La carriera di Jakob Dylan è costellata di collaborazioni con autentici giganti del rock, soprattutto a partire dal momentaneo distacco dal progetto The Wallflowers, gruppo di cui è tuttora, comunque, leader. Gli album solisti lo hanno sicuramente reso più forte e conscio delle sue qualità di interprete e songwriter: la partnership con Roger McGuinn nasce da questa nuova consapevolezza e rappresenta una succulenta occasione per gustare un altro, entusiasmante episodio della nostra serie Crossroads.

Jakob Dylan e Roger McGuinn, ©  Sipa USA / ZUMA Press, Inc. | Alamy 

Uniti, nel nome del padre

The Byrds, Mr. Tambourine Man e la famiglia Dylan

Più si va avanti col tempo, più diventa profondo il pozzo del passato: ripensare agli anni Sessanta e Settanta provoca vertigini positive perché fa tornare in mente colori, saturazioni, suoni, alimenti e odori che oggi non si trovano più e si rimpiangono. Non si tratta solo di nostalgia, ma di un richiamo a quello che ci ha fatto stare bene da bambini. 

Jakob Dylan ha vissuto tutta la sua gioventù immerso nella musica di papà Bob e dei suoi amici, e, a un certo punto, raggiunta la maturità artistica, ha voluto celebrare tutte quelle belle sensazioni provate.

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Il suo racconto diventa un film, Echo in the Canyon (2018), un sogno a occhi aperti per chiunque ami il rock. Un viaggio affascinante e commovente, che si snoda su due binari paralleli: da una parte “Dylan Jr.” appassionato intervistatore dei reduci dell’epoca, dall’altra sempre lui che organizza un concerto con Beck, Regina Spektor e Cat Power per ricordare, senza malinconia, ma offrendo un tocco di contemporaneità, quel frangente meraviglioso, ove tutto sembrava a portata di mano, anche la felicità. 

Una scena memorabile del documentario avviene nel salotto di casa del regista Andrew Slater: Jakob e soci si cimentano in Wild Mountain Thyme, un traditional interpretato da Joan Baez, Bob Dylan e The Byrds. E proprio con Roger McGuinn, l’allora leader di quella band rivoluzionaria attiva nei due decenni d’oro, si cementa un’amicizia speciale, un passaggio di testimone ideale tra due generazioni…

Andrew Slater, Jakob Dylan, Roger McGuinn, Ringo Starr e Stephen Stills alla premiere di Echo in the Canyon a Los Angeles, 2019 , © AFF | Alamy

Da Roger a Jakob, un viaggio nel Laurel Canyon

Indubbiamente la forma cinematografica offre all’autore gli strumenti per abitare diversamente il mondo: fermando il tempo che scorre nella vita reale consente di mettere sotto la lente eventi che indicano una trama sotterranea, di sottolineare una nuova realtà e, ultimo, ma non per importanza, perpetuarla.

“La nostra idea? Far arrivare l’eco di queste canzoni alle nuove generazioni, tramandare questo suono e portarlo nel futuro”, spiega infatti Jakob in un momento saliente del film.

Laurel Canyon, negli anni Sessanta, è il pittoresco quartiere situato nelle Hollywood Hills in cui abitano tutti i più grandi artisti, da Brian Wilson a Jim Morrison (Love Street è nata e ambientata in tal luogo). E proprio da qui Dylan parte per narrare la storia di un suono che cambia tutto, capovolgendo sogni e classifiche. Per farlo, va in giro a incontrare i protagonisti, quelli che c’erano, quelli che hanno vissuto tutto: David Crosby, Jackson Browne, Ringo Starr, Graham Nash, Stephen Stills, Michelle Phillips di The Mamas & the Papas e poi tutti coloro influenzati da quel movimento, da Tom Petty (che sarebbe tragicamente scomparso poco dopo le riprese) a Eric Clapton. Non poteva mancare all’appello un altro eroe di quell’incredibile epopea, McGuinn, che conferma quanto sia stato basilare il rapporto con i Beatles.

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Pur non figurando nel disco pubblicato in relazione alla pellicola, Roger partecipa proattivamente alle sessioni di registrazione e ai concerti tributo inclusi nel documentario, tra cui la toccante esecuzione di My Back Pages alla prima del film nel 2019.

