La musica come racconto e non come esibizione. Se J.J. Cale è il sussurro dell’Arkansas, Tony Joe White è la terra umida, la foschia che avvolge il Mississippi. Le note di “Mr. Laid Back” emettono un vapore caldo, sono un suono che non ha mai avuto fretta, mentre nei ricami chitarristici di “The Swamp Fox” si percepisce l’anima profonda della Louisiana. Crossroads ci regala un’altra puntata emozionante, con il ricordo del loro incontro e il racconto della loro visione comune.

Swamp Fox incontra JJ
Due spiriti liberi davanti a una chitarra
“Fu Billie Holiday la prima artista laid back: cantava sempre in ritardo sul ritmo, sia fosse veloce, sia fosse lento. Nessuno lo notò. Poi arrivai io e decisero di utilizzare quelle parole per me. E funzionò. Come vedete, questo non è altro che fottuto music business”.
-Estratto dal documentario To Tulsa and Back – On Tour with J.J. Cale, 2005.
Secondo l’assunto reso celebre da Agatha Christie, la regina del giallo, “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.
Il fatto che i due cantautori e chitarristi J.J. Cale e Tony Joe White fossero anime gemelle, due fratelli separati alla nascita, passa per l’intensa e comune passione fin dall’infanzia per Lightnin’ Hopkins e Jimmy Reed (primo indizio), per quell’incredibile capacità di fissare un racconto in poche frasi (secondo indizio), ma, soprattutto, si individua nel loro stile rilassato, il cosiddetto laid back, che tanto ha influenzato artisti quali Eric Clapton e Mark Knopfler (terzo indizio).
Ascoltando Louvelda, splendida cavalcata intrisa di blues che li vede protagonisti insieme, la teoria della Christie si potrebbe completare con “E quattro indizi fanno una certezza!”. La certezza di quanto fossero legati si scopre nel 2009, quasi al termine della loro carriera, grazie alla pubblicazione del bellissimo Uncovered.
Tuttavia, la partecipazione di Cale al progetto di White non risulta per niente scontata ed è comunque da ritenersi sorprendente. Da metà Novanta fino ai primi anni del nuovo secolo, Cale si rinchiude infatti sempre più in se stesso, fermando la sua produzione discografica. To Tulsa and Back (2004), la comparsata al Crossroads Guitar Festival e la realizzazione di The Road to Escondido sembrano spalancargli nuove porte; a parte questi lampi, però, la sua amata vita da eremita prosegue serena, senza altri scossoni.
Louvelda, piccolo capolavoro di grande intensità
Louvelda è un classico swamp rock, scritto a quattro mani da J.J. e Tony Joe. L’idea del duetto arriva dal figlio Jody, impegnato nella produzione dell’opera. Nel 2006, quando cominciano le sessioni in studio di registrazione, l’autore di Cocaine viene subito individuato quale possibile partner nella canzone, anche se la sua notoria vita da recluso, lontano dallo show business, arroccato nella bassa California, a Escondido, non lascia presagire nulla di buono. I due White, comunque, non mollano. Per loro il motto “Mai dire mai” ben rappresenta l’imprevedibilità del mondo della musica e la personale visione filosofica dell’esistenza. Così, dopo una serie di tentativi di approccio andati a vuoto, riescono a far giungere il demo a destinazione.
A volte basta una nota per capire dove andare: Cale riceve e ascolta il pezzo, in quel momento ancora scarno e necessitante di lavorazione. Colpito dal notevole spessore della composizione, accetta subito di collaborare, memore della profonda stima nutrita nei confronti della “volpe della palude”. E qui arriva il bello. Non si limita a contribuire con una sola parte. Da maniaco e appassionato di recording session nel giro di due settimane aggiunge cinque diverse tracce di chitarra, propone di inserire un banjo e un violino elettrico, oltre a scrivere persino due strofe completamente nuove.
La versione finale, sette minuti e trenta secondi di grande intensità, mette in risalto i suoni caratteristici di entrambi. Presenta la voce sussurrata di JJ combinata con i suoi toni di chitarra ornamentali e distorti, che si integrano perfettamente con il timbro iconico dal registro basso di Tony e i suoi effetti “fuzz-wah” distintivi. Un piccolo capolavoro.
Il maestro Cale, il collega White, gli alunni Eric e Mark
In Uncovered non vi sono solo la grazia e la magnificenza di Louvelda. Si tratta di un progetto ad ampio respiro, che associa nuove creazioni ad alcune hit del passato rivisitate, come Rainy Night in Georgia, e coinvolge una serie di ospiti ad hoc. Tra i prescelti compaiono proprio Clapton e Knopfler in carne ed ossa, due artisti legati indissolubilmente alle carriere di J.J. Cale e Tony Joe White.
