Il 25 febbraio del 1943 nasceva a Liverpool (Regno Unito) George Harrison, chitarrista solista di uno dei gruppi più importanti della storia della musica popolare, i Beatles. Seppur la maggior parte delle composizioni dei quattro di Liverpool siano firmate Lennon-McCartney, Harrison ha realizzato alcuni dei brani più importanti della carriera del quartetto inglese. Pezzi come Taxman, Within You Without You, While My Guitar Gently Weeps, Here Comes the Sun sono tutti suoi, a testimonianza del talento compositivo del “Beatle tranquillo”, come spesso era soprannominato. Prima della sua prematura scomparsa, avvenuta il 29 novembre del 2001 per le conseguenze di un tumore, Harrison ha avuto anche una prolifica carriera solista, con ben dodici album all’attivo.

George Harrison
Credits: Trinity Mirror / Mirrorpix / Alamy Stock Photo

Anche se non è ricordato come un musicista appariscente e dalle straordinarie doti tecniche, Harrison è stato un chitarrista influenzato da artisti come Chet Atkins, Carl Perkins, Buddy Holly e Chuck Berry. Il suo playing è stato sempre al servizio delle canzoni a cui ha preso parte, con elementi ritmici e melodici sempre ben presenti.

Non si può inoltre non ricordare il suo contributo fondamentale per l’introduzione della strumentazione tipica della musica indiana nel rock. L’incontro con la musica del maestro del sitar Ravi Shankar, da cui prese lezioni, segna l’inizio di un sodalizio tra le sonorità orientali e quelle della musica popolare occidentale. Innumerevoli poi sono le collaborazioni di Harrison nel corso della sua carriera: Eric Clapton, Alvin Lee, Ronnie Wood, Billy Preston, Bob Dylan, Gary Moore e Jeff Healey sono solo alcuni dei musicisti con cui George ha suonato.

Nel giorno in cui Harrison avrebbe compiuto ottantuno anni, lo ricordiamo con uno dei suoi brani più celebri, Something. Guardate il video tributo realizzato dal nostro Paul Audia di Guitar Tutorials.

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Un legame mai spezzato con i Beatles

Come scritto in occasione del nostro ricordo di John Lennon, anche per Harrison è veramente difficile riassumere in poche parole la sua carriera e quanto fatto con i Beatles. Ci limiteremo a ricordare che fu Paul McCartney a presentare George a John, mentre i due suonavano già insieme nei Quarrymen. A sentire loro, l’audizione del futuro chitarrista dei Beatles si tenne su un autobus, e il brano che eseguì George fu Raunchy di Bill Justis. Le cose andarono esattamente così? A quanto pare sembra proprio di sì, e una ricostruzione di quel momento epocale è riproposta anche in Nowhere Boy, film del 2009 dedicato all’infanzia di John Lennon.

Subito dopo lo scioglimento dei Beatles, avvenuto nel 1970, Harrison ebbe la possibilità di dare libero sfogo alla sua creatività. Nel quartetto non sempre era possibile, data la presenza di John e Paul. All Things Must Pass è addirittura un album triplo, con ben 106 minuti di musica, per la maggior parte composta da George. Oltre a includere brani come My Sweet Lord e What Is Life, il disco introdusse il caratteristico suono della chitarra slide di Harrison e i temi spirituali, presenti in tutti i suoi successivi lavori da solista. Trovate un bell’approfondimento dedicato al cinquantesimo anniversario di questo disco qui.

L’anno seguente George pubblicò un altro album triplo, quello di The Concert for Bangladesh, uno dei primi concerti benefici della storia del rock. Il disco fu un grande successo e vinse il Grammy Award per Album of the Year; è stato inoltre realizzato un film concerto dell’evento. Harrison continuò a realizzare dischi per tutti gli anni Settanta e Ottanta, mantenendo comunque un costante legame con la sua band. Negli anni Novanta infatti prese parte al progetto The Beatles Anthology, che portò alla realizzazione dei due singoli Free As A Bird e Real Love. Un terzo brano rimase invece incompleto, e abbiamo dovuto attendere molti anni per ascoltarlo. Now And Then è uscito finalmente l’anno scorso e ve ne abbiamo parlato qui.

