Bruno Mars è tornato in Italia dopo quasi dieci anni di assenza dai palchi del nostro Paese, e lo ha fatto nel modo più spettacolare possibile: due date sold out allo Stadio San Siro di Milano, il 14 e il 15 luglio 2026, nell’ambito del suo The Romantic Tour. Prima dello show siamo saliti sul palco per incontrare Chris Payton, chitarrista della band di Bruno, gli Hooligans, che ci ha guidato in un rig rundown completo del suo setup, insieme al suo guitar tech Josh Gaunt. Un’immersione che ci ha permesso di scoprire non solo le chitarre che Chris porta ogni sera in tour, ma anche quanto sia sofisticata, oggi, la macchina tecnica che sta dietro a un concerto pop di questo livello.
Chris è un session e touring guitarist con una lunga carriera alle spalle: ha suonato e registrato, tra gli altri, con The Isley Brothers, Katy Perry, Robin Thicke e Leon Thomas, oltre naturalmente a essere ormai da anni parte stabile della band di Bruno Mars. Il suo approccio, come racconta lui stesso, è sempre stato quello di “servire la canzone”: trovare il pocket giusto, sostenere l’artista, e lasciare che sia la musica a respirare.
Le chitarre di Chris Payton: un arsenale per ogni sfumatura del repertorio di Bruno Mars
Il repertorio di Bruno Mars spazia dal pop al funk, dal soul all’R&B, e questo significa che Chris deve poter coprire moltissime basi sonore diverse nel corso di un solo show. Non stupisce quindi che il suo arsenale sul palco di San Siro fosse composto da sette chitarre, ciascuna con un ruolo preciso.
La prima è una Fender American Elite Stratocaster del 2016, in configurazione HSS ma tutt’altro che stock: monta pickup Lambertones, marchio artigianale americano fondato da Kurtis Lamberton, e un cablaggio personalizzato che replica in parte una super-switch, con un piccolo interruttore S1 che attiva il pickup al ponte in qualsiasi posizione della leva, più un coil-tap dedicato all’humbucker. Con l’andare del tempo, però, questa Strato è diventata più che altro una riserva.
Al suo posto, il ruolo di chitarra principale è stato preso da un’altra Stratocaster, questa volta costruita a mano da Iconic Guitars, piccolo custom shop di Carlsbad, in California. Anche qui Chris ha un piccolo segreto: la posizione del selettore che dovrebbe corrispondere al pickup al manico è in realtà cablata per richiamare il pickup centrale, una scelta puramente pratica che gli permette di passare rapidamente da suoni solisti a suoni di accompagnamento durante il set.
Poi c’è quella che Chris stesso definisce “la bestia”: una PRS Fiore. PRS è stato il suo primo vero endorsement, correva l’anno 2011: appena uscito dalle superiori, Chris ebbe l’occasione di farsi notare da un membro della house band di Jay Leno, che lo introdusse direttamente a Paul Reed Smith. Da allora, racconta, quella chitarra lo ha accompagnato su ogni singolo grande palco su cui è salito.
Per un solo brano dello show, Runaway Baby, Chris utilizza invece una Fender American Ultra Stratocaster, con pickup stock a eccezione di un humbucker Seymour Duncan al ponte, accordata mezzo tono sotto.
La chitarra più recente della sua collezione, arrivata proprio durante questo tour, è una splendida Collings I-35 con hardware Bigsby dorato: un regalo diretto di Bruno Mars, che a quanto pare possiede lui stesso diversi esemplari simili. Il corpo, leggermente più piccolo di una 335 tradizionale, le regala secondo Chris “un livello di punch in più“.
Completano l’arsenale due Heritage 535, storico marchio di Kalamazoo: la prima monta pickup Seymour Duncan ’59, mentre la seconda, dotata di Bigsby (elemento che Chris usa spesso e considera parte integrante del proprio stile), monta un pickup in stile Filter’Tron, pensato per dare quel twang alla Gretsch senza il corpo hollow ingombrante.