In particolare Knopfler rilancia le azioni in ribasso di White alla fine degli anni Ottanta, quando intuisce il valore di alcuni suoi brani del periodo e li propone a Tina Turner. La sua ospitata in Uncovered per la struggente Not One Bad Thought chiude un cerchio, ed emoziona vederlo all’interno dell’album insieme a Cale, alle cui sonorità deve tantissimo per i primi due lavori dei Dire Straits. Six Blade Knife, Setting Me Up, Where Do You Think You’re Going? e Follow Me Home sembrano infatti il sequel di Lies, Cajun Moon, Rock and Roll Records e Anyway the Wind Blows.
L’enorme eredità lasciata
Lo stile laid back è il filo rosso che collega questi due grandi chitarristi e songwriter americani, entrambi tanto geniali, lungimiranti e virtuosi quanto schivi, sarcastici e umili. Le canzoni di Tony Joe sono state interpretate da superstar del calibro di Dusty Springfield, Brook Benton, Elvis Presley e Ray Charles, mentre JJ oltre a Clapton ha fatto le fortune di Lynyrd Skynyrd e Carlos Santana. Al pari di quella di White, anche l’incredibile parabola artistica di Cale merita di essere raccontata ed è un esempio di come si possa diventare famosi anche senza mai aver voluto esserlo.

Guitar Man. L’incredibile storia di J.J. Cale
I difficili inizi
Nella sua esistenza ha fatto di tutto, dall’ascensorista al tecnico del suono, fino a vivere in una roulotte. Ha avuto il piacere di raggiungere la notorietà senza cercarla, ma ciò non ha mai cambiato il suo modo di essere.
Nativo di Oklahoma City (5 dicembre 1938), ma cresciuto a Tulsa, John Weldon Cale si diploma alla Tulsa Central High School nel 1956. Ha diciotto anni, e oltre ad avere già imparato a suonare bene la chitarra, è un cultore dell’elettronica, che utilizza per minuziosi esperimenti nel campo sonoro. Nella sua preparazione incide il fatto di aver proseguito questa passione durante il servizio militare all’Air Force Training Command nell’Illinois, dove invece di imbracciare un fucile impara tutti i trucchi dell’amplificazione.
Diversamente da tanti genitori di quell’epoca viene da loro assecondato quando decide di muoversi verso Los Angeles, nel 1964, per sbarcare il lunario. In verità, dopo alcuni anni vissuti anche sull’orlo del vagabondaggio, tornerà deluso a Tulsa. Aveva suonato e prodotto tanto, gli era stato anche cambiato il nome in J.J. Cale al fine di evitare confusione con il famoso membro dei Velvet Underground, ma non era scattata la scintilla.
Il miracolo di EC
C’è stato un periodo in cui Eric Clapton era davvero un novello Re Mida. Non solo “God”, il Dio della chitarra, negli anni Settanta tutto che quello che passa da lui raggiunge il successo. Capita in un’occasione con Bob Marley, e il reggae di I Shot the Sheriff diventa internazionale, succede più di una volta con JJ.
Quando nel 1970 fortuitamente e fortunatamente Slowhand incide After Midnight (il felice connubio toccherà l’apice in seguito con Cocaine), finalmente la sua vita cambia improvvisamente. Riesce, ora che riceve gli introiti come autore, a pubblicare il suo primo album, Naturally, e da quel momento la sua attività discografica prosegue ininterrotta fino ai primi anni Ottanta.
“Cannonball” Adderley, Charlie Christian, Mose Allison e Django Reinhardt, le sue influenze dichiarate che effettivamente aleggiano nelle atmosfere create, nel tempo si diluiscono per lasciar sempre maggior spazio alla sua personalità, a quella unicità nata tessendo trame su trame per dare un vestito originale alle canzoni, sull’esempio di uno dei musicisti più sottovalutati, di nicchia, la sua predilezione più forte, tanto amato pure dal compagno di mille avventure Leon Russell: Clarence “Gatemouth” Brown.
Si rivela un pioniere per l’utilizzo ingegnoso di drum machine e vari marchingegni di pari livello, presenti anche in brani celebri quali Call Me the Breeze e Crazy Mama.
