Tra i dischi più importanti incisi da Bob Dylan negli anni sessanta figura Blonde on Blonde, un lavoro dal sound duro ma autentico. L’album suggella l’inizio della meravigliosa avventura con Robbie Robertson che insieme al suo gruppo, The Band, lo aiuterà a cambiare la storia della musica rock. Grazie alla serie Crossroads, andiamo a rivivere il fascino di quei magici tempi andati!

Una Telecaster salverà il mondo
Il potere delle canzoni
A volte ascoltare canzoni è come quando si vede passare gente in un treno che corre parallelo al proprio: gli sguardi si incrociano per un attimo e poi si lascia che sfuggano lontano. Altre volte scocca una scintilla, quei brani si appiccicano nella testa e non vogliono più andare via. Ce ne si innamora talmente tanto che si vuole approfondire, capire perché sono così importanti, qual è il loro vero significato.
Le canzoni di Bob Dylan rappresentano un punto di riferimento per tutta una generazione di giovani idealisti, riflettono il profondo travaglio culturale e politico che caratterizza le società occidentali a partire dagli anni Sessanta. Tra gli LP più rilevanti della discografia dylaniana figura Blonde on Blonde (1966), che insieme a Bringing It All Back Home e Highway Revisited (entrambi del ’65) costituisce il trittico musicale fondamentale della storia del rock e tratteggia l’incredibile svolta sonora. Proprio in Blonde on Blonde si cementa il rapporto artistico tra Dylan e Robbie Robertson, cominciato poco prima con la pubblicazione di un singolo duro e diretto, Can You Please Crawl Out Your Window?
La rivoluzione elettrica del Messia Bob prosegue così grazie a un nuovo apostolo…
Dylan, Robertson e quel momento che cambia la storia
Robertson è probabilmente il chitarrista più significativo nella carriera del menestrello di Duluth. A lui tocca sostituire quel geniaccio di Mike Bloomfield, che sta vivendo un momento tormentato e non se la sente più di proseguire. La ribellione elettrica ora va avanti a colpi di Telecaster, e Robbie diventa una parte fondamentale dei leggendari concerti di quell’epoca. Scorre il 1966, quando la sua sei corde fumante lascia il segno su brani quali Baby, Let Me Follow You Down, Just Like Tom Thumb’s Blues e I Don’t Believe You (She Acts Like We Never Have Met).
Ma il vero punto di svolta avviene con le potenti e tarantolate esecuzioni della torrida Like a Rolling Stone: in una famigerata notte a Manchester, Dylan esorta Robertson e i The Hawks, la futura The Band, a suonare “fottutamente forte” dopo essere stato chiamato Giuda dai fan più intransigenti, “traditi” da quel sound diverso e aggressivo, così lontano dall’iniziale folk acustico. Niente sarà più come prima con il futuro Premio Nobel arroccato sulla sua posizione: il suo coraggio lo conduce a diventare l’epicentro di un nuovo modo di associare protesta e musica.
Da Blonde on Blonde a Music from Big Pink
Nell’essenziale Blonde on Blonde si possono ascoltare gli assoli strazianti di Robertson in Pledging My Time, Obviously Five Believers e Leopard-Skin Pill-Box Hat, i riff e tocchi di classe in grandi canzoni come One of Us Must Know (Sooner or Later), Most Likely You Go Your Way and I’ll Go Mine e Absolutely Sweet Marie.
Dopo aver collaborato sia in studio sia dal vivo, l’affiatamento tra i due prosegue anche in seguito al grave incidente in moto di Dylan, avvenuto in piena estate, sempre in quell’incandescente 1966: durante la lunga convalescenza Robertson e gli Hawks vengono invitati a casa sua nella comunità di Byrdcliffe a Woodstock e insieme continuano il loro percorso a metà strada tra innovazione e tradizione, ponendo la prima pietra del genere “Americana” nel country/rock e nel ritorno alle radici con The Basement Tapes, un disco leggendario che però non vede la luce (legalmente) fino al 1975.
Ma non è finità qui… Gli Hawks, dopo una serie di vicissitudini intraprendono il loro personale cammino con la benedizione di Bob, ormai deciso a star fuori dalla scena per un po’: arriva il momento di The Band e di un disco altrettanto storico, Music from Big Pink.
Quella mitica “casa rosa” e l’inizio del ritiro
Il rito ciclico della natura si mescola al sacro e profano della musica. Un tramonto di fine estate, l’aria immobile dei boschi, l’odore dei campi, il frinire dei grilli. La luce arretra davanti al buio, tuttavia si distinguono ombre, rumori e chiarori da un casale rosa su una montagna isolata nella rustica Woodstock, Stato di New York.
Rick Danko, Garth Hudson, Richard Manuel e Robbie Robertson si trasferiscono in questo luogo a partire dalla primavera del 1967 (Levon Helm è ancora a Memphis, ma raggiunge il gruppo a inizio autunno). Il già citato The Basement Tapes e l’incantevole esordio di The Band, Music from Big Pink, si materializzano nel seminterrato di quella casa.