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Per gli amanti delle sei corde e delle curiosità, il buon vecchio McGuinn, nato da genitori di origini irlandese, con il cuore in mano confessa di essersi sempre sentito un “folk singer”, nonostante l’utilizzo della chitarra elettrica: in fondo, il suono dei Byrds è nato semplicemente dando potenza ai classici tradizionali, aggiungendo un ritmo beatlesiano.

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Il carisma di Jakob, l’inestimabile classe di Roger

Jakob riesce a creare una evidente empatia con un pezzo di storia della musica americana, direttamente correlata al padre. Di fronte alla passione e all’aura fascinosa di “Dylan Jr”, Roger si apre e descrive con entusiasmo l’incidenza di Laurel Canyon, una comunità vibrante, in cui la libertà musicale permetteva di sperimentare con armonie vocali e inusuali arrangiamenti.

Ed eccoci di nuovo tornare all’azzeccato titolo del film, Echo in the Canyon: un’eco, per meglio dire, delle idee, uno scambio di intenzioni tra i musicisti, che partendo dalla California arriva a Londra, influenzando i Beatles, gli stessi ad aver ispirato gli artisti americani. Quando si dice “circolarità della musica”… Una testimonianza suggestiva e nostalgica, che evidenzia come la creatività di quel periodo specifico a Los Angeles abbia cambiato il corso della musica popolare.

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Un altro cerchio si chiude: il Crossroads Guitar Festival

Un ponte nel tempo

Le affinità elettive di Roger e del giovane Dylan non finiscono qui. Scorre il 2023, quando al Crossroads Guitar Festival svoltosi, guarda caso, nella “città degli angeli”, i due continuano il rapporto di profonda stima reciproca e collaborazione artistica, unendo ancora una volta le generazioni del folk-rock e della musica di autore. McGuinn sale sul palco con The Wallflowers per l’esecuzione straordinaria del classico “Turn! Turn! Turn!, portando il suo inconfondibile stile con la Rickenbacker. Un’altra eccezionale partnership tra il leader storico dei Byrds, che ha reso famose molte canzoni di Bob, e Jakob Dylan, un’ulteriore conferma del legame profondo tra la jingle-jangle guitar dei Sessanta e il rock moderno.

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Il meraviglioso idillio si conclude con l’apoteosi di Eight Miles High, uno dei pezzi più rivoluzionari di quell’epoca irraggiungibile per sperimentazione e dedizione, nel quale il padrone di casa Eric Clapton si unisce al gruppo. La geniale associazione di una ritmica classica rock a sfumature chitarristiche orientaleggianti rende il brano immortale, ancora più attuale adesso del periodo in cui fu concepito.

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Sei corde infuocate: Roger, Eric, Jakob & The Wallflowers

Le esibizioni al CGF sono anche l’occasione per vedere all’opera alcune delle chitarre più iconiche di Clapton, Dylan e McGuinn.

Eric suona la sua Fender Stratocaster personalizzata con finitura Blu Scozia, un modello Masterbuilt del Fender Custom Shop, realizzato appositamente da Todd Krause in occasione del 25° anniversario della manifestazione, mentre Jakob utilizza la sua storica Fender Telecaster, strumento al quale è maggiormente associato per l’epopea Wallflowers. 

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Roger usa invece la sua Rickenbacker 370 signature 12 corde, nota per il suo suono unico, tintinnante e psichedelico. Una chitarra che ha caratterizzato un’epoca e tuttora contraddistingue questo incredibile e particolare eroe delle sei corde. 

Andiamo ora ad analizzare proprio la sua incredibile storia, un’odissea che dagli inizi a Chicago e New York lo porta alla gloria a Los Angeles, nell’amata California, prima dell’ultimo, sempre prolifico periodo in Florida.

