A volte la magia risiede anche nel contrasto: la divina delicatezza di J.J. Cale, capace di raccontare in due note una storia, e la furia inquieta e fragile di Neil Young, che cerca la salvezza nel muro del suono. Due modi di viaggiare nello stesso deserto, due modi di guardare le stelle sotto lo stesso cielo. Un’altra puntata di Crossroads ad alta emozione, dove le chitarre si accordano su un’atmosfera sospesa, intrisa di una dolce malinconia.

Le mille sfaccettature di Neil, la tranquillità di JJ
La strada giusta
Anche la storia della musica, come la storia più in generale o quella dell’arte o della scienza in particolare, è segnata da punti di svolta, da idee e paradigmi nuovi, da un insieme di teorie e prassi intorno a cui sembrano concentrarsi un’energia rinnovata e soluzioni inaspettate.
Si pensi ai grandi artisti, a quel momento in cui sembrano spiccare un salto in avanti, grazie a vere e proprie rivoluzioni musicali. Alcuni di questi frangenti sono cambiamenti epocali, quali la consacrazione dell’opera nel Seicento con Monteverdi e l’irruzione successiva sulla scena di geni come Bach o Beethoven, altri sono invece passaggi contrassegnati da grandi polemiche e discussioni, come quando John Cage decise che a dar forma alla sua musica sarebbe stata la casualità del lancio di una moneta.
Tutti questi momenti di mutamento hanno aperto strade verso destinazioni spesso impreviste e arricchito il patrimonio della cultura musicale di capolavori straordinari fino ai giorni nostri, ove le canzoni nella loro accezione più moderna sono il veicolo e i musicisti devono guidarle attraverso le curve del tempo per far loro imboccare la strada giusta e proseguire il percorso cominciato tanto tempo fa. Il tragitto di Neil Young, il suo pregiato songbook continua questa evoluzione e, prima dell’ennesimo, repentino cambiamento, con la sua svolta “elettronica” degli anni Ottanta, tocca un altro dei suoi apici con Comes a Time.
Il contributo di J.J. Cale
Comes a Time, “arriva un momento”, mai titolo pare più profetico nell’indicare i cambiamenti dei tempi nel tempo. Young è un altro dei precursori, dei rivoluzionari, ha trasformato i contenuti e le sonorità della canzone contemporanea avvolgendola nell’imperfezione e nel contrasto, unendo la fragilità della ballata folk acustica alla furia viscerale di un rock elettrico e abrasivo. Questo approccio lo ha reso il padrino riconosciuto dell’alternative rock e del grunge.
Dopo il conclamato successo di Harvest nel 1972, Young prende le distanze dalla sua nuova immagine pubblica di cantautore sentimentale e realizza diversi album che palesano stili contrastanti. Comes a Time vede l’artista tornare ad abbracciare ancora una volta un’immagine folk più romantica. Il disco presenta inoltre sorprendentemente una serie di sovraincisioni e un nutrito gruppo di musicisti di supporto, in contrasto con la sua tipica preferenza per le registrazioni dal vivo in studio.
Il risultato è un lavoro genuino e accattivante, il primo dopo tante esperienze a ritrovare la strada maestra, prima di virare verso l’elettrico, con i suoi Crazy Horse e quell’esperimento ibrido riuscitissimo a nome Rust Never Sleeps, e poi tendendo vorticosamente in direzione dell’elettronica, segno dell’ennesimo, nuovo corso.
“The Loner” pubblica Comes a Time in un periodo di fuoco, con il punk pronto a sgretolare via ogni certezza, tuttavia l’approccio intimista e una manciata di canzoni con ospiti speciali ne fanno una delle opere da riscoprire. Anche la critica, inizialmente piuttosto freddina, si è riavvicinata all’album, una pietra miliare con comparsate del calibro di Nicolette Larson, insostituibile nelle armonie vocali, e J.J. Cale, il cui tocco alla chitarra acustica ed elettrica lascia più di quanto possa trasparire. Non sono solo note, infatti, è proprio un discorso di atteggiamento…
Una Crazy Mama per Neil
Nella sua autobiografia del 2012 Waging Heavy Peace: A Hippie Dream, Young definisce JJ uno dei migliori chitarristi elettrici che abbia mai ascoltato, elogiando il suo “tocco” unico e l’enorme influenza sulla propria produzione musicale.
