Oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di uno dei più grandi e talentuosi chitarristi di tutti i tempi. Il 14 giugno del 1995 infatti, Rory Gallagher si spense a soli 47 anni d’età a Londra. Nonostante il bluesman bianco con la camicia a quadri venga spesso relegato nel dimenticatoio tanto da essere definito “il più grande chitarrista di cui non hai mai sentito parlare”, la chitarra della leggenda irlandese ebbe un fortissimo impatto musicale su chitarristi come Brian May, Slash, Eric Clapton, Gary Moore, Joe Bonamassa, The Edge, Johnny Marr, Alex Lifeson e tanti altri ancora.

© Heinrich Klaffs

Il virtuosismo chitarristico di Rory assieme alla sua esplosiva ferocia ed incredibile grinta naturale sul palco erano inarrivabili per quasi chiunque altro. Fu lo stesso Jimi Hendrix che davanti alla domanda “Cosa si prova ad essere il miglior chitarrista del mondo?” rispose un po’ ironicamente “Cosa ne posso sapere? Fareste meglio a chiedere a Rory Gallagher”.

Nonostante 30 milioni di dischi venduti, Rory rappresentò l’antidivo per eccellenza all’interno dell’industria musicale, colui che ha sempre anteposto la musica a tutto il resto nella vita. 

Grazie all’aiuto di Paul e Matt di Guitar Tutorials, vogliamo ricordare il suo grande estro nel giorno dell’anniversario della sua morte con Bad Penny, uno dei suoi brani più famosi.

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Infanzia e Fontana Showband 

William Rory Gallagher nacque in Irlanda il 2 marzo del 1948 a Ballyshannon, nel Donegal. Il piccolo Rory mostrò fin da subito un grande interesse per la musica dopo aver visto in televisione Elvis Presley. Fu così che nel 1957 la madre gli ordinò per corrispondenza una piccola chitarra acustica per la modica cifra di quattro sterline e cinquanta.

Non avendo dischi a disposizione, il giovane predestinato imparò a suonare lo strumento da autodidatta, sintonizzandosi fino a tarda notte su alcune stazioni radio. Chitarristi blues, folk e country come Lonnie Donegan, Woody Guthrie, Leadbelly, Eddie Cochran e Muddy Waters furono la sua principale fonte d’ispirazione.

Nel 1963, durante il periodo del liceo, Rory si unì ai Fontana, una showband di Cork. Il gruppo, composto da sei musicisti, includeva due ottoni e proponeva un repertorio di hit del momento esibendosi in sale da ballo per tutta l’Irlanda.

Il successo: i Taste

Tre anni dopo, Gallagher lasciò i Fontana per sviluppare nuovi progetti musicali, dando così vita ai Taste, un power trio blues rock. Nel 1968 la band iniziò ad esibirsi regolarmente sul leggendario palco del Marquee Club ed il loro successo si ampliò ulteriormente grazie a date per tutta l’Inghilterra assieme ai Fleetwood Mac, Cream, John Mayall & The Bluesbreakers, Jethro Tull, Pentangle, Duster Bennett e Roy Harper

John Lennon dichiarò:

“Sono l’unico gruppo che vale la pena andare a sentire”. 

In poco tempo i Taste conquistarono il pubblico di tutta l’Europa e si guadagnarono l’onore di essere considerati gli eredi dei due più grandi power trio dell’epoca: i Jimi Hendrix Experience e i Cream. Il trio di Rory ebbe proprio l’onore di suonare al concerto di addio del gruppo di Clapton alla Royal Albert Hall per poi partecipare ad un tour negli Stati Uniti e Canada insieme ai Blind Faith.

Nonostante i due album in studio dei Taste mostrino le straordinarie capacità compositive di Rory, il live al Konserthuset di Stoccolma assieme al Festival dell’isola di Wight del 1970 sono perfette testimonianze della carica adrenalinica e incendiaria che aveva il “proletario irlandese” sul palco. 

