“La musica è probabilmente l’unica vera magia che ho incontrato nella mia esistenza… Commuove, guarisce, comunica”, raccontava Tom Petty in un’intervista pochi anni prima della sua tragica scomparsa. Uno dei Maestri con la M maiuscola per lui è stato Roger McGuinn: Mr Tambourine Man, Turn! Turn! Turn!e Eight Miles High, con il tintinnante suono della Rickenbacker l’hanno condotto in un mondo nuovo, ove si è sentito libero di dedicarsi interamente solo a ciò che più amava. E un importante capitolo della sua vita artistica (e non solo) è proprio la sentita collaborazione con il frontman dei Byrds, materia per un altro imperdibile episodio della nostra serie Crossroads.

Un eroe per amico
Suoni e poesie: American Girl e quell’incontro cruciale nel 1976
Analizzando a fondo le liriche di Tom Petty, emerge in lui una qualità non comune: l’essere specifico, ma allo stesso tempo impressionista. “She was an american girl raised on promises” ha mille riverberazioni, somma il meglio di molti concetti pregressi, unisce dettagli concreti a atmosfere sognanti. Un altro esempio potrebbe essere “Sometimes she used to sing”, da Depending On You, un’espressione apparentemente colloquiale, che inserita in una canzone dice tanto di più delle cinque parole usate.Pochi sono in grado di scrivere così. Tom ha il talento del poeta, tuttavia è più conciso, dote che il rock and roll ha accentuato in lui, avvicinandolo a grandi passi a uno dei suoi idoli, diventato poi grande amico.
“Quando ho composto questa canzone?” pare infatti sia stata l’esclamazione di un attonito Roger McGuinn al primo ascolto di American Girl, il brano che lancia Tom Petty & the Heartbreakers verso il successo. Sorpreso dalla bellezza, dalla profonda vicinanza melodica e ritmica del pezzo alle sue composizioni, il frontman di The Byrds ne incide addirittura una personale rivisitazionein Thunderbyrd, un interessante lavoro uscito poco dopo l’esordio solista. E proprio durante le sessioni di registrazione di quel progetto, nell’autunno 1976, un emozionatissimo Petty incontra il suo idolo al Record Plant di Los Angeles.
Nasce una profonda empatia, un’amicizia che conduce ad alcuni show insieme, il 7, 8 e 9 marzo 1977 allo storico Bottom Line di New York City, con l’allora ventiseienne rocker e i suoi “spezzacuori” a fungere da opener all’ormai leggenda McGuinn.
Un anno da ricordare per Roger: seppur lontano dai fasti del suo storico gruppo, i concerti tenuti sono davvero ispirati, con date in USA, in Europa e una costante, la presenza di una frizzante e spiritata American Girl in setlist, un motivo di cui si è follemente innamorato anche per le sue note vocali acute…
Da alunno a protettore
Tom è al settimo cielo. Conoscere e diventare confidente del proprio eroe musicale e chitarristico, con una canzone che diventa famosa e viene pure interpretata da chi aveva creduto in lui, è qualcosa di incredibile, un sogno a occhi aperti. La fine degli anni Settanta spiana la strada a Petty e compagni, e il decennio successivo rappresenta una specie di terremoto a livello di status artistico. Le parti si invertono clamorosamente, la fama si sposta velocemente dal mentore alla nuova rockstar, un self made man che adesso ha il suo nome scritto a caratteri cubitali accanto a quello di Bob Dylan (guarda caso!) sul cartellone dei concerti del 1987, mentre McGuinn si limita ad essere il loro support act.

Tuttavia, proprio durante il Temple in Flames Tour, Roger presenta in anteprima una nuova composizione, con Tom e gli Heartbreakers ad accompagnarlo. Un brano scritto a quattro mani in Settembre, il giorno della tappa in Svezia, poi registrato in studio alla fine di quell’anno, e infine reinciso più avanti, per il momento del grande ritorno sulle scene.
La data di Verona ad ottobre regala al pubblico italiano una succosa anteprima di King of the Hill, con Mike Campbell seduto e concentrato sulla sua pedal steel guitar, Petty che ricama arpeggi con la Fender Telecaster, mentre McGuinn suona la sua caratteristica Rickenbacker a 12 corde.
