Per molti Jeff Beck è stato il chitarrista dei chitarristi. Per Jennifer Batten è stato prima l’eroe di gioventù, poi un amico e infine il leader di una band in cui ha suonato per diversi tour. L’avevamo incontrata un anno fa al Teatro degli Arcimboldi di Milano, dove si esibiva in uno dei tributi a Michael Jackson con cui oggi gira il mondo: tre spettacoli diversi, con base in tre paesi diversi. Tra un volo e l’altro, Jennifer si è seduta di nuovo con noi di Planet Guitar per parlare, questa volta, non di Michael ma di Jeff.
Un concerto cancellato e dieci secondi di video
Prima di YouTube, seguire Beck era un lavoro da detective. Jennifer viveva a San Diego e passava ore nel retro di un negozio di dischi che importava riviste inglesi, a caccia di qualunque articolo su di lui. Poi il responsabile del suo fan club le spedì una scatola di videocassette VHS originali: «Era oro».
L’occasione di conoscerlo arriva con il Dangerous Tour di Michael Jackson. Rory Kaplan, tastierista del Bad Tour che in passato aveva lavorato come tecnico per Beck ai tempi di Jan Hammer, le aveva promesso una presentazione, che però non era mai arrivata. Così, con il tour diretto in Inghilterra, Jennifer si dà una missione: chiedere a chiunque dell’etichetta passi ai concerti se conosce Jeff. Alla fine qualcuno lo invita, ma proprio quella sera Michael cancella lo show e Beck viene respinto ai cancelli…
Decisa a non arrendersi, Jennifer lo chiama e gli chiede di vedersi comunque. Detto, fatto: il giorno dopo è in studio, dove Beck sta registrando un disco rockabilly. Jennifer, che aveva imparato tutti gli assoli di Blow by Blow e Wired, gli chiede di suonare Blue Wind e lo riprende con una vecchia videocamera. La batteria si scarica, quella di riserva pure: restano dieci secondi di girato… Bastano: in quei pochi istanti scopre che un passaggio che credeva di conoscere era in realtà un bending di mezzo tono. «Mi ha aperto un mondo», racconta ridendo, «e ne abuso ancora oggi».
Dopo un’ora insieme, Beck la riaccompagna in hotel con la sua Corvette, schiacciando l’acceleratore appena la strada si libera. Per citare Jennifer: «se proprio devo morire in un incidente, almeno è un modo molto rock’n’roll».
«Registriamo insieme»: cinque anni dopo e il tour in Italia
Prima di salutarlo, Jennifer gli lascia il suo disco d’esordio e il video di Flight of the Bumblebee, che in Inghilterra passava a Headbangers Ball. Un paio di mesi dopo squilla il telefono: Beck ha ascoltato il disco e vuole registrare con lei. Passeranno però cinque anni… Nel frattempo si incrociano nei backstage e lui ripete sempre che faranno qualcosa insieme.
Poi arriva la chiamata vera: un tour in Italia con una band nuova.
Per lei è un enorme atto di fede, visto che non hanno mai suonato insieme. Così, prima di una sessione già fissata vicino a Milano, si presenta a casa di Jeff dopo aver imparato quasi tutto Guitar Shop: un’audizione che si impone da sola, senza dirlo a nessuno. Suonano fino a mezzanotte, poi la moglie di Beck porta il whisky. Rifiutare è impossibile, e la sessione del mattino dopo si rivela durissima!
In auto verso casa di Beck, il manager le dà la vera notizia: nelle band di Jeff il tastierista è sempre stato il direttore musicale e, siccome lei avrebbe suonato le parti di tastiera con la chitarra, il ruolo toccava a lei. Beck, però, non era una personalità dominante: «Era come un bambino che vuole giocare, mentre tu ti occupi dei dettagli». La chiamava con le idee, la band lavorava un paio d’ore prima del suo arrivo e spesso, tornando a casa in auto, lui cambiava idea e la richiamava.
Non tutto era semplice. Jennifer era l’unica donna e alcuni musicisti mal digerivano che fosse lei a dirigere. Un po’ di misoginia c’era, ammette, ma non da parte di Jeff, che pur avendo almeno dieci anni più di tutti, era dalla sua parte.
Volume “a undici” e una chitarra al posto delle tastiere
Il primo incontro avviene agli studi SIR di New York, con la formazione prevista: Terry Bozzio e Tony Levin. Jennifer entra e si guarda intorno cercando il tastierista, finché capisce che il tastierista è lei… Il suono di Jeff era così bello da reggere qualsiasi volume, ma per stargli dietro basso e batteria diventavano un frastuono. «Le orecchie hanno bisogno di 48 ore per riprendersi, e noi non le avevamo».
