Vi è mai capitato di avere un ritornello che continua a suonare nella testa per ore, senza riuscire a liberarvene? È un’esperienza comune, tanto da avere un nome: earworm. Ma perché il nostro cervello si “incanta” proprio su certe canzoni? La risposta arriva dalla neurologia e ci porta a scoprire uno dei fenomeni più curiosi legati alla musica. 

fenomeno degli earworm

Quando una canzone prende il controllo 

Vi è mai capitato di non riuscire a togliervi una canzone dalla testa? Magari è solo il ritornello, una frase o addirittura quattro note, ma continuano a ripetersi nella tua mente senza sosta. All’inizio ci fai appena caso, poi inizi a canticchiarla mentre guidi, lavori, cucini o fai la spesa. Se è una canzone che ti piace, il problema è relativo. Se invece è quel tormentone estivo, che hai sentito una sola volta e che non sopporti… allora la situazione cambia. E dopo un po’ la tentazione di prendersi a testate contro il muro pur di farlo smettere diventa quasi comprensibile.

La buona notizia è che non sei l’unico. Anzi, succede praticamente a tutti. Questo fenomeno ha persino un nome: earworm, che tradotto letteralmente significa “tarlo musicale”. In ambito scientifico viene definito anche Intrusive Musical Imagery (IMI), cioè “immagini musicali intrusive”: frammenti di musica che continuano a ripetersi nella nostra mente anche quando la canzone è finita da un pezzo.

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Ma perché succede? Per scoprirlo dobbiamo fare un piccolo viaggio nel cervello.

Il cervello non ascolta soltanto la musica

Quando leggiamo un libro o guardiamo una fotografia, il cervello utilizza circuiti abbastanza specifici. La musica, invece, è tutta un’altra storia. Ascoltare una canzone significa attivare contemporaneamente numerose aree cerebrali che collaborano tra loro. È quasi come assistere a una jam session neurologica, dove ogni “musicista” ha un compito diverso ma tutti lavorano in perfetta sintonia. La prima a entrare in azione è la corteccia uditiva, situata nel lobo temporale. Qui vengono analizzate le caratteristiche fondamentali del suono: altezza delle note, intensità, timbro e ritmo. Pochi istanti dopo intervengono le aree associative dello stesso lobo, che permettono di riconoscere ciò che stiamo ascoltando. È grazie a queste regioni che bastano poche note per capire se si tratta dei Queen, degli AC/DC o dei Metallica. Nel frattempo si attiva anche la corteccia prefrontale, una delle aree più sofisticate del nostro cervello. Il suo compito è fare previsioni.

Sì, perché il cervello è una macchina costruita per anticipare continuamente ciò che sta per accadere. Quando ascoltiamo una melodia, cerca di indovinare quale sarà la nota successiva, quando arriverà il ritornello o come si concluderà una frase musicale. Ed è proprio questo uno dei segreti delle grandi canzoni: sono abbastanza prevedibili da risultare familiari, ma introducono sempre qualche piccola sorpresa che mantiene viva l’attenzione. Anche le cortecce motorie, pur senza che ce ne rendiamo conto, partecipano all’ascolto. È il motivo per cui iniziamo a battere il piede o muovere la testa. A collaborare ci sono anche il cervelletto e i gangli della base, fondamentali nella percezione del tempo e del ritmo. In pratica, sono parti del sistema che ci fanno sentire il groove.

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Perché ricordiamo soprattutto il ritornello?

Se c’è una parte destinata a rimanere impressa, è quasi sempre il ritornello. Il motivo è piuttosto semplice: il cervello ama gli schemi e ama ancora di più la ripetizione. Ogni volta che ascoltiamo una sequenza musicale, i collegamenti tra i neuroni coinvolti diventano leggermente più efficienti. È lo stesso principio che ci permette di imparare una lingua, memorizzare una procedura o ricordare il percorso di casa. Il ritornello è breve, viene ripetuto più volte e rappresenta il cuore della canzone. Dal punto di vista neurologico è il candidato perfetto per essere immagazzinato nella memoria. Non è un caso che bastino le prime note di Smoke on the Water, Seven Nation Army o Sweet Child O’ Mine per completare automaticamente il resto della melodia nella nostra testa.

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Il cervello odia lasciare le cose a metà

C’è un altro meccanismo estremamente interessante. Quando una melodia è particolarmente coinvolgente, il cervello continua a elaborarla anche dopo che la musica è finita.  È un po’ come quando qualcuno inizia una frase e si interrompe sul più bello: la nostra mente cerca spontaneamente di completarla. 