Spetta così ora a Tom diventare il custode del suono e dei tempi che furono per Roger e contribuire, con la notorietà acquisita, a favorire un’altra stagione di successo per il suo idolo, onorando la sua storica carriera e aggiungendo nuovi tasselli al mosaico sonoro dell’amico. Il 1991 è l’anno del rilancio per il pioniere del “jingle-jangle sound” e viene ufficialmente pubblicato il singolo King of the Hill, ispirato dall’autobiografia di John Phillips, membro fondatore dei The Mamas & the Papas, e dalla sua caduta nella tossicodipendenza.
Genuinità e anticonformismo nel segno della Rickenbacker
L’intensità di una canzone senza tempo, scritta a quattro mani, tuttora affascinante per le armonie vocali (è davvero incredibile la somiglianza delle voci!) e chitarristiche. Con King of the Hill il loro rapporto diventa un cerchio perfetto: l’allievo che diventa pari, difendendo l’eredità del maestro, legati per sempre dal suono cristallino e scintillante della Rickenbacker a 12 corde. Un sound che ha forgiato l’anima musicale dell’apostolo, spingendolo a spostarsi dalla Florida a Los Angeles per rincorrere un sogno.
Roger McGuinn è famoso per aver reso iconico il modello 360/12 e la variante a tre pickup 370/12 nei Byrds. Tom Petty e il suo chitarrista Mike Campbell hanno inseguito e utilizzato lo stesso tipo di sonorità, possedendo e avvalendosi di vari esemplari del marchio.
Non poteva mancare, quindi, la Rickenbacker 660/12 Tom Petty Signature, disponibile in edizione limitata tra il 1991 e il 1997, progettata basandosi su un prototipo del 1964 di proprietà del rocker biondo. Inoltre, Petty è associato alla 625/12, adoperata da Campbell in brani come Here Comes My Girl, all’ostinata ricerca di quel suono tipico dei Byrds.
Uniti, nel nome delle Rickenbacker: Tom diventa una sorta di protettore artistico di Roger e durante le sessioni in studio per completare l’album combatte ferocemente contro i discografici che non capiscono lo stile di McGuinn, tutelando la sua autenticità.
Back From Rio si rivela alla fine un album perfetto, con Petty e gli Heartbreakers (un sontuoso Campbell lascia a bocca aperta per i prodigi alla slide guitar!) tra gli special guests in un cast formidabile, nel quale si nota con piacere il nome di due nomi importanti nell’epopea byrdsiana, Chris Hillman e David Crosby.
Gli inizi del Novanta sciorinano due artisti al top e l’idillio prosegue in una stupenda celebrazione organizzata per un altro spirito affine…
Trent’anni di Bob Dylan: il legame indissolubile con il menestrello di Duluth
La magnifica performance per festeggiare nel 1992 i trent’anni di attività artistica di Bob Dylan al Madison Square Garden, prevede l’esecuzione di un’ammaliante Mr. Tambourine Man. La magica coppia brilla anche in My Back Pages e nello straordinario encore finale, con una versione nostalgica di Knockin’ on Heaven’s Door. E Il legame indissolubile con la musica di Bob ovviamente continua anche negli anni seguenti.
Il 1993 ha in serbo un’esibizione speciale al Troubadours of Folk Festival di Los Angeles, con una scintillante Mr. Tambourine Man e una scaletta strepitosa, composta da King of the Hill, Turn! Turn! Turn! e Eight Miles High. Infine, la straordinaria residency di Pettyper venti spettacoli al Fillmore di San Francisco consente di gustare un’altra pregiata partnership live prima della fine del millennio, sempre con il caro vecchio Bob nel cuore…
Insieme fino alla fine
Quando Tom Petty viene indotto nella Songwriters Hall of Fame nel 2016, in occasione della cerimonia di insediamento tenutasi a New York non può ovviamente mancare il compagno di mille avventure Roger McGuinn, che “inserisce” ufficialmente l’amico.
