“Il più grande rocker di tutti i tempi”, non usa mezzi termini Bruce Springsteen, nel descrivere uno dei suoi idoli fin dall’infanzia, Chuck Berry. Maybelline, Roll Over Beethoven, Johnny B. Goode e Carol sono stati la colonna sonora del “piccolo Boss” ancora bambino, hanno influenzato la sua crescita musicale e un bel giorno, diventato ricco e di successo, è arrivato il momento di coronare un sogno, suonare insieme a quell’uomo così importante per la sua vita. Grazie a Crossroads, riviviamo la storia del loro magico e particolare incrocio.

Da Chuck a Bruce, la travolgente forza del rock
Il fiume (1): la metafora dell’acqua come lo scorrere del tempo
“We’d go down to the river
And into the river we’d dive
Oh-oh, down to the river we’d ride”
(The River, Bruce Springsteen)
“Well, John and Georgia never swanee
River keep on rollin′ up far
You know I didn’t roam million miles away
From where my mama let me run and play”
(Swanee River, Chuck Berry)
Da sempre i fiumi hanno plasmato i paesaggi, nutrito le culture e ispirato gli artisti. Nella musica classica, il mormorio dell’acqua, la forza delle correnti e la poesia dei paesaggi fluviali hanno dato vita a innumerevoli capolavori. Nel rock, il fiume è un potente simbolo dello scorrere del tempo, di redenzione, confine e cambiamento. Le canzoni più iconiche usano la metafora dell’acqua per raccontare storie di frontiera, di viaggi interiori e speranza, ma anche di sogni infranti e nostalgia dell’infanzia, di quei luoghi del cuore ove ci si rifugiava prima di diventare adulti.
Uno dei brani più emozionanti e struggenti di Bruce Springsteen si intitola proprio The River, e inquadra quel momento in cui la voglia impetuosa di vivere, tipica della giovinezza, si scontra con l’incubo della realtà del mondo dei grandi, soffocata da un’ideologia che misura la felicità solamente in modo materiale. Anche un pioniere come Chuck Berry, nella sua Swanee River, una reinterpretazione molto personale in chiave rock blues della celebre Old Folks at Home di Stephen Foster del 1851, ripensa con malinconia alle proprie radici, ai legami familiari di quando si era piccoli e di quello che si poteva diventare eliminando gli errori del passato.
Il fiume (2): la svolta di Chuck e Bruce
Meno famosa delle sue hit, ma molto profonda e sentita. Pure i Beach Boys e Ray Charles hanno inciso (a loro modo) Swanee River, segno di grande riverenza verso la Terra e i rifugi del cuore e dell’anima, in questo caso il fiume, l’acqua, simbolo di purezza e purificazione.
Contenuta nel suo album del 1975 intitolato semplicemente Chuck Berry, la canzone rappresenta una svolta rispetto alle sue vivaci storie rock ‘n’ roll, concentrandosi sulla nostalgia e sul rimpianto. Anche The River è considerato all’unanimità un’evoluzione artistica fondamentale per “The Boss”. Il suo storytelling si modifica, segnando il passaggio da una gioventù che sognava la fuga (in Born to Run) a una maturità che affronta il matrimonio, il lavoro e la disillusione. A quell’epoca, nel 1980, Bruce e il “padre della musica moderna” si erano già incontrati una volta, nel 1973. Del loro incrocio aveva maggiormente giovato il cantautore ancora in erba, felice di poter condividere il palco con il suo idolo, suonare le sue canzoni fonte di ispirazione per tutta la carriera.
L’adorato songbook di Berry: da Carol a Johnny B. Goode
I Beatles, i Rolling Stones, per arrivare fino all’amico Tom Petty, protagonista proprio della scorsa puntata di Crossroads, hanno fatto una cover di Carol, singolo di Berry pubblicato nel 1958, a dimostrazione di quanto l’inventore del leggendario duck walk abbia influenzato tutta la musica moderna pop, rock e blues. Springsteen rimane folgorato da quel brano grazie alla versione delle “pietre rotolanti”: è questo il primo pezzo di Chuck da lui ascoltato e ne risulta così colpito da andare a ritroso per scoprirne l’autore originale.
