Gli Arc Angels sono un supergruppo nato sulle ceneri dei Double Trouble, la storica band dell’indimenticato Stevie Ray Vaughan. Ne fanno parte Doyle Bramhall II e Charlie Sexton, due enfant prodige della chitarra che arrivano proprio dal mondo di SRV e del fratello Jimmie. Grazie a Crossroads andiamo a rivivere la loro lunga storia di amicizia e collaborazione artistica.

Cowboy a sei corde. Le avventure di Charlie e Doyle
“Gli eroi son tutti giovani e belli…”
“Warm winds blowing
Heating blue sky
And a road that goes forever…
She says, ‘What?’
I said, ‘Texas’
She says, ‘What?’
They’ve got big long roads out therе…
–Chris Rea, Texas, da The Road to Hell, 1989
Estate 1991. Nel cuore del Texas soffiano venti caldi, il cielo blu si arroventa. Su una strada che sembra andare avanti all’infinito sfreccia una Mercury lowrider convertible color cammello del 1950, fino a perdersi all’orizzonte.
La scena sembra da spot pubblicitario. Belli e dannati, occhiali da sole incollati sul viso: al volante Charlie Sexton fischietta una melodia, tra una smorfia e un sorriso, mentre a lato, con atteggiamento da vera rockstar, si agita Doyle Bramhall II, i capelli lunghi svolazzanti e l’eterna sigaretta pendente dal labbro. Sono i cowboy della chitarra, pronti a un nuovo viaggio, a un’avventura che cambierà per sempre la loro vita…
Dopo la terribile tragedia avvenuta il 27 agosto 1990, Chris Layton e Tommy Shannon, ovvero i Double Trouble, la sezione ritmica di Stevie Ray Vaughan, si trovano a un bivio. Farsi prendere dallo scoramento e abbandonare i progetti artistici importanti, semplicemente galleggiando nello showbiz e vivendo della celebrità e del nome acquisiti, oppure rilanciare la carriera percorrendo nuovi sentieri.
La seconda opzione prende fortunatamente il sopravvento e i due, anche se ancora sotto shock, formano gli Arc Angels con Doyle e Charlie, straordinari enfant prodige (entrambi classe 1968) cresciuti proprio sotto l’egida dei fratelli Vaughan. Il gruppo, ben affiatato e stimolato, pubblica nel 1992 un album omonimo di grande livello, rispolverando un songwriting e un “chitarrismo” degno di Stevie.
Un disco per fermare il tempo, in nome di Stevie
“Ho aiutato Doyle a finire Living in a Dream e insieme l’abbiamo registrata, definendo così il sound e il tono della band”.
“Avevo appena firmato un contratto con la Geffen, ho incontrato Charlie e ascoltato alcune cose a cui stava lavorando nel suo studio e le ho trovate fantastiche, così abbiamo deciso di vedere se poteva aiutarmi a terminare la canzone. Alla fine mi ha restituito un piccolo capolavoro. Poco dopo abbiamo avuto l’opportunità di suonare in un concerto con Robert Cray. Da lì è scattata la scintilla”.
-Estratti da intervista a Sexton e Bramhall pubblicata su texasmonthly.com, Marzo 2009.
Austin ha un fascino tutto particolare al tramonto. Il sole rosso si specchia nelle vetrate dei grattacieli e l’atmosfera si tinge di toni caldi e dorati. L’idillio prosegue quando si fa notte: tante lucine illuminano la città, donandole risalto e carattere. E proprio la notte è stata spesso di conforto e ispirazione per gli “Angeli dell’ARC” (il nome “Arc” deriva dall’Austin Rehearsal Complex, primo luogo di incontro e di sessioni della band), a partire dalla massiccia Living in a Dream. “Vivere in un sogno”, non poteva partire meglio di così l’opera, con un singolo che riceve incessanti airplay pure in Italia, grazie a Videomusic.
La strada è spianata subito verso un sound poderoso che pervade tutto il disco, ove le chitarre si stagliano potenti e taglienti, affiancate dall’infallibile drumming di Layton e dal basso gagliardo di Shannon.
Little Steven alla produzione è una sicurezza, ed è molto intelligente la sua scelta di coordinare il tutto senza influire sul gettito spontaneo di musica. In Paradise Cafè il noto compositore americano Tonio K., grande amico di Sexton, si inserisce tra gli autori di questa sarcastica ricostruzione della vita spericolata di alcuni studenti in collegio e la sua collaborazione è proficua anche in altre cinque tracce, tra le quali The Famous Jane, splendida ballata con un assolo sognante di Bramhall ad allungare le emozioni.
