Cosa serve per garantire che uno dei più grandi chitarristi della storia suoni sempre allo stesso modo, sera dopo sera, durante un tour mondiale? Abbiamo incontrato il guitar tech del leggendario Pat Metheny, Andre Cholmondeley, prima della data milanese del Side Eye III+ World Tour. Nella nostra intervista esclusiva, realizzata al Teatro degli Arcimboldi, Andre ci offre una panoramica approfondita su tutta l’attrezzatura utilizzata da Pat nel tour, svelando la strumentazione, il percorso del segnale e i dettagli tecnici che fanno funzionare alla perfezione, ogni sera, uno dei setup dal vivo più sofisticati della musica moderna.
Le chitarre acustiche di Pat Metheny: un dialogo continuo tra alta liuteria e funzionalità
Andre Cholmondeley collabora con Pat Metheny da circa 5 anni ed è una vera autorità nel suo lavoro: nel corso della sua carriera ha lavorato infatti, solo per citare due nomi, anche con Al Di Meola e Adrian Belew. Questo spiega perché è un guitar tech molto richiesto nel panorama internazionale e la sua competenza e professionalità ci sono sembrate evidenti fin da subito.
Per questo Side Eye III+ World Tour, l’arsenale di Pat Metheny è composto da ben quindici chitarre. Le chitarre acustiche sono tutte creazioni di Linda Manzer, liutaia canadese con cui Pat collabora ormai da moltissimi anni. Linda ha realizzato più di venticinque chitarre per il leggendario chitarrista statunitense, dopo averlo incontrato quasi per caso in Giappone, nei primi anni Ottanta. Una collaborazione ormai storica e che ha dato vita a chitarre e brani che hanno scritto la storia della musica.
Su tutte le chitarre di Pat possiamo notare che sulla parte superiore del body è stato applicato del nastro, utilissimo per tenere i plettri pronti all’uso, e la presenza di due uscite. Una è per il classico jack per il pickup, mentre l’altra è per un microfono attivo. Generalmente Pat utilizza microfoni del marchio DPA, con EQ regolabile, per ottenere il suono migliore da ogni singolo strumento. C’è anche del velcro posto appena sotto la cassa armonica, per evitare rumori indesiderati causati dalle dita, che potrebbero inavvertitamente battere sul body quando Pat suona in fingerstyle.
Tutte queste soluzioni dimostrano come per Metheny la funzionalità sia essenziale: tutto è finalizzato a ottenere il miglior suono possibile live. Se la soluzione artigianale è funzionale e migliora la performance, allora è quella giusta da implementare. Davvero un grande insegnamento per tutti i chitarristi.
Andre ci mostra una chitarra baritona con corde in acciaio, una standard con corde in nylon, una baritona con corde in nylon accordata in Si (con EQ settato su specifiche di Pat), una standard con corde in acciaio (ce n’è anche una sostitutiva identica) e una fretless con corde in nylon, che Pat usa spesso con una distorsione in stile fuzz (e che potete ascoltare all’inizio dell’album Imaginary Day). Ce n’è davvero per tutti i gusti e le situazioni. Tutte le chitarre sono incredibilmente suonate, vissute e con un relic naturalissimo.
La serie di chitarre signature: Ibanez PM
Anche la collaborazione tra Pat Metheny e Ibanez è ormai storica: sono moltissimi i modelli signature PM prodotti dal grande produttore giapponese. Sono chitarre ispirate ai classici modelli di Gibson che hanno fatto la storia del jazz, come la ES-175 o la L-5. Oggi in commercio è disponibile il modello PM3C, realizzato in Indonesia e con uno straordinario rapporto qualità/prezzo.
Il modello che ci mostra Andre è una delle PM più storiche, con un singolo humbucker, e monta corde D’Addario ECG24 flatwound. Anche in questo caso sono presenti le due uscite, sempre per il pickup e per il microfono attivo, oltre a un altro tocco di artisticità e artigianalità che è ormai parte dello stile di Pat.
C’è infatti un sostegno per appoggiare il cavo jack, in modo che non dia fastidio e che non sia necessario farlo passare attraverso la tracolla. Metheny utilizza questa soluzione fin dagli anni Settanta e Ottanta, quando addirittura usava uno spazzolino da denti con questa stessa finalità. Potete notarlo guardando questa leggendaria performance con Joni Mitchell e Jaco Pastorius. Un vero tocco di genio.
Sul palco troviamo anche un’altra Ibanez PM, questa volta con pickup Charlie Christian e un sistema wireless Shure GLX.