Roger McGuinn e la sua mitica Rickenbacker © dpa picture alliance | Alamy

Roger McGuinn: poeta del folk, architetto del rock

I primi passi verso The Byrds

James Joseph McGuinn III vede la luce il 13 luglio 1942 a Chicago. Come molti altri adolescenti di quella generazione, la sua epifania chitarristica nasce ascoltando Heartbreak Hotel di Elvis Presley, ma l’amore iniziale per il rock & roll si sposta gradualmente nel mondo del folk, e inizia a suonare anche il banjo. Dopo una breve partnership con l’affermata star Judy Collins all’inizio dei Sessanta, il ragazzo si trasferisce da New York a Los Angeles. Nel mentre ha occasione di imbattersi in uno dei gruppi cruciali, The Beatles, folgorato dalla Rickenbackera dodici corde di George Harrison nel film A Hard Day’s Night.  

Gene Clark, estroso musicista legato a quell’innovativo sound britannico e ammaliato dalle prime performance in pubblico di Roger, propone al giovane una collaborazione a quattro mani. Un altro dei loro grandi elementi distintivi, le armonie, arriva grazie a David Crosby. Le voci dei tre si mescolano perfettamente, con la tradizione americana che si fonde al ritmo della British Invasion. L’aggiunta di Chris Hillman e Michael Clarke conduce in poco tempo alla formazione di un ensemble all’avanguardia, seminale per la nascita del Jangle pop: The Byrds.

Michael Clarke, Chris Hillman, David Crosby, Roger McGuinn e Gene Clark: The Byrds atterrano a Londra, 1965 ©  PA Images | Alamy

L’estate del 1964 diventa speciale e indimenticabile. Il primo evento importante è la scoperta di una canzone di Bob Dylan non ancora pubblicata ufficialmente, Mr. Tambourine Man. Il gruppo trova così il suono (McGuinn è ora fortunato possessore di un’adorata Rickenbacker 360), e il brano che li avrebbe definiti per sempre. Nell’aprile del 1965 esce il singolo, arrangiato in stile beatlesiano, ma con l’originalità e lo stampo dei tre leader, e in breve tempo diviene il numero uno in entrambe le sponde dell’Atlantico. D’altronde, Il folk rock era nato negli Stati Uniti, che scoprono la prima formazione in grado di rispondere all’invasione britannica. Una band dalla forte impronta chitarristica, nella quale Crosby contribuisce con le sonorità della sua Gretsch 6119.

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Le tre magiche B: Bob, Byrds e Beatles

Mr. Tambourine Man è sicuramente un album importantissimo nella storia del rock, anche per l’influenza avuta sulle due più grandi figure che in qualche modo concorrono alla fondazione del gruppo, The Beatles e Dylan. I primi aggiungono sorprendentemente il suono byrdsiano alla loro musica, con Harrison che prende in prestito il riff di The Bells Of Rhymney per If I Needed Someone (e qui si torna all’amato concetto di circolarità delle sette note). L’altro elettrifica le sue esibizioni quasi allo stesso tempo. Tuttavia, come cantava Bryan Adams, un rocker molto legato al trittico Fab Four/Byrds/Dylan, “the best was yet to come”, il meglio doveva ancora venire…  


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Dal raga allo space rock, sempre passando dal folk

Il primo giorno del mese di ottobre del 1965 è una data epocale per lo showbiz: esce Turn! Turn! Turn! (To Everything There Is a Season), rilettura di un pezzo del visionario Pete Seeger, con testi tratti dalla Bibbia. La canzone, dal contenuto ancora molto attuale, diventa il secondo numero 1 di The Byrds e un punto di riferimento contro l’escalation militare in Vietnam. Di nuovo la chitarra di McGuinn è la grande protagonista accanto alle armonie vocali, e lo è anche quando arriva il tempo di rinnovarsi.

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Durante un tour, Crosby inizia a mettere continuamente un nastro con John Coltrane da un lato e Ravi Shankar dall’altro. Roger prova a riprodurre quei suoni con la sua Rickenbacker e nasce Eight Miles High, trionfo della contaminazione, tra raga e space rock, aprendo le porte alla rivoluzione psichedelica, mettendosi alla testa del movimento.

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Continue novità dietro l’angolo

Arriva Fifth Dimension, con Clark ormai uscito dal gruppo, ed è poi il turno dello sperimentale Younger Than Yesterday (1967), ove troviamo la meravigliosa tromba del sudafricano Hugh Masekela, e due pezzi, Time Between e The Girl With No Name, in cui Clarence White e la sua Telecasterappaiono per la prima volta in un’opera dei Byrds.   