Facciamo un piccolo esperimento. Se conoscete i KISS, cercate di resistere alla tentazione di completare mentalmente la frase che segue: “I Was Made for Lovin’…” 

Se nella vostra testa avete automaticamente completato con “…You, Baby”, il vostro cervello ha appena fatto esattamente ciò di cui stiamo parlando. Ha riconosciuto una sequenza musicale familiare, l’ha richiamata dalla memoria e l’ha completata senza alcuno sforzo cosciente. E sì… probabilmente in questo momento mi state già odiando. Ma, in mia difesa, non c’era modo migliore per spiegarvi come funziona un earworm che farvelo sperimentare in prima persona.  Se qualcuno di voi non dovesse riconoscerla (va bene, facciamo finta di niente, non lo diciamo a Gene Simmons), trovate il link poco sotto: è il modo migliore per capire quello di cui stiamo parlando… anche se, con ogni probabilità, tra qualche minuto mi maledirete tutti. Con le canzoni succede qualcosa di molto simile. Il cervello continua a “riprodurre” quel frammento musicale quasi nel tentativo di chiudere un processo rimasto in sospeso.

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Più provi a scacciarla, più lei rimane

Qui arriva forse l’aspetto più curioso. La reazione più naturale quando una canzone ci tormenta è cercare di non pensarci. Il problema è che il cervello funziona esattamente al contrario. Diversi studi hanno dimostrato che tentare di sopprimere volontariamente un pensiero spesso produce l’effetto opposto. Più cerchiamo di eliminarlo, più il cervello continua a monitorarne la presenza. Vale anche per gli earworm. Uno studio pubblicato nel 2020 sul Bulletin of the Menninger Clinic ha osservato che le persone che cercavano continuamente di controllare o sopprimere un earworm riferivano livelli maggiori di fastidio e interferenza nella vita quotidiana rispetto a chi lasciava semplicemente scorrere la melodia. In altre parole, più combattiamo quella canzone, più rischiamo di darle importanza. 

Quando la mente è libera… parte la playlist

Ti sei mai chiesto perché queste canzoni spuntino fuori proprio sotto la doccia, mentre guidi o durante una passeggiata? La risposta potrebbe trovarsi nel cosiddetto Default Mode Network, una rete cerebrale che lavora soprattutto quando non siamo concentrati su un’attività impegnativa. È la stessa rete coinvolta quando sogniamo a occhi aperti, ricordiamo episodi del passato o lasciamo semplicemente vagare la mente. Quando il cervello ha qualche “momento libero”, può riprendere informazioni archiviate di recente. Se una melodia è stata particolarmente efficace nel catturare la nostra attenzione, ecco che torna improvvisamente a galla.

Oliver Sacks e la “canzone bloccata”

Molto prima che si parlasse di earworm sui social, il neurologo britannico Oliver Sacks, nel suo libro Musicofilia, aveva già descritto questo fenomeno. Secondo Sacks, una melodia può rimanere impressa nella mente per minuti, ore o persino giorni. Non deve necessariamente essere una canzone completa: può trattarsi del jingle di una pubblicità, di poche parole o addirittura di quattro note di un brano classico. Con il passare del tempo, spiegava Sacks, quella melodia perde quasi il suo significato musicale e diventa una sorta di automatismo mentale. Nei casi più intensi può perfino interferire con la concentrazione o disturbare il sonno.

Succede a quasi tutti

Se pensi di essere particolarmente sfortunato, puoi stare tranquillo. Le ricerche mostrano che oltre l’85% delle persone sperimenta un earworm almeno una volta alla settimana, mentre circa una persona su cinque riferisce episodi più volte al giorno. Chi ascolta molta musica o attribuisce alla musica un ruolo importante nella propria vita sembra essere ancora più predisposto. In fondo è anche logico: più melodie immagazziniamo, maggiore sarà il “catalogo” da cui il cervello potrà pescare.

Un piccolo difetto… che in realtà è una grande qualità

Alla fine, questi fastidiosi ritornelli sono quasi un effetto collaterale di una delle caratteristiche più straordinarie del cervello umano. Il nostro sistema nervoso si è evoluto per riconoscere schemi, prevedere eventi e ricordare sequenze. Lo fa con il linguaggio, con i volti, con i rumori che ci circondano e, naturalmente, anche con la musica. Quindi no, non è colpa del cantante, del chitarrista o dell’autore del ritornello. O almeno, non soltanto. È il vostro cervello che sta facendo esattamente ciò per cui è stato progettato. Certo… magari avrebbe potuto scegliere qualcosa di diverso dall’ultimo tormentone estivo.

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E adesso ditemi la verità: quale canzone vi sta suonando in testa in questo momento? Se è “I Was Made for Lovin’ You…” vi chiedo scusa. Anche se, con ogni probabilità, continuerete a canticchiarla per il resto della giornata. Ma se il ritornello vi sta ancora girando in testa, significa che il mio piccolo esperimento è riuscito. 

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Leonardo Maschio