Resta il problema delle tastiere: il pubblico si aspettava i suoni di Max Middleton, Jan Hammer e Tony Hymas. Alla Musikmesse di Francoforte Jennifer trova l’Axon, all’epoca il guitar synth più veloce nel triggering, ma con suoni deboli, e il suo Roland JV-1080 non ci dialoga bene. Una settimana prima della partenza passa a un sistema tutto Roland, con convertitore MIDI e tre JV-1080 a rack, programmando ogni corda a mano. Niente assoli con i synth: il ritardo era troppo.
Il debutto avviene in piccoli locali italiani, tanto che lei si chiede se la carriera di Beck sia in crisi. In realtà Jeff voleva rodare la band in modo discreto. Poco dopo, ricorda, ci fu il Giappone, dove i suoi concerti andavano esauriti in tre ore.
«Noi suoniamo musica, lui era la musica»
All’inizio, racconta Jennifer, Beck non voleva brani vecchi in scaletta. Fu il manager a convincerlo che non si poteva fare un suo concerto senza Cause We’ve Ended as Lovers e gli altri classici. Il primo tour serviva anche a sviluppare materiale nuovo: Jeff aveva accantonato un disco registrato con Steve Lukather, che lui stesso aveva deciso di non pubblicare. Pubblicare lo terrorizzava. Era convinto che servisse sempre un brano magico in più, o che un titolo sbagliato per uno strumentale potesse rovinargli la carriera.
Eppure, alla domanda su cosa lo rendesse unico, la risposta di Jennifer è immediata: «Noi suoniamo musica, lui era musica». Una volta gli regalarono una pedal steel in sala prove: lui si avvicinò e ci suonò sopra, nonostante un’accordatura completamente diversa. E poi c’era il lato goliardico. In tour giravano delle sorte di palloncini, e Jeff ne gonfiò uno fino a suonarci la melodia di Cause We’ve Ended as Lovers, vibrato compreso. «Chi ci avrebbe mai pensato?». Per lei era lo stesso istinto con cui inventava le parti nei dischi, chiedendosi sempre cosa non fosse ancora stato fatto.
Durante le prove di Angel (Footsteps) Beck le dava le spalle. Un giorno si girò e lei vide che teneva lo slide nella mano destra, con micro-movimenti sopra i pickup: «Tra una nota e l’altra c’è un millimetro». Aveva un orecchio tale che, se una chitarra era scordata, la intonava con i bending. È lo stesso orecchio che gli permetteva le melodie con la leva del tremolo, dove i tasti non aiutano. La sua chitarra, poi, era regolata in modo particolare, con la leva molto alta e il ponte inclinato. Jennifer non riusciva a suonarla. «È tutto nelle mani. Sempre».
La lezione delle sfumature
Cosa ha imparato da Jeff Beck? «Le sfumature». Già studiando i suoi dischi lo aveva capito: in Goodbye Pork Pie Hat, su Wired, ogni volta che torna il tema lui lo suona in modo diverso. Bending minimi, attitudine, il modo di affondare il plettro. Lo ha visto anche da vicino, insegnandogli un suo brano che poi si sarebbe trasformato in Loose Cannon sul disco di Beck. La melodia le sembrava semplice, eppure lui faticava. Solo dopo capì che stava cercando, nota per nota, il suono migliore per ogni frase.
Per Jennifer suonare è come sbucciare una cipolla: si parte copiando le note dei dischi e, strato dopo strato, si arriva al proprio nucleo emotivo. E prima o poi ci si annoia di sé stessi. Anche Jeff si annoiava di sé, e per questo non ha mai fatto due dischi uguali. Per lei, un’ispirazione enorme.
Il disco preferito? Blow by Blow e Wired sono l’epoca che ha studiato più a fondo, ma anche Guitar Shop per lei è fenomenale. Dopo una ventina d’anni gli assoli sono svaniti, ammette, ma molte parti le ricorda ancora.
L’intervista si chiude con la chitarra in mano. Per l’occasione era una chitarra prestata, con corde di due scalature più grosse e un tremolo diverso: la sua era finita, insieme alla valigia, sul pullman della band diretto a Düsseldorf… Ma come le ha insegnato Jeff, il suono è sempre nelle mani.
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