Dal funky al rock, passando per il blues
Non vi sono mai cadute di tono e, anche se non cambia particolarmente l’approccio nel complesso, tuttavia è notevole la miscela di influenze. Good Time strizza l’occhio al funky con chitarre pimpanti e sfrontate, adeguate all’ironia del testo, mentre Shape I’m In sembra essere uscita direttamente da un album dei Vaughan, duro, rapido e folgorante rock blues che vede la firma di altre star storiche del Texas, Marc Benno e Doyle Bramhall. Il primo ha condiviso la sala d’incisione con nomi altisonanti quali The Doors ed Eric Clapton, mentre il secondo, oltre ad essere stato il padre di Doyle Bramhall II, era un notevole batterista, capace di suonare e cantare divinamente allo stesso tempo, nonché fido collaboratore di Stevie Ray. A quest’ultimo è dedicato uno dei pezzi più struggenti, See What Tomorrow Brings.
“Why do things have to happen this way, I felt so much anger when they put away Stevie Ray”, sono parole ancora cariche di rabbia e incredulità, malgrado il tentativo di stemperare la tensione con una melodia lenta e toccante.
Paranoie e sostanze. La rottura
”Quando abbiamo iniziato il tour, il mio consumo di droga è diventato piuttosto grave. La vita on the road non è durata a lungo e le cose hanno iniziato ad andare male. Ho cominciato ad assecondare sempre più la mia dipendenza. E più lo facevo, meno volevo fare musica”.
-Estratto da texasmonthly.com, Marzo 2009.
Ci sono due canzoni visionarie e particolarmente struggenti in questo splendido lavoro, che è ancora un riferimento per gli appassionati del genere: la soffice Carry Me On, delicata dedica per un’altra persona che non c’è più, e la conclusiva Too Many Ways To Fall, un’amara riflessione su come sia facile cadere di fronte alle difficoltà della vita.
Il brano diventa tristemente autobiografico per Bramhall. Dopo il successo del progetto, quando tutti si aspettano un’opera seconda, Doyle precipita nel vuoto della dipendenza dall’eroina. Alle sue paranoie tossiche si aggiungono dissidi, gelosie interne, e, probabilmente, anche il desiderio di Sexton di puntare alla carriera solista. Lo scioglimento diventa realtà nell’ottobre 1993, in seguito a una serie di concerti d’addio all’Austin’s Backyard Outdoor Venue.
Tuttavia, nessuna ferita è condanna, ogni crepa può essere attraversata e rivelare luce…
La sorpresa di Been a Long Time
Layton e Shannon hanno occasione di incontrarsi nuovamente con i due “ragazzi” nel 2001, per merito di un riuscito progetto a nome Double Trouble intitolato, ben appropriatamente, Been a Long Time. “È trascorso tanto tempo”, infatti, dalle gesta con il mai troppo compianto SRV, e pure dalla prima uscita degli Arc Angels, ma in questo lavoro si celebra un passato illustre senza nostalgia.
Been a Long Time è rock blues texano selvaggio e ruvido, ossigeno per il corpo e la mente. Un salto a ritroso, per chi lo ascolta adesso, all’epoca in cui i dischi collaborativi avevano un’anima e una missione, legati da una storia e senza nessun compromesso commerciale. E risulta consigliato vivamente anche agli amanti della chitarra solista, dato l’incredibile cast di virtuosi, da Kenny Wayne Shepherd e Susan Tedeschi a Eric Johnson e Jimmie Vaughan. Inoltre, l’opera riaccende la missione degli “Arcangeli”, con Doyle ormai “ripulito” da anni, e Charlie sempre più sul pezzo, diviso tra Bob Dylan e un’incessante attività in studio. La band si riunisce per alcune esibizioni dal vivo a partire dal 2002, e tre anni dopo arriva un momento davvero importante.
Uno per Dylan, tutti per Clapton. La reunion e le comparsate degli ultimi anni
L’acclamata reunion si consacra con la pubblicazione ufficiale, nel 2009, del mitico concerto di quattro anni prima “at the Stubb’s”, a Austin. Segue un acclamato mini tour in UK nel 2009 con Dave Monsey, annunciato come Mark Newmark, utilizzando un nome di fantasia per ragioni contrattuali, in sostituzione di Tommy Shannon, che, purtroppo, abbandona il sodalizio per motivi di salute.