Alti e bassi dell’inventore del Tulsa Sound
Il suo Tulsa Sound, un’azzeccata miscela di rock, blues con venature country e una strizzata d’occhio al jazz, diventa all’improvviso adorato e imitato e tanti artisti si ispirano a lui per gli arrangiamenti e quel groove lento e ammaliante.
Tuttavia, l’incapacità innata di scendere a compromessi per mantenersi sulla cresta dell’onda lo porta a un oblio, per poi ricomparire all’inizio del decennio successivo.
I nineties sono difatti un’altra tappa decisiva della carriera. Il vecchio amore per l’elettronica prende il sopravvento e registra quattro album, di cui gli ultimi due quasi in solitaria: lui, la chitarra e i sintetizzatori.
L’episodio meglio riuscito di tal frangente è sicuramente Guitar Man, con perle del calibro di Days Go By e Low Down, in cui emerge un lato meno esplorato del suo songwriting, quello delle liriche.
I suoi testi puntano spesso su una sottile ironia, sia si tratti di riflessioni sul tempo che scorre o si parli della tristezza provata per una relazione amorosa difficile. Ciò che pervade l’opera è l’accettazione del disincanto e l’invito ad accogliere con serenità quello che il destino offrirà. In fondo, per Cale, scrivere canzoni significa essere osservatori del mondo reale, impossibile andare oltre perché non vi saranno risposte, “È tutto inutile, sembra una follia, quando chiedo, nessuno lo sa”, come racconta in Nobody Knows, traccia che chiude la raccolta.
“Non volevo essere lo show, volevo solo esserne una parte”: l’ultimo periodo
Dopo Guitar Man, tanto per non smentirsi, J.J. Cale scompare dalla scena fino al pregiato To Tulsa and Back (2004), corredato in seguito da un prezioso documentario che esplicita ancor maggiormente la mentalità e umiltà di questo incredibile artista. Pur mantenendo un profilo low key, rimanendo per gran parte del tempo rinchiuso nella sua proprietà a Escondido ed evitando qualsiasi viaggio in aereo, “Mr. Laid Back” torna sul palco per alcuni concerti, incide lo spumeggiante The Road To Escondido in partnership con Clapton nel 2006 e, tre anni dopo, l’eccentrico Roll On.
Si era sempre ripromesso di fare musica fino alla fine, fino allo sfinimento, principalmente per lui e per la sua storica compagna, la chitarrista e compositrice Christine Lakeland, tutto il resto era relativo. E ha mantenuto fede a quanto detto, andandosene in un istante per un attacco di cuore in una calda giornata di luglio, nel 2013.
Di lui rimane un ritratto di semplicità, che gli ha pervaso esistenza e arte. Tale semplicità ha, però, rappresentato un punto di arrivo, non di partenza, e ha fatto la differenza per elevarlo a maestro. Basterebbe chiedere a tutti i musicisti che hanno piacevolmente incocciato in lui: alla fine hanno suonato alla sua maniera, adottando quello stile unico.
Le chitarre di JJ
Cale si potrebbe definire il “liutaio” delle sue chitarre, tanti sono gli esperimenti in campo acustico ed elettrico da lui portati a termine.
Dall’epica “Fifty Dollar Harmony Guitar”, plasmata da una Harmony H162, alle Fender Stratocaster (celebre, in particolare, una rossa), passando per la Danelectro Convertible, JJ è sempre stato un vero e proprio artigiano delle sei corde, capace di creare il suo sound costruendolo con strumenti di poco valore da lui stesso elaborati, spesso smontati e rimontati per creare qualcosa di unico, grazie alle sue innate capacità tecniche, alla sua incredibile inventiva.
Parlando ancora di marchi e modelli, meritano una citazione anche la Casio PG-380 Midi Guitar, perfetta per le sue escursioni elettroniche di fine anni Ottanta, e la più classica Gibson SG Standard, spesso utilizzata all’inizio di quel decennio. La Tacoma Chief C1c è invece il riferimento pensando alle sue performance acustiche, ben definite e accurate.
La musica di J.J, Cale è sempre stata speciale e sorprendente, con degli arrangiamenti e una produzione di grande rilievo, all’avanguardia. Queste incredibili attitudini, questa apparente semplicità carica di innovazione e introspezione hanno folgorato un artista che ha costantemente cercato nuovi stimoli e non si è mai accomodato nonostante il grande successo: Neil Young.
Un’altra, entusiasmante puntata di “Crossroads”, l’ormai mitica rubrica di Planet Guitar, sta cominciando a prendere forma!
Stay tuned
To be continued…
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