Roger esegue in suo onore una vibrante versione di American Girl, divenuta ormai una canzone simbolo per i due, che purtroppo vivono quella giornata come una delle ultime fianco a fianco.
Dopo la tragica scomparsa di Tom nel 2017, il suo “vecchio maestro” lo commemora con grande emozione, ricordando la sua umanità e descrivendo bene quella sua straordinaria capacità di immortalare storie e sentimenti. Anche nel 2020, in occasione del settantesimo anniversario della nascita di Petty, McGuinn si unisce a una pletora di artisti collegati via web virtualmente, in piena pandemia, per omaggiarlo.
Riavvolgiamo ora il nastro della vita di questo personaggio unico, che da semplice ragazzo di provincia diventa una rockstar e scopre una realtà diversa da quella di partenza.
Tom Petty, il poeta del rock
La prima decisione importante
Thomas Earl Petty nasce il 20 ottobre 1950 a Gainesville, capoluogo della contea di Alachua in Florida. Innamorato fin da piccolo di film western, scopre la chitarra guardando Elvis Presley e compie un percorso adolescenziale a prima vista scontato ma che non salta un passo. Arriva giovanissimo ed esattamente in tempo, con l’avvento di The Beatles, Beach Boys, The Rolling Stones e The Kinks, alcune delle sue manifeste influenze, a percepire che la musica avrebbe potuto cambiare la sua vita. Si rende subito conto di quanto possa valere un’esibizione, sia dal punto di vista artistico, sia da quello economico, per crearsi una propria indipendenza. Costruisce così con pragmatismo il suo percorso, raggiungendo precocemente una maturità che lo spinge a decisioni importanti, come il trasferimento a metà anni Settanta in California.
The Sundowner, The Epics e Mudcrutch sono le prime esperienze di gruppo e spalancano le porte a Tom Petty & the Heartbreakers, i quali nel giro di alcuni anni conquistano il pubblico grazie a una serie di album azzeccati, con il rock a farla da padrone in tutte le sue sfaccettature, dall’heartland al southern, fino a commistioni con il blues e l’hard.
American Girl, Breakdown, Anything That’s Rock & Roll, Listen to Her Heart, I Need to Know, Refugee, Don’t Do Me Like That, Even the Losers, Here Comes My Girl, The Waiting e You Got Lucky sono tutti instant classic, sparpagliati in una manciata di album tra il 1976 e il 1982, che evidenziano il talento unico di Petty e sottolineano come avesse preso l’influenza byrdsiana per renderla qualcosa di personale e di immenso.
La dura legge del rock
Tom è stato più di una volta un perdente nella vita: gli abusi verbali del padre, la madre persa giovanissimo, gli inizi della carriera in un’anonima provincia. Riesce però a uscire da quei momenti difficili, dimostrando una personalità estremamente forte e motivata, sempre a fuoco e con ben chiaro il perché delle cose. Tuttavia le sue certezze acquisite vacillano tremendamente di fronte al grande successo, quando scopre una realtà inaspettata. Ora, dall’altra parte della barricata, si accorge che non è tutto oro quello che luccica. Deve affrontare una bancarotta nel 1978 per evitare di essere defraudato dai suoi diritti dall’etichetta discografica e, nel corso degli anni Ottanta, pur vivendo uno dei picchi della celebrità, cade nell’abisso di alcool e cocaina. Come se non bastasse, si frattura una mano in mille pezzi durante uno scatto d’ira e, sul finire del decennio, un piromane dà fuoco alla sua casa.
La musica, comunque, rimane il suo rifugio e la sua salvezza, come dimostrano Southern Accent (1985) e, soprattutto, Full Moon Fever (1989), concepito con il contributo di tre pezzi da novanta del calibro di George Harrison, Roy Orbison e Jeff Lynne, nomi ricorrenti nel suo futuro sempre da protagonista.