Memorabili le loro date alla Royal Albert Hall, in apertura per Eric Clapton, e altrettanto leggendarie le rimpatriate successive, pur se diradate nel tempo, ove la Stratocaster del ’64 e la Collings SoCo Deluxe non fanno prigionieri, si incrociano e si sfidano come se non ci fosse un domani, fino all’ultimo colpo di plettro.
Il periodo 2019-2023 regala inaspettatamente nuove emozioni, soprattutto per chi vive nel Texas: una manciata di date, alcune davvero incandescenti ad Austin, al mitico Antone’s, con Eric Holden al posto di Monsey, per celebrare il luogo dove tutto è cominciato. Chissà se Charlie possiede ancora adesso quella vecchia Mercury!
Due spiriti liberi a confronto
“C’era sicuramente una differenza abissale tra Doyle e me, dal punto di vista stilistico, e questo è stato evidente fin da subito. Anche riguardo alle influenze, avevamo davvero pochissimi dischi in comune.”
“Ero una specie di purista, non ero così aperto, come sono diventato in seguito, a cose diverse. Charlie ha assunto il ruolo di leader della band, è accaduto naturalmente. Io ero di poche parole, spesso in conflitto anche con me stesso. Si trattava comunque di qualcosa di veramente bello, ma ovviamente non potevo gestirlo in quel momento perché avevo i miei problemi personali da affrontare. Invece di comunicare, mi drogavo perché mi faceva sentire meglio”.
-Estratti da intervista pubblicata su texasmonthly.com, Marzo 2009.
Così simili, così diversi, ma sempre amici, nonostante la difficoltà di essere due leader in un supergruppo, entrambi capaci di cantare, suonare la chitarra solista, comporre e attirare il fascino su se stessi. Le loro dichiarazioni non lasciano adito a dubbi, dimostrando altresì l’incredibile e onesta stima reciproca, senza rivalità. Tra momenti di gloria e cadute, lunghe pause e inaspettati grandi ritorni, anche al di fuori del progetto Arc Angels.
Ognuno con la propria carriera, ma sempre pronto, spesso nel momento più inaspettato, a condividere il palco con l’altro, per celebrare un album che rappresenta tuttora un punto di riferimento per gli amanti delle sei corde e del rock blues. E a proposito di carriera, diamo uno sguardo a quella di Bramhall, divisa tra aspirazioni soliste e collaborazioni con artisti leggendari.

Doyle Bramhall II, nato predestinatoi
Diviso tra papà, Jimmie e SRV: un’overdose di musica
In casa Doyle Bramhall/Linda Cannon il 24 dicembre 1968 è una vigilia speciale di Natale: nasce il loro primogenito Doyle. Il piccolo assorbe musica fin dalla culla, in una famiglia a stretto contatto con i fratelli Vaughan, amici d’infanzia del padre, batterista ai servigi di Lightnin’ Hopkins e Freddie King.
Le altre influenze, quando ormai è un ragazzino, sono i Beatles e Jimi Hendrix, oltre a una passione irrefrenabile per soul e r&b, da Sly & the Family Stone e Bill Withers a Curtis Mayfield. A diciotto anni, il giovanotto è già in tour con i Fabulous Thunderbirds e poco dopo arrivano gli Arc Angels, con il successo a cui segue un rapido declino psicofisico.
Dopo il terribile periodo affrontato, Doyle trova la forza di rinascere: il 1996 corona il suo riscatto con il debutto omonimo, un disco ancora acerbo che tuttavia spalanca la strada al primo capolavoro: Jellycream (1999), una tumultuosa raccolta di canzoni rock blues dalla cifra stilistica alquanto originale. Il vecchio secolo si chiude così alla grande, e sono alte le aspettative per il nuovo millennio…
La carriera solista, tra Roger Waters ed Eric Clapton
Grazie a canzoni come Marry You, I Wanna Be, Day Come Down e Chariot, Doyle Bramhall II attira le attenzioni di Roger Waters, diventando, insieme a Snowy White, il lead guitarist del leggendario In the Flesh Tour (2000).