Crazy Mama è stata per lui un’epifania, un qualcosa di fondamentale per la crescita artistica al pari di All Along the Watchtower nella versione di Jimi Hendrix. Aver avuto Cale al suo fianco proprio nella title track, Comes a Time, e poi in Already One e Four Strong Winds gli ha fatto di nuovo respirare quell’aria di libertà che è sempre stata la musa ispiratrice dei suoi grandi mutamenti.
La strana coppia
Spettinato, camicia rigorosamente aperta, chiusa da un solo bottone in fondo, cappellino appeso alla fibbia dei jeans, ma sguardo profondo e sorriso infingardo, con due occhi furbi e veloci. Ecco come si presenta alle sessioni “Mr. Laid Back”, l’artista che ha fatto innamorare della sua musica anche Clapton, Santana e Knopfler (senza dimenticare i Lynyrd Skynyrd), fino alle successive generazioni di chitarristi virtuosi, da John Mayer e Derek Trucks a Marcus King.
Questo termine, laid back, traducibile in italiano come “rilassato”, viene affibbiato al suo stile, al suo playing dai critici musicali e diventa un vero trademark per il musicista. Approfondendo ulteriormente la cosa ci si può rendere conto di quanto questa “tranquillità”, vicina al vero e proprio “scazzo”, rappresenti una filosofia di vita, incarnata anche nel modo di vestirsi e di atteggiarsi. Seppur con le dovute differenze, anche Neil Young è sempre stato “contro” e “anti”, rifuggendo le scelte facili e il conformismo. La lezione di JJ che tanto stimava gli è rimasta impressa per tutta la vita e ancora adesso nelle sue esibizioni, nei suoi dischi, non manca quel pizzico di ribellione, quella voglia di non fermarsi in superficie che era tipica dell’autore di Cocaine. Ripercorriamo ora brevemente la formidabile carriera dell’artista canadese, soffermandoci su quei momenti che ne hanno evidenziato la continua evoluzione.

Neil Young: storia del poeta solitario
Gli inizi di “The Loner”
Nato a Toronto il 12 novembre 1945, Neil Percival Young, tra traversie fisiche personali e problemi familiari trova già da giovanissimo rifugio nella musica, che diventa una sua seconda pelle. Le amicizie con Stephen Stills e Joni Mitchell si rivelano subito stimolanti e il suo trasferimento a Los Angeles coincide con l’esordio folk-rock insieme ai Buffalo Springfield (1966).
Il 1968 marca il suo debutto solista, con piccoli capolavori quali The Old Laughing Lady e The Loner, che diventa anche il suo soprannome. Seguono la nascita dei Crazy Horse, la pubblicazione di due dischi seminali, Everybody Knows This Is Nowhere e After the Gold Rush, e l’inizio della collaborazione con Crosby, Stills & Nash, prima del capolavoro country folk Harvest.
La miracolosa genialità di Neil declinata negli anni Settanta e Ottanta
Partendo dall’assunto che tutto in natura sia dinamico e persistente nel contempo, dall’idea che nulla si possa definire stabile, definitivo, ogni individuo esiste e si manifesta lungo l’arco della propria vita accumulando istanti, a formare una “nuvola” chiamata “esistenza”.
La vita artistica (e non solo) di Neil Young è costellata di cieli sereni e temporali, di forti venti (la canzone che tanto l’ha ispirato Four Strong Winds echeggia mentre scriviamo queste parole!) e di mare a calma piatta. Si parte nei Settanta con la trilogia oscura (1973-1975): all’apice del successo commerciale, l’estroso e stravagante canadese vira verso sonorità cupe e dolorose. L’album dal vivo Time Fades Away e in studio i dischi On the Beach e Tonight’s the Night (con un Nils Lofgren in edizione stratosferica) segnano un approccio ruvido e viscerale.