Il ragazzo del New Jersey ha avuto occasione di eseguire ripetutamente Carol nella sua carriera, ma tutto comincia tanto tempo fa, nel 1975, ispirato dall’inaspettato incrocio con uno dei suoi beniamini musicali avvenuto proprio in quel periodo.
L’incontro è passato alla storia anche per un aneddoto curioso raccontato dal Boss nel documentario del 1987 Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll e ricordato anche recentemente, durante una puntata del The Howard Stern Show: quando chiese a Chuck, giunto sul posto solo a cinque minuti dall’inizio della performance, quali brani avrebbero suonato, questi rispose semplicemente “Suoneremo delle canzoni di Chuck Berry”.
L’evento si svolge il 28 aprile 1973, presso la Cole Field House, Università del Maryland, College Park. Il concerto prevede tre artisti in cartellone: Berry come headliner, Jerry Lee Lewis in “seconda posizione”, Bruce e i suoi ragazzi ad aprire la serata.
Il contratto di Chuck obbliga il promotore a fornirgli una band di accompagnamento. A quanto pare Springsteen viene a sapere della clausola solo una settimana prima dello spettacolo e si offre immediatamente e gratuitamente. Così, la E Street Band dopo il suo set attende il termine di quello di “The Killer” e, senza prove, senza soundcheck, si avventura per quasi un’ora e mezza nel mondo dell’inventore del rock ‘n’ roll, stando ai suoi ordini dalle iniziali Maybellene e Rock and Roll Music fino alla conclusiva Johnny B. Goode, per la gioia di oltre quindicimila spettatori.
Purtroppo, non è rimasto alcun documento audio o video di tale esibizione, ma ventidue anni dopo arriva una nuova, sorprendente occasione.
Il memorabile incrocio grazie alla Rock & Roll Hall of Fame
Da una Johnny B. Goode in chiusura di uno show nel quale Bruce e la E Street Band sono letteralmente in soggezione di uno dei loro maestri a uno scenario tutto sommato simile il 2 settembre 1995, sul palco del Cleveland Municipal Stadium in Ohio per The Concert for the Rock and Roll Hall of Fame, davanti a circa sessantamila persone.
Un’esperienza al tempo stesso esilarante e terrificante. Chuck continua a cambiare tonalità durante l’esecuzione, chiama più volte gli attoniti Springsteen, Little Steven e Nils Lofgren ai cori durante il ritornello e nel momento di maggior guazzabuglio s’inventa d’uscir dall’impaccio con il suo celebre duck walk. Tutto è bene quel che finisce bene, comunque: l’entusiasmo del pubblico è alle stelle, i “ragazzi” della E Street Band e il loro leader tornano sereni allo stacco finale. Ancora una volta il Re del rock and roll ha lasciato il segno!
“No one does it better than Chuck Berry”, diceva d’altronde Bruce in uno storico concerto del 1978 prima di attaccare con Sweet Sixteen e il “vizio” di cimentarsi nel repertorio dell’artista di St.Louis è proseguito fino ai giorni nostri…
Sei corde iconiche per due Titani dello strumento
Berry & Springsteen con un linguaggio immaginifico si potrebbero definire gli “Architetti del Rock Americano”: il primo ne ha posato le fondamenta, il secondo ha costruito i muri e le storie di quella stessa America.
Entrambi hanno saputo raccontare la vita quotidiana, le automobili e i sogni della classe operaia statunitense. Due poeti della strada armati della “Spada della Libertà”, l’iconica Gibson ES-355 per l’uno e la mitica 1953 Fender Esquire per l’altro. La loro fedeltà per le chitarre elettriche ha fatto la storia del genere, le loro canzoni si ergono ad esempio di romanzo popolare, a storia compiuta in musica in soli tre minuti.
