Una delle domande che tolgono il sonno a noi chitarristi dalla notte dei tempi è sicuramente questa: meglio uno strumento moderno o uno vintage? Con questa nuova serie andremo a mettere a confronto strumenti storici con i loro corrispondenti moderni per darvi nuovi elementi che forse scioglieranno i vostri dubbi… O ne creeranno altri! In questo articolo parleremo di Vox e della sua creazione più amata e conosciuta: l’AC30. Abbiamo messo a confronto un amplificatore del 1973 con uno del 2010… Chi vincerà questa sfida?

Vintage o Moderno? Gli sfidanti

Il Vox AC30 del 1973 è un amplificatore davvero ben conservato; monta coni Celestion Greenback G12M dell’epoca e la circuitazione e le valvole sono completamente originali. La targhetta sul retro riporta il seriale e la dicitura “Manufactured In England by Vox Sound Limited”.

Il suo sfidante del 2010 è il mio amplificatore personale. Si tratta di un Vox AC30 CC2 di fabbricazione cinese con un bel po’ di chilometri alle spalle e una sostituzione delle valvole dovuta al grande utilizzo che ne ho fatto. 

Vox AC30 C2

Vox AC30 C2

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Vox: un po’ di storia

Il marchio Vox nasce dall’estro di Dick Denney, un giovane progettista di amplificatori che iniziò a lavorare per l’inglese JMI Corporation di Tom Jennings nel 1957. Dick, chitarrista per passione, aveva il polso della rapida evoluzione del mondo della chitarra elettrica alla fine degli anni Cinquanta e lavorò instancabilmente con lo staff di JMI per progettare un amplificatore che potesse offrire il volume e il sustain di cui i chitarristi dell’epoca necessitavano e che desideravano. Il risultato fu l’AC1/15, presentato nel 1958 che segnò la prima apparizione del nome Vox su un amplificatore per chitarra. Successivamente abbreviato in AC15, questo amplificatore divenne rapidamente la scelta dei migliori chitarristi londinesi, tra cui Vic Flick che utilizzò un AC15 nella sua iconica registrazione del James Bond Theme.

Vox AC15 C1

Vox AC15 C1

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Nel 1960, complice l’ondata Rock ’n’ Roll che si abbatté sul Regno Unito, Dick Denney si rese conto che le band londinesi emergenti desideravano una maggiore potenza dai loro amplificatori. Piuttosto che progettare un nuovo amplificatore da zero, il team Vox decise di attenersi a quello che considerava un progetto vincente e raddoppiò la potenza del suo AC15. Per adattarsi alla maggiore potenza di questo amplificatore, vennero aumentate le dimensioni del cabinet dell’amplificatore e aggiunto un ulteriore diffusore. L’amplificatore risultante fu battezzato AC30/4 Twin. Con una potenza di 30 watt, due altoparlanti Celestion da 12″, quattro ingressi e due canali (Normal e Vibrato) l’AC30/4 Twin fu un successo tra i musicisti di Londra, e rapidamente affermò il Vox come l’amplificatore più desiderato in tutta la Gran Bretagna.

Con l’assistenza di Dick Denney, Thomas Organ, imprenditore Californiano, iniziò a produrre negli Stati Uniti una linea di amplificatori, per lo più a stato solido, con il marchio e l’estetica Vox. Commercializzati per la prima volta nel 1965, questi amplificatori erano paralleli a quelli a transistor della JMI, ma si differenziavano dai Vox di produzione britannica e italiana. Sì perché a metà degli anni 60 anche in Italia si fabbricavano prodotti marchiati Vox su licenza della casa madre. Ce lo ha raccontato Claudio Bazzari nella nostra intervista!

Negli anni Settanta, a causa del fallimento della società Royston che ne controllava la maggior parte delle quote, il marchio Vox passò attraverso una serie di proprietari, tra cui una banca britannica e subito dopo la Dallas Arbiter, inaugurando la Dallas Arbiter Era. L’AC30 continuò a essere costruito insieme ai nuovi amplificatori a stato solido, ma con una serie di misure di riduzione dei costi, come gli altoparlanti con magneti in ceramica, i circuiti stampati, il raddrizzamento a stato solido e la costruzione del cabinet in truciolato.

Rose Morris acquistò Vox nel 1978, cercando di rinvigorire il marchio Vox e continuando a costruire l’AC30 insieme a diversi amplificatori nuovi e moderni.

Nel 1992 Korg acquisì la maggioranza di Rose Morris, comprese le linee di prodotti Vox. Korg sciolse gran parte delle attività precedenti prima di rinnovare il marchio Vox sulla base dei suoi punti di forza tradizionali.

L’elenco degli artisti che hanno utilizzato e utilizzano VOX è sterminato. Possiamo citare i The Beatles, The Rolling Stones, The Kinks, The Yardbirds, Brian May, Rory Gallagher, The Edge, Thom Yorke, Hank Marvin, Mark Knopfler, Jimmy Page e tanti, tanti altri. 

La sfida!

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Ulteriori informazioni

Per questa sfida ho utilizzato tre chitarre con diverse configurazioni di pick up equipaggiate con corde nuove della stessa scalatura. La ripresa del suono è stata affidata a due intramontabili Shure SM57. Non ho usato nessun effetto e vista l’assenza del riverbero nel Vox vintage ho azzerato l’effetto anche sul moderno.

Con la prima chitarra, una Gibson SG Standard del 2017, si capiscono già molte cose. Innanzitutto gli ampli rispettano il carattere dello strumento e il pick up scelto. Il moderno è caratterizzato da un’enfasi sui medio alti, attacco deciso e qualche carenza su corpo e sustain. Il vintage di contro è più rotondo senza mancare però di brillantezza.

Gibson SG Standard EB

Gibson SG Standard EB

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(39)

La seconda chitarra è una Fender Stratocaster di fine anni ’80. Con i single coil le differenze timbriche dei due ampli si sono rese più evidenti e marcate. Il moderno ha evidenziato drasticamente la fascia alta delle frequenze. Al contrario, il vintage ha enfatizzato il tipico scampanellio dei pickup a bobina singola mantenendo però un suono più corposo ed interessante.

Fender Player Series Strat MN BK

Fender Player Series Strat MN BK

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(52)

La terza ed ultima chitarra è una Nives costruita da Simone Sala della Liuteria Sala. Ha un humbucker al ponte ed un singolo tipo Telecaster al manico. Il moderno si fa apprezzare per la brillantezza su entrambi i magneti mentre il vintage mantiene la tendenza a fornire un timbro più equilibrato.

Conclusioni

Poter mettere a confronto questi amplificatori è stato davvero affascinante. Sono due strumenti sinceri; rispettano le chitarre e forniscono una risposta chiara e decisa anche sulla dinamica di chi suona. Il suono che ci si aspetta da un Vox l’ho paradossalmente percepito di più sul moderno; grande attacco, presenza e veemenza sulle medio alte. Una garanzia quando vogliamo bucare un mix! Il vintage dal canto suo mi ha affascinato per un maggiore equilibrio e per una timbrica più calda ed avvolgente senza mai perdere chiarezza.

Le diverse epoche e la storia che li contraddistingue hanno certamente un’influenza sulla loro voce e sul carattere. In questo caso la differenza di prezzo non è eccessiva e la disponibilità sul mercato è tale che chiunque di voi volesse cimentarsi in una prova simile lo potrebbe fare senza troppi problemi. Se la differenza di prezzo giustifichi o meno l’acquisto, potete giudicarlo solo voi. Io dal mio canto spero di avervi aiutati a farvi una vostra idea!

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Matteo Bidoglia
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