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La sua lunga chioma fluttuante sulla camicia a quadri, assieme alla sua voce graffiante e alle grida d’incitamento durante gli scambi di fraseggi con John Wilson e Richard McCracken, rendevano Rory un vero e proprio leone da palco durante le lunghe improvvisazioni. Il profluvio di note ricche di pinch harmonic e feedback scaturite con un’energia ineguagliabile dalla sua Stratocaster distrutta, lasciavano il pubblico esterrefatto. 

“Rory suonava come nessun altro. Non ho mai sentito nessuno in grado di tirar fuori qualcosa che suona come Rory Gallagher”.

Slash 

Primi anni di carriera solista: Album in studio, Live! In Europe e Irish Tour ’74

Poco dopo il live al Festival dell’isola di Wight, i Taste si sciolsero per via di visioni musicali differenti tra i diversi membri, nonché per la presenza di un manager avido e non sufficientemente all’altezza dell’incarico. Quest’episodio rese Rory riluttante a cercare grandi accordi gestionali in futuro, tanto da rifiutare un contratto da parte del manager dei Led Zeppelin, Peter Grant.

Nel 1971 uscì il primo album solista, intitolato semplicemente Rory Gallagher. Quest’ultimo vide il fratello Donal come nuovo manager e Gerry McAvoy al basso, musicista che accompagnerà Rory per ben vent’anni fino al 1991. La ballata I Fall Apart è probabilmente la canzone più suggestiva dell’intero LP, grazie alla sua crescente intensità e fragoroso finale. 

Verso la fine dello stesso anno segue Deuce, registrato ai Tangerine Studios di Londra. L’album si apre con la meravigliosa I’m Not Awake Yet, per poi lasciare spazio all’esplosivo assolo slide finale di Crest of a Wave.  

All’inizio del 1972 l’irlandese venne invitato da Esmond Edwards all’interno dei leggendari studi della Chess Records di Chicago, per una session con nientemeno che Muddy Waters. Rory esaudì così il sogno di collaborare con uno dei suoi più grandi eroi in assoluto. 

Nel maggio dello stesso anno verrà pubblicato anche l’album Live! In Europe, un LP che costituisce uno dei vertici di tutta la produzione di Rory. Messin’ With the Kid e I Could’ve Had Religion sono due veri cavalli da battaglia della scaletta, mentre la travolgente Going to My Hometown, suonata con il mandolino, coinvolge tutto il pubblico, che inizia a battere a tempo le mani e i piedi sul vecchio pavimento in legno della Cork City Hall. Questa performance rappresentò uno dei massimi momenti d’empatia e sinergia tra l’artista e i suoi impareggiabili fan.

Nello stesso anno il Melody Maker lo nominerà poco più tardi miglior chitarrista del mondo, precedendo così anche Eric Clapton e Jimmy Page.

© Eddie Mallin

L’anno successivo, nel 1973 tocca a Tattoo, quarto album in studio del musicista di Ballyshannon. Questo sfavillante LP si apre con l’emblematica Tattoo Lady, segue l’esplosiva Cradle Rock, brano che Joe Bonamassa reinterpretò spesso live e che pubblicò sul suo album A New Day Yesterday. Il disco si chiude con un altro caposaldo della produzione di Rory: la ballata malinconica A Milion Miles Away. Doveroso anche ricordare la fantastica bonus track e cover Tucson, Arizona di Doug Wray.

Nel gennaio del 1974 Rory partì per un tour in Irlanda, durante il quale suonò anche a Belfast, nonostante i continui attentati dell’IRA. Proponendo principalmente il repertorio di Tattoo, i brani live eseguiti nelle sale della Ulster Hall di Belfast, nel Carlton Cinema ed infine nella City Hall di Cork vennero registrati per la pubblicazione del live album Irish Tour ’74. Nello stesso anno, l’album venne premiato dal Melody Maker come miglior live LP del 1974.

Joe Bonamassa davanti alla domanda su quali fossero i suoi tre album preferiti di sempre rispose: “Diciamo Truth di Jeff Beck Group, Irish Tour ’74 di Rory Gallagher e Fresh Cream dei Cream”.

