Una chitarra sanguina e confessa fragilità profonde. L’altra è ferita da tempo, ma continua a suonare, ora calma e leggera, ora violenta, sussultante e urgente. Un urlo sofferto, a dipingere il colore del dolore, esce dalle note di Mike McCready e Neil Young, giganti delle sei corde che non hanno mai smesso di sperare: potere della Musica e di incroci appassionati come questo. Crossroads riparte con un episodio ad alto livello emotivo, raccontando la storia di due artisti in grado di mantenersi in equilibrio sopra la follia, lasciando alle magie del loro tanto amato strumento il compito di tentare di guarire ogni male. Una ragione per vivere.

La leggenda incrocia il gruppo emergente
Una ragione per vivere: Rockin’ in the Free World
La passione non è cieca, è visionaria. Lo diceva Stendhal e sicuramente lo condividono Neil Young e Mike McCready, ripensando al loro amore più grande.
Artigiani dell’anima, il loro mestiere è la Musica. Le note di una chitarra significano respiro, vita. I due virtuosi lavorano sullo spirito, è per loro un modo di essere, una magia, è matematica emotiva.
Young è considerato senza ombra di dubbio il “Padrino del Grunge” grazie al suo stile chitarristico aspro, rumoroso e passionale, che ha ispirato profondamente la generazione di Seattle.
La leggenda del padre traccia la strada. Il futuro del figlio la illumina.
Due generazioni diverse, stessi intenti, stessa devozione. McCready non ha mai nascosto di essere intimidito e al medesimo tempo esaltato dall’idea di suonare con l’autore di Rockin’ in the Free World, considerandolo un punto di riferimento fondamentale per la propria cifra stilistica.
Quell’atmosfera, quel suono, quel mood, incazzato, maledettamente rock, lo ha saputo creare solo lui, “il ribelle dal cuore d’oro canadese”, ma qualcosa, all’inizio degli anni Novanta, si è mosso. La battaglia per “continuare a fare rock nel mondo libero” è diventata inno e ragione di vita per uno (e non solo, come vediamo nel clip qui sotto!) dei gruppi più originali e longevi nati in tal periodo.
Il primo incontro
16 ottobre 1992, trent’anni di carriera da festeggiare, un vento che soffia ancora. La celebrazione di Bob Dylan regala un concerto indimenticabile, con tutte le star dell’epoca a lui collegate felici di radunarsi per interpretare le sue canzoni a New York City, nel tempio americano della musica, il Madison Square Garden.
Neil Young e Mike McCready si incontrano in quel luogo mitico per la prima volta. Entrambi sono tra gli artisti ospiti della grande kermesse, The 30th Anniversary Concert Celebration, e nell’occasione McCready (insieme al compagno di band Eddie Vedder) condivide il backstage e vive i momenti più importanti della serata insieme al cantore dell’anima inquieta dell’America.
Scocca una scintilla: un mese dopo i Pearl Jam partecipano al Bridge School Benefit organizzato da Young e l’anno successivo sono il suo gruppo di spalla in alcuni concerti estivi (come il 10 luglio al Slane Castle in Irlanda), fino a infiammare i fan esibendosi insieme agli MTV Video Music Awards.
Mirror Ball: cronaca di un capolavoro
Di fatto Neil era Grunge prima del Grunge stesso. L’affinità elettiva è palpabile, con “The Loner” ispiratissimo e Mike e compagni a spingere senza mai fermarsi, nell’espressione di un rock muscolare e senza fronzoli. Musicalmente i Pearl Jam hanno una grande energia giovanile, ma senza inesperienza. Gli stili sono compatibili, un muro di suoni con tante sfumature. Il meglio, dunque, deve ancora arrivare, e prende la forma di Mirror Ball, un’opera che rischia seriamente di essere catalogata tra gli album più belli di sempre.
Le sessioni durano pochissimo, dal 26 gennaio al 26 febbraio 1995 al Bad Animals Studio di Seattle, e includono Act of Love, il brano già suonato insieme un paio di settimane addietro per l’evento benefico Voters for Choice.