Eric Clapton è l’altra star colpita dalle grandi doti del virtuoso mancino che suona la chitarra come un destro, con la disposizione delle corde al contrario. La sua tecnica particolare, il suo stile simile a Otis Rush ed Albert King lo proiettano, con la supervisione di Jimmie Vaughan, nel pluripremiato Riding with the King, l’album di Slowhand in duetto con B.B. King. Un altro suo brano, Superman Inside, fa capolino in Reptile (2001), ma è tempo di pensare ancora in proprio e Smokestack, in compagnia dell’allora moglie Susannah Melvoin e dell’eclettico Craig Ross, rilancia alla grande la sua carriera solista.
Un’infinità di progetti e comparsate
Green Light Girl è il pezzo che innalza le ambizioni di db2. Il riff deciso e la batteria incalzante preparano al potente inciso per poi lasciar spazio a un tripudio di fuzz nell’assolo. È un periodo d’oro, con grandi spettacoli dal vivo (su tutti le esibizioni ai Crossroads Guitar Festival, il personale Live from the Great Wall e l’Experience Hendrix Tour), sterminate collaborazioni e un nuovo pallino, quello per la produzione, che culmina in lavori raffinati come Clapton (2010) e 100 Miles from Memphis di Sheryl Crow.
Richie Kotzen, Erykah Badu, Boyd Tinsley, John Legend, Elton John & Leon Russell, Citizen Cope, Gary Clark Jr., Gregg Allman, Jonny Lang, John Mayer, Robert Randolph, Boz Scaggs, Amy Helm e l’indimenticato Robbie Robertson sono solo la punta dell’iceberg delle infinite partnership, con il fiore all’occhiello dell’irrefrenabile scambio artistico con la Tedeschi Trucks Band.
L’ultimo decennio ci offre un Bramhall pimpante, sempre alla ricerca di un equilibrio tra spiritualità e carnalità. Escono altri due gioiellini autografi, Rich Man (2016) ispirato dalla relazione con Renée Zellweger e con il contributo dello straordinario polistrumentista Adam Minkoff, e Shades (2018), che annovera ospiti del calibro di Norah Jones e Clapton.
Proprio Slowhand diviene il faro nel momento difficile della pandemia: per Turn Up For Recovery, associazione di carità fondata dalla moglie Melia McEnery Clapton, Doyle rispolvera l’amatissimo George Harrison, al quale dedica una bellissima cover di Be Here Now (2020) insieme agli immancabili amici Susan Tedeschi e Derek Trucks.
Da quel momento, a parte gli show con gli Arc Angels, il mancino nato a Dallas si dedica esclusivamente a Slowhand seguendolo in tutte le sue attività live, diventando il suo braccio destro e accantonando le velleità soliste, corroborate solo da When the Music’s Over, fugace uscita del 2023 in compagnia di DJ Harrison e Daru Jones.
Un nuovo stile di vita, in simbiosi con la compagna Elle MacPherson, caratterizza quest’ultimo suo periodo, sempre più alla ricerca della pace interiore e della sintonia universale anche tramite la meditazione.
Le chitarre di db2
Innamorato del blues di Jimmy Reed e del sound psichedelico di Hendrix: come Jimi, Bramhall utilizza prevalentemente suoni fuzz ed univibe, il suo playing è ricco di medie e bassi. I suoi assoli non sono mai fini a se stessi, sempre diversi e con il gusto della ricerca, dell’improvvisazione.
Tra le tante chitarre imbracciate meritano una citazione la semi-hollow Collings I-35 LC, una Heritage H-535, e, soprattutto, la sua storica Fender Stratocaster del 1964.
Non si può poi dimenticare il suo rapporto speciale con Gibson, tra cui l’amata ES-335 e la 2002 ’58 Reissue Les Paul Jr Double Cut Lefty. Infine, una menzione per la Guild F-412, una delle sue preferite chitarre acustiche.

In Italia abbiamo potuto ammirare le performance di Doyle durante i tour di Clapton, e, tra il 2017 e il 2019 anche in solitaria, con la sua straordinaria band, grazie alla lungimiranza e all’organizzazione di Giancarlo Trenti e Erkan Ozdemir, due nomi importanti che hanno sempre saputo portare novità su e giù per lo Stivale e in Europa.
Proprio in Europa, al mitico Shepherd’s Bush Empire di Londra, esattamente dieci anni fa Bramhall si è esibito insieme a un altro “luminare” della chitarra elettrica, Rich Robinson. Una nuova, entusiasmante puntata di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta prendendo forma!
Stay tuned
To be continued…
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