La Roland G-303: la chitarra che è anche un sintetizzatore
Un altro marchio di fabbrica del sound di Pat Metheny è questa chitarra, la Roland G-303. Un sintetizzatore analogico polifonico in formato chitarra che permette a Pat di ottenere suoni unici e sperimentare in modo pressoché illimitato.
Uno strumento da studiare per giorni interi per capirne la vera complessità, con l’hex pickup (6 pickup in 1), potenziometri per l’effetto fuzz e LFO (sempre con settaggi specifici scelti da Pat e praticamente intoccabili) e soprattutto il cavo a 24 pin per raccogliere tutti i segnali. Questi cavi sono molto difficili da reperire e in questo momento Pat ne utilizza una versione stampata in 3D. La chitarra viene controllata tramite un (vissutissimo) Roland GR-300.
Se siete interessanti al mondo dei guitar synth Roland, potete dare un’occhiata al sito di Wayne Scott Joness, un vero esperto in materia.
Il percorso del segnale: Pat Metheny immerso nel suo suono
Quattro delle chitarre usate da Pat durante il concerto (la PM, la Roland, l’acustica fretless e la baritona con corde in nylon) vanno al sistema di amplificazione. Pat utilizza un Kemper Profiler in versione rack (il modello precedente rispetto a quello attualmente in commercio), anche se occasionalmente ha usato il ToneX di IK Multimedia e a volte una combinazione dei due sistemi. Anche in questo campo, Pat è stato un pioniere: utilizza il digitale e i sistemi di modellazione fin dagli anni Novanta. Ha iniziato con l’utilizzo di moduli rack (come il DigiTech GSP-2101) per regolare il suo suono, inviando poi il segnale a un vero amplificatore. Ancora una volta, la strumentazione per lui è sempre stata un mezzo per ottenere il suono migliore, mixando sapientemente digitale e analogico.
Il Kemper esce in stereo verso due cabinet ToneX sul fronte del palco e verso il pubblico. Questi sono cabinet pensati specificamente per il modeling e con ottime possibilità di equalizzazione. Un terzo segnale va a un altro cabinet dello stesso tipo, posizionato vicino alla batteria e inclinato verso il basso per non dare troppo fastidio e, infine, un quarto segnale va sul retro del palco a un diffusore Yamaha KS-10. In questo modo, Pat è completamente circondato e immerso dal suono delle sue chitarre. In passato le uscite per la chitarra sul palco erano anche di più (fino a sette!), per dare ancora più profondità al suo ascolto dal vivo. Infine, per le chitarre acustiche e i microfoni attivi, viene usato un Bose L1.
I segnali delle chitarre vanno a un Lehle 3@1 SGoS, che permette di passare da un segnale all’altro mantenendo il bilanciamento e con la possibilità di controllo MIDI. Il sistema permette quindi di scegliere quale delle chitarre elettriche va verso il Kemper. Il Lehle P-Split Stereo permette al segnale di chitarra di essere mandato verso due differenti uscite, anche in questo caso senza alcuna perdita (grazie all’ottimo isolamento e al ground lift). Il principio inverso vale invece per il JHS Pedals Summing Amp, che combina due segnali di ingresso in un segnale di uscita. Tre box molto utili che permettono ad Andre di gestire alternativamente le quattro chitarre di Pat che vanno amplificate.
Andre cambia i programmi in MIDI per Pat da remoto tramite il controller del Kemper, agendo quindi sul modulo rack, sul Lehle e sul MIDI Solutions Quadra Thru V2, che fa il resto del lavoro.
Infine, per la chitarra fretless, Pat usa un prototipo di un Boss SY-300, con delle patch che ricordano quelle analogiche del fratello maggiore Roland che gli sta di fianco. Un prodotto versatile e relativamente semplice da imparare a utilizzare, che Andre consiglia a chi si vuole avvicinare al mondo dei guitar synth.
Il tempo speso con Andre è stato davvero prezioso. Ascoltare il racconto del suo lavoro quotidiano con Pat, compresi tutti i dettagli e gli accorgimenti a cui deve fare attenzione, è stato davvero illuminante. Ecco perché vi consigliamo di guardare interamente il video sul nostro canale YouTube, che trovate a inizio articolo.
Il meraviglioso concerto di Pat è stata la chiusura perfetta di una giornata davvero splendida. Per averci permesso di realizzare questa intervista ringraziamo, oltre ad Andre e Pat, il Teatro degli Arcimboldi, Jordan Fritz di The Kurland Agency, il tour manager Ross Duncan e Alessandro Travi di ZenArt Management.
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