L’approccio è crudo e immediato, un vero e proprio live in studio basato sull’energia elettrica e chitarristica. Nei primi giorni “The Godfather of Grunge” si presenta ogni volta con una canzone nuova, scritta appena in precedenza, catturando l’ispirazione del momento. Un’esperienza intensa, undici tracce nate di getto, un viaggio claustrofobico nel labirinto della mente tra suoni abrasivi, inquietudine e bisogno di redenzione.
Per motivi contrattuali legati alle diverse etichette discografiche dell’epoca (Reprise Records e Epic/Sony), i nomi dei membri della band di Seattle non compaiono in copertina come co-artisti a pieno titolo, pur essendo chiaramente riconoscibili nelle sonorità del disco. Solidi come la pietra, i Pearl Jam sono una certezza e non tradiscono le aspettative. La batteria di Jack Irons diventa resistenza e attrito, il basso con le improvvisazioni di Jeff Ament accelera e mette la freccia, mentre le chitarre di Young, McCready e Stone Gossard insistono cariche di tensione, come se ogni movimento continuasse all’infinito.
Il sound e le chitarre dell’album
Una spolverata di piano del produttore Brendan O’Brien, i cori di Vedder che, oltre a comporre Peace and Love, lascia la ribalta al “solitario sognatore hippie” di Toronto, e i giochi sono fatti, anche grazie all’inserimento di alcuni motivi più brevi o addolciti dal pump organ.
Tra i pezzi più intensi e amati spiccano Song X, I’m the Ocean, il singolo Downtown e Throw Your Hatred Down, tuttavia ogni composizione è memorabile, frutto di grande coesione e spontaneità totale.
McCready è al settimo cielo e si trova completamente a proprio agio con il suo idolo, al quale basta spiegare un giro di accordi al volo per essere capito subito musicalmente.
Il sound di Mirror Ball è ruvido, fangoso e tellurico, definito da una distorsione viscerale, da un ammasso di chitarre dense e da un’energia garage istintiva e naturale. La mitica “Old Black” si incrocia con la vintage Fender Stratocaster dell’adorato alunno, ma anche Gossard non è da meno con la sua Gibson Les Paul Custom. Il mix, a volte creato anche da una 1959 Les Paul Standard e una Telecaster, è denso e saturo, catturato quasi in tempo reale con pochissime riprese, senza troppi ritocchi in studio.
Il tour, la sorpresa di Merkin Ball e l’esecuzione in trio di Long Road
Nell’agosto del 1995 il progetto si sposta sui palchi con un tour europeo memorabile, nonostante l’assenza di Vedder (presente comunque in parte dello show al Golden Gate a San Francisco di fine giugno), consolidando il legame tra il vecchio leone del rock e i giovani alfieri di Seattle.
I brani suonati dal vivo attingono principalmente dal lavoro appena uscito, a cui si aggiungono classici del calibro di Cortez the Killer, Like a Hurricane, Powderfinger, Rockin’ in the Free World, Fuckin’ Up, Mr. Soul e Down by the River.
Durante le session di Mirror Ball vengono incise anche I Got Id e Long Road, che vedono una più decisa partecipazione di Eddie Vedder e la defezione di McCready. L’EP contenente le due canzoni vede la luce sul finire di quell’anno epico per il sodalizio. Proprio Long Road rivive un momento d’oro nel 2001, eseguita live in trio per l’evento America: A Tribute to Heroes.
Nel corso degli anni il rapporto rimane solido, portando McCready a partecipare pure ad altri progetti e tributi legati all’universo e alla musica di Neil Young. L’Intensa rilettura di Too Far Gone (splendido pezzo contenuto in Freedom, 1989), in occasione di un puntata del programma radiofonico The Bob River Show, sottolinea l’incredibile devozione di una delle anime sonore di Seattle per “l’eterno ragazzo che brucia la vita anziché spegnersi in silenzio”.