The Notorious Byrd Brothers è forse il disco più tumultuoso. Si tratta di un ulteriore passo avanti nella ricerca di nuovi suoni come si può ascoltare nella splendida interpretazione di Goin’ Back, ove la distintiva Rickenbacker (ora nel modello370 a tre pickup) di McGuinn è affiancata da una pedal steel non meno eccezionale. Tuttavia quest’album significa anche l’amara partenza di altri due membri originali, David Crosby e Michael Clarke.

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McGuinn e Hillman riescono a riformare nuovamente la band con il leggendario Gram Parsons, ma tale lineup ha vita breve. Parsons lascia il gruppo e quasi subito lo segue Hillman, per dare vita ai The Flying Burrito Brothers. Dopo Dr. Byrds & Mr. Hyde, Ballad of Easy Rider, (Untitled) e Byrdmaniax, Farther Along decreta il termine del sodalizio nel 1971, prima della reunion dei cinque membri storici per un lavoro, intitolato semplicemente Byrds (1973), troppo scontato e senza nerbo. Per James Joseph “Jim”, il cui nome ormai da tempo è diventato Roger in seguito alla sua conversione alla religione Subud, si prospettano parecchi cambiamenti…
                                                                                            

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Un intreccio di grandi personaggi nella carriera sempreverde di McGuinn

Proprio nel 1973 McGuinn debutta infatti da solista con un disco omonimo, e a ruota giungono altre interessanti e inusitate opere. Da sottolineare, oltre allo statuario e solenne progetto (attivo dal 1995 al 2005) di preservazione del genere folk intitolato appropriatamente The Folk Den Project, due importanti uscite, Cardiff Rose nel 1976, con la partecipazione di Mick Ronson, e Back From Rio (1991), a colmare un lungo iato. Non mancano, inoltre, svariati live album e pubblicazioni (di archivio) di fruttuose collaborazioni con ex membri dei Byrds, a dimostrazione di un’alchimia mai sopita. 

McGuinn, Dylan, Petty e Young live at MSG, 1992 © Michael Brito | Alamy

Come ciliegina sulla torta di una carriera gonfia di soddisfazioni, merita una citazione la magnifica performance per celebrare nel 1992 i trent’anni di attività artistica di Bob Dylan al Madison Square Garden, con un’ammaliante Mr. Tambourine Man e, soprattutto, una My Back Pages eseguita nell’arrangiamento dei Byrds. 

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Risultano infine indimenticabili le partnership con Bruce Springsteen, dimostrazione di quanto i grandi personaggi abbiano un’infatuazione perpetua per Roger, ormai da anni placidamente trasferitosi in Florida, ma sempre instancabile, costantemente alla ricerca di quella magica scintilla che accende l’ispirazione e ci dona la sua meravigliosa musica.

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Le chitarre e quel sound così speciale di Roger

L’ iconica Rickenbacker 360/12 ha definito lo stile di McGuinn. Strumento, marchio e modello fondamentale per il folk-rock e la psichedelia, ha influenzato generazioni di chitarristi, tra i quali Mike Campbell,Peter Buck e Johnny Marr, che hanno cercato di replicare quel playing unico e inconfondibile.

Il brand Rickenbacker, con in aggiunta gli altrettanto epici modelli 370/12 e 370/12RM signature, la fa dunque da padrone (con un esemplare anche a doppio manico 6 e 12 corde!) negli equipaggiamenti di questo guitar hero atipico, senza però dimenticare Gretsch, che con la Country Gentleman e la Tennessean si è ritagliato uno spazio nelle sue preferenze.

In campo prettamente acustico spiccano una Martin D12-42RM signature, una HD-7 a 7 corde, e più recentemente una D-28. Nel corso della sua attività Roger ha utilizzato prevalentemente amplificatori Vox AC30 per ottenere il suo caratteristico suono jingle-jangle.

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E sicuramente, a proposito di sound, è stato molto proficuo e sorprendente il sodalizio con Tom Petty, leader di una band che ha fatto molto per rilanciare la sua carriera. Una nuova, entusiasmante puntata di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta per decollare!

Stay tuned

To be continued…

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Alessandro Vailati