinata dal chitarrista nel suo solito stile, ma con canzoni fresche e compatte e una particolare attenzione alle liriche.
Twenty è la prova della maturità. Si incanala al solito il blues urbano, che è il suo fondamento del sound, ma sempre lievitandolo con l’anima soul, l’amore per Sam Cooke, Otis Redding e le ballate r&b, sostenendo il tutto con l’amata Fender Stratocaster pura e priva di distorsioni. L’opera incarna il momento di una piccola rinascita, una nuova fresca commistione di generi si evidenzia soprattutto negli highlights presenti in scaletta: si parte dal reggae blues pieno di sentimento dell’opener Poor Johnny per giungere alle note struggenti della title track, una struggente ballad che tratteggia la tristezza di ogni guerra descrivendo quella allora in atto in Iraq.
Sono cambiati a volte gli argomenti, permangono i temi della difficoltà nelle relazioni sentimentali, tuttavia c’è meno introspezione e si guarda più a ciò che accade di brutto nel mondo; in fondo quando si narra di un conflitto e delle sue conseguenze si descrive sempre un tradimento, che da personale diventa universale e coinvolge l’ingordigia dei potenti, pronti a sfruttare e discriminare il debole di turno. E Robert, memore della storia del padre e della lezione di Chuck Berry, si è sempre battuto contro le ingiustizie sociali.
Da Live From Across the Pond alla classe continua di That’s What I Heard
Proprio dopo questa prova Cray e i suoi “ragazzi” si lanciano in un tour mondiale che conduce alla pubblicazione del bellissimo Live from Across the Pond, registrato alla pregiata Royal Albert Hall. La vita artistica prosegue di gran lena fino ad oggi per merito sempre di un’intensa attività dal vivo e di lavori da ricordare come This Time (2009), ove il protagonista di questa puntata si ricongiunge con il bassista Richard Cousins, membro storico della band, In My Soul (2014) e That’s What I Heard (2020). Questi ultimi vedono la partecipazione di quel mago di Steve Jordan, incrociato agli inizi del successo proprio durante le sessioni tenutesi per Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll.
Ecco un altro cerchio che si chiude! Batterista, compositore e produttore, Jordan ha contribuito a mantenere sempre accesa la fiammella dell’ispirazione e della curiosità a Cray, che si appresta a continuare il ruolo di messaggero e innovatore anche per le nuove generazioni, da John Mayer e Derek Trucks a Marcus King e Christone “Kingfish” Ingram.
Le chitarre di RC
Tutti i più grandi bluesman a lui contemporanei, dai Maestri B.B. King, John Lee Hooker e Buddy Guy, per passare a coetanei come Stevie Ray Vaughan e Sonny Landreth, hanno condiviso il palco con il “quieto” Robert Cray, sempre concentrato sulla musica e poco avvezzo ad atteggiamenti pirotecnici. Un virtuoso di sostanza, che nella sua parabola artistica ha privilegiato il brand Fender con Telecaster e, soprattutto, Stratocaster.
E proprio Fender offre due modelli di Stratocaster signature: la Robert Cray Custom Shop Stratocaster, esatta replica della sua storica chitarra, e la più economica Robert Cray Standard Stratocaster.
C’è un altro grande, sottovalutato chitarrista legato indissolubilmente al marchio Fender, al modello “Strato”: Tony Joe White, il quale, questo è il bello della musica e della nostra rubrica, si è incrociato in alcune occasioni proprio con Robert Cray. Una nuova puntata di “Crossroads”, la serie unica e speciale di Planet Guitar, sta cominciando a prendere forma!
Stay tuned
To be continued…
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