Un contemporaneo del futuro
Don’t Come Around Here No More,I Won’t Back Down,Runnin’ Down a Dream e Free Fallin’ evidenziano la crescita esponenziale del suo già acuto songwriting. Anche le “nuove leve” quali Pearl Jam,Dave Matthews Band,John Mayer,Jakob Dylan e Doyle Bramhall II si accorgono di questo fenomenale artista dal sangue seminole e il marcato accento del Sud e lo riconoscono come un caposcuola. Nel frattempo un altro piccolo capolavoro, Into the Great Wide Open, lo conduce a un grande capolavoro, quel Wildflowers che è ancora più bello da ascoltare oggi, dimostrando quanto Petty possa essere descritto come un “contemporaneo del futuro”.
Gli ultimi album e la tragica fine
Pur ricevendo a tutti gli effetti un grande contributo dagli Heartbreakers, Wildflowers, come lo stesso Full Moon Fever e Highway Companion (2006),vengono accreditati al solo Tom Petty. Meritano una citazione l’intramontabile, intensa colonna sonora di She’s the One (1996), e poi Echo (1999), Mojo(2010), Hypnotic Eye (2014), gli svariati, favolosi album dal vivo (su tutti Live at the Fillmore, 1997 e The Live Anthology, 2006) e alcune interessanti compilation.
La notevole produzione discografica postuma non riesce a lenire il dolore per la tragica scomparsa avvenuta il primo giorno di ottobre nel 2017, a causa di un arresto cardiaco. Una morte improvvisa, in un periodo in cui l’autore di Learning to Fly mai era stato così fiero di sé, pieno di speranze per il futuro. Resta la sua musica, immensa e infinita, come restano certe luci al tramonto, che sembrano scemare ma continuano a illuminare dentro.
Dai Travelling Wilburys alla Mudcrutch reunion, una vita insieme ai più grandi
Sarebbe impossibile in un solo articolo rimembrare tutte le comparsate in studio e on stage di un artista davvero dalle mille sfaccettature, capace di dare un’impronta indimenticabile a tutte le sue esibizioni, soprattutto dal vivo (leggendario, ad esempio, il Live Aid).
Rimane comunque imprescindibile citare il meraviglioso progetto Traveling Wilburys, la reunion dei Mudcrutch e la partecipazione a The Breeze: An Appreciation of JJ Cale (2014), senza scordare le sorprendenti partnership con Stevie Nicks, Joni Mitchell, John Prine (tramite lo zampino dell’heartbreaker Howie Epstein), Johnny Cash,CSN, Carl Perkins, Prince e Neil Young.
Tra i momenti maggiormente carichi di pathos rimarrà per sempre nel cuore il suo contributo al Concert for George (2002), ove in una magica serata una parata di star rende onore a George Harrison: le versioni di Taxman,I Need You e una malinconica Handle With Care fanno scendere più di una lacrimuccia pensando all’incredibile alchimia esistente tra Tom e i suoi adorati Heartbreakers.
Le chitarre di TP
Nel corso degli anni, Petty ha posseduto e utilizzato numerose chitarre. Oltre alle mitiche Rickenbacker, un altro marchio iconico è stato Fender, con la storica1964 Stratocaster dalla finitura sunburst e le svariate Telecaster. Sempre di questo brand è la configurazione degli amplificatori scelta per l’ultimo periodo, composta da due combo Vibro-King da 60 watt.
Altre sei corde memorabili sono la 1965 Gibson SG Standard, imbracciata in quel magico tour con Dylan e McGuinn del 1987, e la 1966 Vox Mark VI Teardrop White, mentre virando sull’acustico si fa strada ancora Gibson, con la 1964 Dove e la J-200, anche se merita una menzione la Guild D25 a 12 corde.
Vi sarebbero tante altre chitarre da elencare, a dimostrazione di come sia costantemente stata prioritaria la ricerca del sound giusto a seconda del brano, del luogo o del momento. Alla fine, tuttavia, la differenza l’ha sempre fatta Petty, con il suo stile, il suo tocco e la continua tensione verso la perfezione. Tutte caratteristiche che lo accomunano a un altro grande storyteller, con il quale si è instaurato un rapporto di collaborazione e amicizia di lunga data: Bruce Springsteen. Un nuovo, elettrizzante episodio di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta prendendo forma!
Stay tuned
To be continued…
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