Un legame duraturo
Nello splendido film documentario Twenty, che ripercorre le allora due decadi di carriera dei Pearl Jam, McCready racconta dell’importanza di Young per la crescita personale e del gruppo e di quanto sia stato un onore lavorare e continuare a esibirsi con lui durante la carriera.
Un legame duraturo, che ha aiutato moltissimo tutta la band, ma soprattutto McCready a definire il suo sound e il suo playing, forgiato inizialmente da Jimi Hendrix, Keith Richards e da band memorabili quali Kiss e Aerosmith. Andiamo a ripercorrere le fasi salienti della carriera del chitarrista, fra l’altro autore, insieme a Jeff Ament, della musica di uno dei brani più amati dai fan dei PJ, Yellow Ledbetter.

Mike McCready, il cuore pulsante del rock viscerale di Seattle
Le peripezie degli inizi: dai Temple of the Dog ai Pearl Jam
Nato a Pensacola, Florida, il 5 aprile 1966, ma subito trasferitosi a Seattle, Mike McCready trova rifugio nella musica sin da piccolo, espandendo i suoi gusti musicali da Hendrix e Santana, ascoltati a tutto volume dai suoi genitori, alle magie chitarristiche altrettanto stupefacenti di Ace Frehley, Joe Perry e Brad Whitford.
A undici anni comincia a strimpellare una sei corde, poi arrivano i primi gruppi e un momento di depressione adolescenziale. Ancora una volta l’incanto di una canzone, Couldn’t Stand the Weather e la genialità di un virtuoso, Stevie Ray Vaughan, gli ridonano passione. Con l’amico Stone Gossard viene coinvolto sul finire degli Ottanta nei Temple of the Dog, un supergruppo che oltre al mai troppo compianto Chris Cornell include i futuri membri dei Pearl Jam. I nineties si aprono alla grande e arriva il primo apice per Mike e compagni con Ten.
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Ulteriori informazioniIl successo della “nuova musica”
I Pearl Jam non sono semplicemente un gruppo: sono una forza della natura, una delle ultime grandi band capace di tenere insieme l’anima e l’intelletto, il suono e il silenzio. Con SRV, ma anche Angus Young, The Who, Mick Taylor e, andando indietro Muddy Waters e B.B. King nel cuore, McCready infarcisce di note blues, soprattutto dal vivo, il muro del suono grunge dei PJ. Scorrono gli anni e via via fluidi, tuttavia sempre diversi l’uno dall’altro, arrivano Vs., quel capolavoro sin troppo sottovalutato a nome Vitalogy e poi No Code, Yield, con Binaural e Riot Act ad aprire il nuovo secolo.
Una musica nuova, sulla scia di Nirvana e Soundgarden, ma destinata a evolversi e a superare le barriere del tempo. Pezzi vitali ed energici quali Once, Alive e Even Flow diventano seminali per la creazione di Go, Dissident, Spin the Black Circle, Hail, Hail, Do the Evolution e Save You.
A far da contraltare le ballate melodiche più intense ed emozionanti: le struggenti Black e Immortality, la cupa e ipnotica Nothing As It Seems, la delicata Just Breathe. Il valore della musica dei Pearl Jam va ben al di là delle differenze di genere e delle mode del momento abbracciando il luogo eterno della classicità.
I superstiti del grunge: gli ultimi anni, un elogio alla coerenza
Show stratosferici, sempre ben documentati su disco (su tutti Live at Benaroya Hall e Live at the Gorge 05/06), l’omonimo lavoro in studio del 2006, poi Backspacer (2009), Lightning Bolt (2013) fino all’ultimo Dark Matter: cronaca di un gruppo che ha sempre saputo rinnovarsi e rigenerarsi grazie alla musica, ai costanti contatti con artisti di ogni tipo, con un’urgenza continua e una ricerca sonora senza tregua.
Una band compatta, nonostante le forti personalità presenti al suo interno, che ha saputo resistere evitando di sottomettersi all’ego di ogni singolo membro. Il rispetto reciproco ha permesso il confronto, l’accettazione dei progetti al di fuori della formazione senza scalfire la qualità delle canzoni, il tutto con maturità e coerenza sociale e politica.