I ragazzi si adeguano subito alla vita di montagna. Si fanno crescere la barba, spaccano legna e cominciano a vestirsi come dei pistoleri di frontiera del diciannovesimo secolo, con canotte di lana, camicie di jeans e stivali da cowboy. Sembrano arrivare da un altro mondo, ma si adattano al contesto. Legano con i residenti della città, a differenza degli artisti hippie che avevano cominciato a trasferirsi in quella zona, troppo lontani per usi e costumi dalla mentalità conservatrice del luogo. Eppure niente è così rivoluzionario di quello che esce dalle pareti di quella strana abitazione.
Alcuni brani con il tocco inarrivabile di Dylan e il contributo di Manuel e Danko (la struggente Tears of Rage, con una chitarra a un passo dal cielo, e poi le intense This Wheel’s on Fire e I Shall Be Released), altri perfetti per evidenziare la penna affilata di Robertson (To Kingdom Come e Chest Fever), che raggiunge uno dei suoi più alti livelli in The Weight, un blues moderno a metà strada tra country e rock ove le sacre scritture si fondono con il grande mito americano: in sintesi, Music from Big Pink è un capolavoro.
The Band spicca il volo, e da gruppo di supporto di un grande artista diventa un grande gruppo con tanti artisti a supporto, come vedremo in The Last Waltz. Tuttavia, c’è un periodo precedente a quello storico concerto in cui Bob, Robbie e gli altri ragazzi, ormai baciati dal successo, si incontrano nuovamente…
Before the Flood e The Last Waltz: la Strato sostituisce le Tele
A parte quella fantastica notte di Capodanno ’71/72, immortalata nel magistrale Rock of Ages (versione a due CD rilasciata nel 2001), Dylan e The Band non si riuniscono davanti a un pubblico fino al 1974, quando l’autore di Blowin’ in the Wind esce dal ritiro e torna sui palcoscenici dopo otto anni, insieme agli stessi musicisti di allora, che ormai vantano un’illustre carriera, con alcune delle sue canzoni nel repertorio.
Il tour ottiene un successo assoluto, pur non toccando la passione e l’intensità di quello precedente, in cui era stato fischiato. E dimostra in maniera incredibile quanto fosse avanti con i tempi. A cristallizzare quel ritorno in pompa magna esce Before The Flood, doppio LP live dai giudizi critici controversi. Dylan adotta uno stile vocale grezzo ed energico, diverso da quanto prodotto in passato e poi in futuro, mentre la Band è immanente durante tutto lo show, da The Night They Drove Old Dixie Down al particolare remake di All Along the Watchtower con un Robertson sugli scudi…
Poco prima di quei concerti, nel Novembre ’73, Bob, Robbie e compagni si erano invece trovati in studio per Planet Waves, un disco sottovalutato, ricco di canzoni bellissime e introspettive come Going, Going Gone, Forever Young e momento cruciale per tutti gli amanti di aneddoti sulle chitarre. Proprio per quel lavoro Robertson sostituisce infatti le sue fidate Telecaster degli anni ’50 e ’60 con una Stratocaster rossa del ’54.
The Last Waltz suggella quel passaggio e segna anche la fine di un’era, con Dylan, Robertson e tutta The Band a cantare all’unisono I Shall Be Released.
Amici sempre
Dopo l’esperienza mistica e potente di The Last Waltz, Bob e Robbie non si incrociano più dal punto di vista musicale, ma rimangono amici per sempre, fino a quel tragico 9 agosto del 2023.
“La sua scomparsa lascia un vuoto improvviso”, dichiara Dylan a Billboard. Oltre a essere stati un picco artistico, gli anni vissuti fianco a fianco hanno forgiato la lunga e fortunata carriera di entrambi. E il buon “Zimmie” fortunatamente è ancora qui, a tenere alta la voce di una generazione, che ha influenzato e influenzerà più generazioni.

Bob Dylan, un rivoluzionario mai domo
Premessa doverosa: condensare l’epopea di Bob Dylan in poche righe, dopo che sono stati scritti fiumi di inchiostro a riguardo, è impresa ardua e pleonastica. Concentrarsi su alcuni momenti topici, che mettano in primo piano la sua importanza diretta o indiretta per il mondo a sei corde può essere invece un’idea azzeccata, coerente con la mission di Planet Guitar…
John Lennon, Jimi Hendrix, Eric Clapton, Bruce Springsteen non sarebbero stati gli stessi senza Robert Allen Zimmerman (questo il suo vero nome) e, pensando all’Italia, il medesimo discorso vale per Francesco De Gregori, Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini ed Edoardo Bennato. Si tratta solo di alcuni nomi, tuttavia già indicatori di quanto Dylan, classe 1941, sia stato in grado di dare un contenuto alla musica rock, trapiantando i principi della protesta della musica folk nel cuore stesso del rock and roll.
L’effetto della voce strascicata e nasale, del suo frasario tagliente ma ricercato e del suo songwriting innovativo e al tempo stesso profondamente legato alle radici è stato enorme.