Nel 1975, inoltre, Rory fu il principale candidato per sostituire Mick Taylor dei Rolling Stones assieme a Danny Kirwan dei Fleetwood Mac. Entrambi però rifiutarono. 

Photo-Finish e Top Priority: gli ultimi due album hard rock che chiudono gli anni Settanta 

Agli inizi del 1978 Rory vide i Sex Pistols al Winterland Ballroom di San Francisco e rimase particolarmente colpito dalla loro grande e primordiale energia scenica. Egli decise quindi di ritornare a lavorare in trio, eliminando le tastiere del talentuosissimo Lou Martin (presenti dal periodo Tattoo fino a Calling Card) e affidando le percussioni a Ted McKenna

Già dalla grafica utilizzata per la copertina del 33 giri intitolato Photo-Finish, è possibile dedurre che il rock sia il tema centrale del disco. L’album inizia con lo sfolgorante riff di Shin Kicker. Segue il grezzo blues rock Brute Force & Ignorance. La punta di diamante dell’album, però, è la sesta traccia, Shadow Play, considerata come un classico assoluto del repertorio di Rory. 

Gli anni Settanta si chiusero con Top Priority, un altro album di stampo prettamente rock. Le tracce più importanti furono due. La prima è Philby, particolare per il suo frizzante riff e per il testo inerente ad una storia di spionaggio nel pieno della guerra fredda. Rory riuscì a conferire alla chitarra solista un suono ed un sapore alquanto orientale grazie all’utilizzo di una rara Coral 3S19 Electric Sitar del 1968, presa in prestito da Pete Townshend degli Who.

L’altro brano più importante dell’album, nonché forse quello più rappresentativo dell’intera discografia del bluesman bianco con la camicia a quadri, è Bad Penny

Il riff è riconoscibile fin dalle primissime plettrate, mentre il suono è incisivo, corposo e graffiante al punto giusto. Successivamente, la chitarra solista di Rory riprende la melodia principale fino ad arrivare all’esplosivo assolo ricco di intensi vibrati, bending e lunghi sustain

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Per quanto riguarda la strumentazione, si può affermare che Rory utilizzò tantissime chitarre, amplificatori e pedali diversi durante la sua lunga carriera. Il rig a cui viene associato più spesso però, è quello utilizzato a partire dai Taste fino ai primi album solisti. Rory all’epoca utilizzò la sua fedelissima, insperabile e consumatissima Fender Stratocaster del 1961 assieme ad un Vox AC30 Top Boost dei primi anni ’60. L’unico effetto presente tra la chitarra e l’amplificatore fu un Dallas Rangemaster Treble Booster, che lo aiutava ad ottenere dalla sua Stratocaster un suono ancor più tagliente, acido, nasale e sottile. Brian May dei Queen ricorda:

“Rory era un mago. Era una delle poche persone della sua epoca in grado di far fare alla chitarra qualsiasi cosa volesse. Mi ricordo di averlo guardato, di averlo visto con la sua Stratocaster e di aver pensato ‘come riesce a far uscire quel suono?’. In quel periodo ho avuto modo di frequentarlo e ricordo di averglielo chiesto. Lui mi rispose che era semplice: bastava quella chitarra, un amplificatore AC-30 ed il Treble Booster. Appena me lo ha detto sono andato immediatamente a comprarmi quell’attrezzatura e sono riuscito ad ottenere quello che volevo. Ha fatto parlare la mia chitarra. È stato in quel modo che Rory mi ha dato il mio suono, quello che ancora ho”.

Fender Rory Gallagher Relic Strat

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Vox AC30 C2X Blue Bulldog

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British Pedal Company OC44 Dallas Rangemaster

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Con il tributo di oggi, speriamo di aver reso giustizia a questo immenso ed eterno musicista, scomparso troppo presto, ma rimasto comunque nel cuore di milioni di persone.

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Lorenzo Alexiu
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