Giungono poi una manciata di lavori in chiaroscuro, il nuovo apogeo con Comes a Time e Rust Never Sleeps e qualche caduta di tono fino al “brivido dell’elettronica”. Con l’album Trans (1982), Young, oramai da tempo innamorato del Synclavier, spiazza tutti introducendo pesantemente sintetizzatori, drum machine e il vocoder per esprimere la difficoltà di comunicazione con il figlio disabile.
Subito dopo questa fase altamente sperimentale Neil pubblica Everybody’s Rockin’, in cui esplora le sonorità rockabilly e r&b degli anni Cinquanta con la band The Shocking Pinks. L’ultimo disco stravagante del periodo è This Note’s for You (1988), intriso di soul e fiati, anticamera di altrettante grosse novità pronte ad esplodere nella decade successiva.
I gloriosi Novanta
“Because I’m still in love with you
I want to see you dance again
Because I’m still in love with you
On this harvest moon”
Feedback e distorsioni accompagnano Ragged Glory (1990) dalla prima all’ultima canzone, tuttavia il ritorno dirompente a un sound mascolino con attitudine punk, seminale per il movimento grunge, si infrange nell’incredibile quiete del seguente, clamoroso Harvest Moon, esattamente a vent’anni da Harvest.
Solitudine, nostalgia e speranza, ma anche ribellione e amore per la natura: Unknown Legend, From Hank to Hendrix (vero masterpiece di poetica, con l’accostamento dei cambiamenti della vita personale a quelli nella storia della musica), la title track e via via tutte le tracce in scaletta toccano le corde del cuore e lasciano senza respiro.
“At least he wasn’t alone (Too late)
He sleeps with angels (Too soon)
He’s always on someone’s mind
He sleeps with angels (Too late)
He sleeps with angels (Too soon)”
Il turbinio emotivo e sonoro trova un momento apicale in Sleeps with Angels (1994), ove la scaletta è un’altalena lanciata a folle velocità e si passa in un attimo dal folk acustico al rock più duro.
Oltre a questo bellissimo lavoro di chiaro stampo grunge nel quale la ferita per la scomparsa di Kurt Cobain non si è ancora cicatrizzata, i nineties, certamente un decennio d’oro per l’autore di Like a Hurricane, sono da ricordare anche per lo storico Unplugged, Mirror Ball (1995) con i Pearl Jam e la tormentata colonna sonora di Dead Man (1996).
La sorpresa di Prairie Wind
La forma strepitosa prosegue nel nuovo secolo con la dolcezza malinconica di Silver & Gold e la poetica sofferta di Are You Passionate? (2002) concepito nel periodo dell’attentato alle Torri Gemelle e impreziosito dal sapiente tocco di Booker T. & the M.G.’s.
L’interessante Greendale, un concept album di forte impatto anche nelle rappresentazioni dal vivo, spiana la strada a un’altra vetta, Prairie Wind (2005).
Oltre a essere un album fatto di immagini, storie personali e di confessioni a cuore aperto (durante la registrazione gli è stato diagnosticato un aneurisma cerebrale), si tratta dell’opera che meglio fonde presente e passato della carriera di Neil Young. In questo senso va letto l’arrangiamento di Far From Home in cui brilla la splendida sezione fiati guidata da Wayne Jackson, i Memphis Horns.
Un highlight di Prairie Wind è sicuramente It’s a Dream, dolce ballata accompagnata dagli archi diretti da Chuck Cochran, una vecchia conoscenza che aveva curato gli arrangiamenti orchestrali proprio di Comes a Time. Un cerchio che si chiude…
The Monsanto Years: gli ultimi anni con la continua voglia di lottare
Dopo l’altezzosa, lungimirante invettiva contro la guerra di Living with War (2006) e la conseguente reunion con Crosby, Stills & Nash, Young persiste in fasi di transizione e sperimentazione con il sound rock essenziale e massiccio di Le Noise (2010), prodotto da Daniel Lanois.