Infine, la chitarra più personale di tutte: una PRS Special Semi-Hollow, che Chris porta sempre con sé in tour ma che non suona quasi mai dal vivo. Se dovesse portare un solo strumento a un concerto, dice senza esitazione, sarebbe questo: la combinazione di doppio humbucker splittabile e pickup centrale gli permette di ottenere praticamente qualsiasi tono.
Tutte le chitarre, senza eccezioni, montano corde D’Addario.
Nel corso di una serata Chris affronta di fatto tre “set” distinti (l’intero album The Romantic, la parentesi Silk Sonic, e altro materiale), ma in media utilizza attivamente solo tre delle sette chitarre, tenendo le altre come alternative timbriche o di scorta.
Dietro le quinte con Josh Gant: il cervello tecnico del rig
Per capire davvero come funziona il rig di Chris abbiamo chiamato in causa Josh Gaunt, il suo guitar tech, che ci ha guidato passo passo lungo il percorso del segnale.
Si parte dall’uscita della chitarra, che oggi viaggia rigorosamente in wireless attraverso un sistema Sound Devices, secondo Josh nettamente superiore, in termini di qualità del segnale, a qualsiasi altro wireless provato in precedenza. Il segnale wireless entra poi in un Radial JX44, il vero e proprio “centro di comando” del rig: un dispositivo rack con quattro ingressi per chitarra che integra anche un loop per gli effetti. Questo loop porta il segnale a un Morningstar, uno switcher true bypass che resta completamente trasparente finché Chris non attiva uno dei suoi pedali.
Da qui il segnale raggiunge, in configurazione A/B/C, tre unità Kemper Profiler distinte. L’uscita A alimenta il Kemper principale, la cui coppia stereo esce verso un amplificatore di potenza che pilota due altoparlanti montati dentro un Fender Hot Rod DeVille, ricablato per far lavorare uno speaker sul canale sinistro e uno sul destro. Quei coni vengono poi microfonati e il segnale rientra in rack attraverso un preamplificatore per microfono. Una soluzione nata quasi per gioco durante le prime date europee, quando la produzione ha iniziato a noleggiare backline locali per far “respirare” il segnale del Kemper attraverso un cabinet reale: il risultato ha convinto tutti al punto che ora stanno costruendo un intero secondo rack dedicato, con amplificatori e speaker propri, da portare permanentemente in tour.
L’uscita C funziona invece da backup dell’uscita A, pronta a subentrare in automatico in caso di guasto del finale di potenza o del preamplificatore. L’uscita B, infine, alimenta un secondo Kemper usato per i suoni “DI”, pensati per restare fedeli ai timbri incisi in studio: alcuni brani di Bruno, infatti, sono stati registrati proprio con un segnale diretto, senza amplificatore reale, e dal vivo quel suono viene ricreato fedelmente. Tutti i segnali vengono infine sommati in stereo e inviati, tramite il bus, sia al fronte palco sia ai monitor.
Time code, MIDI e uno show interamente automatizzato
Uno degli aspetti più sorprendenti raccontati da Josh riguarda il modo in cui sono gestiti i cambi di suono durante lo spettacolo. Inizialmente il team aveva pensato di affidarsi a una semplice traccia MIDI dentro Pro Tools, in sincrono con la base musicale. Ma con la quantità di cambi richiesti dallo show, quella soluzione si è rivelata poco pratica: da qui l’idea di affidarsi al time code, lo stesso sistema di sincronizzazione usato dal reparto luci, dal reparto video e da qualunque automazione di scena in un concerto di questo livello.