Il patrimonio di Berry e l’eredità di Springsteen
I due poeti del rock vantano solo tre incontri ufficiali: ne esiste quindi anche un altro del 21 gennaio 1987, sul palco del Waldorf-Astoria in New York City, tra una parata di stelle durante la grande e lunga jam session per la Rock & Roll Hall of Fame. Tuttavia, in quell’occasione i due si sfiorano appena, in mezzo a tante celebrità, tra cui Bo Diddley, B.B. King e Keith Richards. Eppure anche allora tanta affinità, e, come abbiamo già visto nelle altre situazioni, tanta goliardia da parte di Berry.
Per Springsteen Chuck Berry è stato il più grande rocker di tutti i tempi, come da lui dichiarato dopo la sua scomparsa nel 2017. E Il peso dell’eredità del suo idolo è stato da lui sentito fin dall’inizio.
Dopo la morte di Presley nel 1977, da grande ammiratore di entrambi gli artisti, Bruce decide di scrivere un tributo a Elvis, Johnny Bye Bye, invertendo il titolo della nota canzone di Berry (Bye Bye Johnny) e riprendendo le prime due righe del testo per aprire il suo brano d’addio. Per questo motivo Chuck viene accreditato come coautore e si può anche sentire il suo ritmo di chitarra tipico che accompagna il testo.
Downbound Train, invece, tratta dal celebre Born in The USA, recupera le atmosfere cupe e spettrali e una sequenza onirica come il pezzo dallo stesso titolo di Berry. E gli esempi di tale devozione potrebbero continuare senza sosta e moltiplicarsi all’infinito se si andasse ad analizzare quante celebrità debbano il loro inizio e abbiano legato la carriera alle gesta e all’epopea dell’inventore del rock and roll.

Da roccia a montagna, l’epopea di Chuck Berry
It’s Only Rock ‘n’ Roll (But I Like It)…
Cosa avevano in comune John Lennon, Jimi Hendrix, Mick Jagger e Keith Richards? Un idolo: Chuck Berry. Il musicista che più li ha influenzati, l’uomo che ha inventato il rock’n’roll vanta altri personaggi illustri come suoi discepoli: Eric Clapton, Jeff Beck, George Harrison e Jeff Lynne sono solo altri fra i tanti fan di quest’uomo nato a St. Louis il 18 ottobre 1926 e un po’ turbolento fin da giovincello. Durante l’adolescenza il ragazzo passa più tempo in riformatorio che a casa e proprio tra le sbarre forma il suo primo gruppo musicale. Nel tempo il suo stile alla chitarra si affina e comincia a scrivere le prime canzoni. Si mantiene lavorando in fabbrica, facendo il portinaio dello stabile dove vive e suonando in piccoli locali, finché Muddy Waters lo ascolta e lo spinge ad incidere presso la Chess Records.
Il grande successo, il calo e la ripresa
C’è chi sceglie una destinazione, e chi invece segue un suono e da quel suono fa nascere un genere, oltre a una canzone perfetta. Inizia così la grande avventura, con evergreen del calibro di Maybelline, Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, Johnny B. Goode, Run Rudolph Run. Tutte hit indimenticabili. Nel mentre di un ascesa ormai conclamata, l’8 Settembre del 1955 Berry esegue per la prima volta la sua famosa mossa, il duck walk, il “passo dell’anatra”, accovacciato su una gamba, mentre salta sul palco, al Paramount Theatre di Brooklyn, a New York City. La vita sembra in discesa per quel ragazzo afroamericano cresciuto in una comunità nera che ha attirato l’attenzione dei bianchi con le sue canzoni (nelle quali trasforma la malinconia in inni di libertà), le prime ad avere la chitarra come strumento principale mentre la voce gioca con le note.