Negli Settanta e Ottanta l’influenza dell’artista nato in Minnesota diminuisce notevolmente, tuttavia non si affievolisce il suo prestigio, i suoi dischi continuano ad avere un buon successo commerciale. In particolare nel 1988 brillano le incisioni dei Traveling Wilburys, un supergruppo con lui e Tom Petty (da qualche anno il suo preferito compagno d’avventura), George Harrison (innumerevoli gli interscambi, su tutti il Concert for Bangla Desh), Jeff Lynne e Roy Orbison (uno dei suoi eroi).
Dylan dimostra ancora una volta la sua capacità di sorprendere, basti ascoltare quella piccola gemma di Tweeter and the Monkey Man. E pochi anni più tardi arriva il momento di festeggiare alla grande un importante anniversario.
1992, trent’anni di musica in un concerto
1962- 1992: tre decenni sempre sulla cresta dell’onda, nonostante i normali alti e bassi, e lo dimostra lo stuolo di star di ogni genere a onorarlo in una stupenda notte di ottobre al Madison Square Garden. Con direttore artistico il grande G.E. Smith e il leggendario Booker T., i mai troppo compianti Steve Cropper e Donald “Duck” Dunn come straordinaria backing band, sfilano tutti i più grandi artisti contemporanei.
Per gli amanti delle chitarre sono imperdibili gli ensemble con lo stesso Dylan, Eric Clapton, George Harrison, Roger McGuinn, Tom Petty e Neil Young. E per l’occasione non può mancare anche The Band, purtroppo priva di Robertson.

Nel nuovo secolo, ancora in formissima
Time Out of Mind (1997) e Love and Theft (2001) certificano che Bob rimane il personaggio intellettualmente più significativo della rivoluzione rock del ventesimo secolo. Anche nel Terzo Millennio mantiene un ruolo importante tra dischi imperdibili (Tempest, 2012 e Rough and Rowdy Ways, 2020) e concerti intensi e spiazzanti.
È un’autostrada senza fine quella che Dylan sta percorrendo da più di sessant’anni e tutto avviene ancora a grande velocità, a pieno carico e con tanta benzina nel serbatoio. Un irrefrenabile incazzoso, un bastian contrario imprevedibile con ancora il grande fuoco dentro.
Prendendo spunto da due delle sue più belle canzoni, “It’s not dark yet”, Bob, “may you stay forever young”.
Chitarre e chitarristi di Bob Dylan
Nel 1965, al Newport Folk Festival, Bob Dylan sostituisce la sua consueta Martin con una Stratocaster. È l’inizio della rivoluzione elettrica, con il testimone che passa da Bloomfield a Robertson.
Da quel momento il menestrello del rock comincia l’alternanza, e durante la carriera si divide tra acustico con Gibson J-50, Hummingbird, J-180 e L-00 (per Time Out of Mind), ed elettrico.
Bob utilizza una Strat pure per The Last Waltz, e il marchio Fender si insinua sia in studio sia on stage: Jaguar, Telecaster e persino modelli meno popolari, ma ultra cool, come Electric XII e Bass VI.
Ritornando a Gibson, impossibile non menzionare le SG (original) per il Never Ending Tour (1988) e Junior 60’s nel 1990 con Tom Petty.
Ancora due chitarre immortalano alcuni epici momenti di cui abbiamo parlato. La Epiphone Casino, utilizzata nel ’74 nel ritorno sui palchi insieme a The Band, e la Gretsch G 6129-1957 Silver Jet con i Traveling Wilburys.
Eric Clapton, George Harrison, Mark Knopfler e Ronnie Wood, ovviamente, ma anche Jimmie e Stevie Ray Vaughan, Robben Ford, David Lindley e Slash avrebbero più di una storia da raccontare sull’amico Bob. Si tratta comunque di legami, in alcuni casi davvero molto forti, tra “pari”, per status e lignaggio e, a parte il lavoro da session man e produttore dell’ex Dire Straits, gli altri contributi possono essere visti come collaborazioni e amicizie tra star.
Bruce Langhorne, Charlie McCoy, Peter Drake, Charlie Daniels, Mick Taylor, Mike Campbell, Duke Robillard e Bucky Baxter sono invece chitarristi importanti che arrivano dal basso e si dedicano completamente al progetto musicale presente in quel momento nella mente del buon Dylan.
Inoltre, vi è un altro re delle sei corde con cui Bob ha condiviso una pagina importante della sua storia recente. Stiamo parlando di Charlie Sexton: un altro appassionante episodio di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta prendendo forma!
Stay tuned
To be continued…
Contenuti correlati:
* Questo post contiene link affiliati e/o widget. Quando acquistate un prodotto tramite un nostro partner affiliato, riceviamo una piccola commissione che ci aiuta a sostenere il nostro lavoro. Non preoccupatevi, pagherete lo stesso prezzo. Grazie per il vostro sostegno!
- Voci e chitarre di una generazione: Bob Dylan & Robbie Robertson - 18. Gennaio 2026
- Bryan Adams: 10 sorprendenti featuring del rocker canadese - 11. Gennaio 2026
- Robbie Robertson & Emmylou Harris: l’Ultimo Valzer di The Band - 4. Gennaio 2026