Superato il periodo di maggior successo, i Pearl Jam non hanno mai perso lo smalto perseverando nello sviluppare un sound rock diretto, energico e viscerale. Sono sopravvissuti agli anni Novanta senza perdere l’anima, mantenendo un legame unico e duraturo con i fan, incessantemente connessi con il presente. I loro concerti dal vivo sono tuttora un rito collettivo. E il buon vecchio Mike è ancora al loro fianco, a suonare con la stessa rabbia e passione degli esordi. Inestinguibile.
Gli altri progetti, lo stile e le chitarre di Mike
Mad Season, The Rockfords, Walking Papers e Levee Walkers sono solo alcune delle realtà musicali toccate dal celebre chitarrista a stelle e strisce durante la sua epopea artistica. Un eroe della sei corde autodidatta, che ha perfezionato il suo stile a orecchio, innamorato delle gesta di Eddie Van Halen, Alex Lifeson, Pete Townshend (da cui aveva ereditato la “pazzia” di mandare in frantumi le chitarre!) David Gilmour, Carlos Alomar e Johnny Thunders.
Un uomo tutto d’un pezzo, capace di attraversare e oltrepassare più crisi legate all’abuso di sostanze. Sofferente di Crohn’s disease, da sempre sensibile agli eventi di beneficenza, il suo apporto ai brani dei Pearl Jam è assolutamente fondamentale. Rapporti familiari difficili, temi politici e crescita interiore, Vedder spesso racconta storie vere o esperienze personali per esplorare il dolore, la perdita e la ricerca di speranza. Le tematiche non vengono però riflesse solo nei testi, ma anche in una musica costruita sulla potenza e dolcezza delle ritmiche, dei “soli” e dei riff di McCready.
Quali sono, dunque, le sei corde più importanti, quelle che hanno catalizzato i momenti memorabili di un’avventura discografica e concertistica di primo piano?
Mike è noto per utilizzare una grande varietà di chitarre diverse, con Fender e Gibson a elevarsi come marchi di riferimento.
La più preziosa è una Stratocaster del 1960 con tastiera in palissandro massiccio, ispirata alla “Number One” di Stevie Ray Vaughan. Nel 2021 Fender ne ha proposto un’edizione limitata del Custom Shop, replica fedele della sunburst originale. Durante le esibizioni live non mancano alcune Telecaster, necessarie per sviluppare trame inusuali (si pensi alla rabbiosa e tagliente Corduroy).
Un’altra freccia nell’arco del “ragazzo” nato a Pensacola è la Les Paul, in particolare usata per le esibizioni dal vivo di Alive, Brain of J. e Given to Fly. Nella sua collezione spicca la Standard del 1959, precedentemente di proprietà di Jim Armstrong dei leggendari Them di Van Morrison.
Recentemente ha iniziato a utilizzare anche la Les Paul Junior a singolo pickup, un TV model sempre del 1959 con finitura gialla. In suo possesso pure alcune Special.
Prevalentemente (e ovviamente) chitarrista elettrico, nei momenti più intimi e introspettivi McCready passa senza esitazioni e con grande classe all’acustica: qui comanda ancora il brand Gibson, alimentato dal mito degli adorati The Rolling Stones, The Everly Brothers e Gram Parsons, con la ’66 Dove e la ’70 J-160E. In suo possesso pure una Hummingbird di metà anni Sessanta, scelta per il suono caldo e avvolgente, e alcune Martin. Da ricordare, infine, la Takamine Fp 340SC imbracciata durante lo storico Unplugged del 1992.
Un grande amico e fan del playing di McCready è Neil Finn, chitarrista, polistrumentista e songwriter di lusso, noto anche per essere il frontman dei Crowded House.
Una nuova, sfavillante puntata di “Crossroads”, la serie speciale di Planet Guitar, è pronta per spiccare il volo!
Stay tuned
To be continued…
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