Tuttavia, il grande successo non affievolisce il suo difficile carattere, e vive ancora parecchi guai con la giustizia. Spesso l’incasso dei suoi concerti deve essere devoluto per mettersi alla pari con i debiti legali.
Gli anni Sessanta scorrono comunque bene grazie ai gruppi della cosiddetta British Invasion che ripropongono i suoi pezzi e alla sua vena compositiva sempre notevole, con i picchi di You Never Can Tell e Nadine (Is It You?). Il seguente decennio inizia blando, si impenna con Chuck Berry, lavoro omonimo di buona qualità, e finisce con l’artista a vivere di rendita, tra live di discreto livello e continue riproposizioni di vecchi successi. Gli eighties regalano parecchie soddisfazioni, soprattutto grazie a un’intensa attività dal vivo e al documentario Hail! Hail! Rock ‘n’ Roll (1987), che fa scoprire la sua figura di assoluto rilievo nel mondo della musica alla nuova generazione.
Gli ultimi squilli di tromba
Burbero, ladro, egoista, maniaco ed egocentrico, Chuck Berry ha sempre pagato caro tutte le sue azioni contro la legge, ma la musica lo ha sempre rimesso in carreggiata. La sua è una continua storia di peccato e redenzione, la storia di un uomo che era una semplice roccia ed è diventato una montagna che svetta. Nel 2013 suona ancora in giro per il mondo, e in una data tocca l’Italia, l’anno successivo chiude la sua stagione concertistica nella sua St. Louis, pochi giorni prima di compiere ottantotto anni.
Muore il 18 marzo 2017 nella sua residenza a Wentzville, in Missouri, e pochi mesi dopo viene pubblicato il suo ultimo album in studio, Chuck, il primo, in due decadi, costituito da nuovo materiale, con ospiti speciali quali Tom Morello e Gary Clark Jr.. Un disco bellissimo, che conferma il messaggio struggente rilasciato sui social dal “suo” Bruce Springsteen:
“Chuck Berry è stato il più grande interprete e chitarrista del rock, nonché il più grande autore di rock ‘n’ roll puro che sia mai esistito. È una perdita enorme, quella di un gigante senza tempo”.
Le chitarre di CB
Tutto l’universo del rock è andato ad abbeverarsi nell’arte dell’autore di Roll Over Beethoven: Beatles, Rolling Stones, AC/DC, Dire Straits, Beach Boys, la lista sarebbe infinita. Il cinema non è da meno, con Ritorno al futuro, Mamma ho perso l’aereo, Pulp Fiction, e anche qui l’elenco potrebbe crescere a dismisura. Associata a questo personaggio per niente scontato, capace di scrivere canzoni geniali come Johnny B. Goode, storia (in parte autobiografica) di un ragazzo di successo capace di incantare con la chitarra, non può che esservi una sei corde, anzi la sua sei corde per antonomasia, la già citata, mitica Gibson ES-355.
Tuttavia, per creare quel suono irripetibile Berry utilizza inizialmente una ES-350T del 1956 (o 1957) per poi passare alla ES-335 e, soprattutto, appunto, alla 355.
Il mondo Gibson regala parecchi altri modelli usati in vari momenti della sua lunga carriera, dalla Les Paul Custom nera alla B.B. King Lucille, fino alla Flying V. Una menzione speciale, infine, per il mondo Gretsch, specialmente con la White Falcon.
Chuck Berry è inoltre famoso per adoperare, sorprendentemente, Fender amps. Vi è invece un altro grande guitar hero che è collegato a questo storico brand pure per le chitarre, specialmente le Stratocaster. Si tratta di Robert Cray: proprio con Berry ha vissuto un’importante storia che merita di essere raccontata, di nuovo qui, sulle colonne di Crossroads, la serie unica e speciale di Planet Guitar!
Stay tuned
To be continued…
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