Un software di gestione riceve il time code trasmesso dalla regia e, in corrispondenza di trigger precisi legati a ogni canzone, invia comandi MIDI che raggiungono contemporaneamente il Kemper, il Morningstar e tutto il resto della catena. Il sistema arriva persino ad automatizzare i cambi di chitarra: quando Chris passa uno strumento a un tecnico per prenderne un altro, il canale della chitarra appena consegnata viene automaticamente silenziato, evitando che rumori indesiderati arrivino al mix mentre lo strumento lascia il palco.
Josh dispone comunque di un secondo controller di scorta, gemello di quello che Chris tiene sul palco, utile sia per intervenire rapidamente su richiesta del chitarrista sia per gestire eventuali imprevisti. Perché, come sottolinea lui stesso, non tutto può essere automatizzato: quando una canzone finisce e il time code si interrompe, si torna inevitabilmente al controllo manuale.
La pedaliera essenziale: pochi pedali, tutti indispensabili
Nonostante la complessità dell’intero rig, la pedaliera fisica di Chris resta relativamente compatta. Il pezzo più caratteristico è senza dubbio il Maestro Fuzz-Tone FZ-M, la reissue moderna del leggendario Fuzz-Tone FZ-1 del 1962, lo stesso pedale che rese celebre il suono di (I Can’t Get No) Satisfaction dei Rolling Stones. Bruno avrebbe voluto usare un esemplare originale, ma la fragilità di quei circuiti d’epoca lo rende poco adatto a un tour mondiale: il Maestro moderno permette di ottenere lo stesso carattere vintage con un’affidabilità decisamente superiore, ed è protagonista di molti dei suoni legati alla parentesi Silk Sonic dello show.
A questo si aggiungono due boost/overdrive J Rockett Archer, tarati in maniera leggermente diversa per due differenti gradazioni di spinta e un pedale di riverbero, il Catalinbread Topanga. Non manca un pedale di modulazione ormai fuori produzione, usato originariamente in studio durante le registrazioni di The Romantic: quando l’azienda produttrice ha chiuso i battenti, il team ha dovuto darsi da fare per rintracciarne un esemplare prima che sparisse completamente dal mercato, salvo poi trovarne uno più recente arrivato proprio a ridosso delle date italiane. In pedaliera resta infine anche un drive aggiuntivo, tenuto pronto per usi futuri ma al momento non attivamente utilizzato nello show.
Fiducia, squadra e la ricerca del suono perfetto
Nella parte finale della chiacchierata ho chiesto a Chris quanto della sua identità sonora sopravviva effettivamente sul palco di uno show di questa portata. La risposta è stata sorprendentemente diretta: quasi tutta. Bruno, racconta Chris, è un artista che si fida ciecamente delle persone che porta con sé sul palco, proprio perché ognuna di loro è lì per un motivo preciso. Chris ha avuto la fortuna di suonare direttamente sull’ultimo disco, The Romantic, e molti dei suoni che si sentono dal vivo nascono da un lavoro a tre voci tra lui, Bruno e l’ingegnere del suono Chuck.
Quanto alla soddisfazione per il suono ottenuto, Chris non ha dubbi: il bello dei Kemper, spiega, è la possibilità di profilare esattamente gli amplificatori usati in studio e portarli poi in tour dentro un rack, ottenendo dal vivo lo stesso identico suono delle registrazioni.
Alla domanda su come si concilino la ricerca personale del proprio suono e la necessità di lavorare in squadra, Chris risponde con una riflessione molto interessante: non è pensabile portare fisicamente sul palco ogni pedale e ogni amplificatore di cui potrebbe avere bisogno, soprattutto dovendo ballare, cantare e muoversi in continuazione. Ecco perché la fiducia reciproca tra lui e Josh è, nelle sue parole, ciò che rende tutto più semplice: per lui, per Bruno, e in definitiva anche per il pubblico che si diverte a ogni concerto. Un concetto che smentisce una volta per tutte l’idea che dietro un grande show pop ci sia meno complessità tecnica rispetto ad altri generi musicali: è vero esattamente il contrario!
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