La sua è ormai una discografia infinita, sempre più corroborata dai Neil Young Archives, ricchi di materiale di eccellente livello. Il sussulto di Psychedelic Pill porta all’ultimo picco, The Monsanto Years (2015), nel quale insieme ai Promise of the Real, con Lukas e Micah Nelson denuncia le ambiguità dell’azienda Monsanto.
Gli ultimi dieci anni scorrono veloci tra un disco e un altro, tra turbinii sentimentali e angoscia per un certo tipo di progresso. Sempre senza nessuna pausa o pentimento, perdendosi ogni volta nella sua adorata musica. È una delle caratteristiche di Neil Young, e nessuno lo potrà fermare. Come ha dichiarato anche nella sua autobiografia: “La musica può portarti ovunque tu voglia”. Come un uragano.
Le chitarre di NY
La musica di Neil Young è come guidare un vecchio fuoristrada. A volte è lenta e comoda, altre volte sfreccia veloce e senza regole su strade sterrate. Influenzato dai grandi maestri del blues e del folk, folgorato da contemporanei quali Dylan, The Band, Clapton e, come abbiamo visto, J.J. Cale, il songwriter canadese ha spaziato dal country all’hard rock, meritandosi l’appellativo di “padrino del grunge”. La sua intera vita artistica è definita da imprevedibili e radicali svolte sonore, così come da un’infinita serie di chitarre, accarezzate lietamente o strapazzate come se non ci fosse un domani. Proviamo a elencarne alcune, quelle più significative di un personaggio che in carriera ha suonato con sentimento e trasporto anche l’armonica, il piano e il pump organ, il banjo (in particolare un Gibson Mastertone a sei corde) e una lunga serie di sintetizzatori.
Il marchio Gretsch è il riferimento degli inizi, nel periodo Buffalo Springfield, con la 6120 e poi la White Falcon che si può ascoltare in tracce dei primi anni Settanta come Ohio, Southern Man, Alabama e Words (Between the Lines of Age), e viene utilizzata durante tutte le sessioni per Harvest.
Proseguiamo con la mitica 1953 Gibson Les Paul Goldtop. Soprannominata “Old Black”, nel tempo è diventata la chitarra elettrica principale: langue e guaisce come non mai nel disco Rust Never Sleeps e in molti altri suoi lavori. Deve il suo soprannome alla verniciatura artigianale della cassa dello strumento (originariamente di colore dorato), anteriore all’acquisto da parte di Neil Young, che ne entra in possesso alla fine degli anni Sessanta.
La carrellata “elettrica” continua con la Gibson Flying V, celebre durante il tour di Time Fades Away, la Fender Broadcaster, udibile in Tonight’s the Night e nelle susseguenti date live, e potrebbe continuare con le numerose varianti, ma è tempo di passare ai modelli acustici.
Qui comanda il marchio Martin: si va da una vecchia D-18, adoperata durante i primissimi anni di carriera, per arrivare all’epica D-45, ricevuta da Stills nel 1969 e divenuta da allora la principale, usata per comporre Old Man e tanti altri successi.
Merita una menzione anche la D-28, soprannominata “Hank” in onore del suo precedente proprietario Hank Williams. Young l’ha utilizzata in tour per più di trent’anni. Un interessante racconto di questa chitarra e della canzone ad essa ispirata, This Old Guitar, è inclusa nell’imperdibile film Neil Young: Heart of Gold.
In chiusura una citazione anche per il brand Taylor, con la 855 a 12 corde, colonna portante della prima parte di Rust Never Sleeps.
Un grande fan della musica e del suono creato dalle chitarre di Neil Young è Mike McCready, pedina fondamentale di un importante capitolo della storia del “loner” di Toronto.
Un nuovo, emozionante episodio di “Crossroads”, la serie speciale di Planet Guitar, sta cominciando a prendere forma!
Stay tuned
To be continued…
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