Harrison con gli altri Beatles nel 1964, Credits: skeeze – pixabay.com, CC0 1.0 Public Domain

Se le qualità come songwriter di Harrison dovettero aspettare per ottenere un riconoscimento, è vero però che nella parte finale dell’esperienza con i Beatles George riuscì a farsi valere. L’unico singolo estratto da Abbey Road, infatti, portava la sua firma.

Abbey Road: sulla strada della leggenda

La strada più famosa della storia del rock è stata immortalata nel 1969 da Iain Macmillan. Ai Beatles non serviva nemmeno mettere il nome del gruppo e un titolo sulla copertina del disco, per venderlo. Per scrivere nella storia quei microsolchi bastò uno scatto dei quattro di Liverpool mentre attraversano le strisce pedonali vicino agli Abbey Road Studios. Quello che a tutti gli effetti è l’ultimo album registrato dai Beatles, anche se Let It Be sarà pubblicato dopo, è un concentrato di sonorità che testimoniano la maturità raggiunta dal gruppo.

A partire da Come Together, che apre la scaletta, passando per Oh! Darling, Here Comes The Sun, Because, per arrivare al medley finale di ben otto canzoni che chiude il cerchio, il disco propone sonorità che vanno dal rock, al pop, al blues, al progressive rock. Non mancano poi le innovazioni tecniche, come spesso è accaduto nella storia della band. Nelle registrazioni fu infatti utilizzato un sistema a otto tracce, per permettere l’utilizzo di una grande varietà di suoni e i brani furono poi mixati in stereo. Fu inoltre utilizzato il sintetizzatore Moog, una vera novità dell’epoca, così come il sistema di altoparlanti Leslie per registrare le chitarre.

Vediamo ora quella che è considerata una delle migliori canzoni scritte da Harrison nel corso della sua carriera, Something.

Something, il secondo brano più “coverizzato” dei Beatles

In un’intervista dell’8 ottobre del 1969, Harrison parlava così a David Wigg di uno dei brani più importanti della sua carriera (trovate qui l’intervista completa):

David: Cosa ha ispirato Something, per esempio?

George: Forse Patti, probabilmente.

David: Davvero?

George: L’ho scritta nel periodo in cui stavamo realizzando l’ultimo doppio album. Ed è solo il primo verso, ‘Something in the way she moves‘, che si trova in milioni di canzoni. Non è una cosa speciale. Ma mi è sembrato molto adatto. Di solito mi vengono in mente le prime righe del testo e la melodia in una volta sola. E poi di solito finisco prima la melodia e poi devo scrivere le parole. Ad esempio, c’è un’altra canzone che ho scritto quando eravamo in India, circa due anni, diciotto mesi fa, e l’ho scritta subito.

E la prima strofa che ho scritto diceva tutto quello che volevo dire, così. Ora devo scrivere un altro paio di strofe e trovo che sia molto più difficile. Ma John una volta mi ha dato un consiglio utile: una volta che hai iniziato a scrivere la canzone, cerca di finirla subito mentre sei in vena. E ho imparato dall’esperienza. Perché se ci torni sopra sei in uno stato d’animo completamente diverso ed è più difficile. A volte è più facile, ma nel complesso è più difficile tornare su qualcosa. Perciò ora faccio così, cerco di finirli subito.

Seconda solo a Yesterday nella speciale classifica delle canzoni dei Beatles con il maggior numero di cover di altri artisti, Something è stata davvero cantata da alcuni dei più grandi di tutti i tempi. Shirley Bassey, Frank Sinatra, Elvis Presley, Ray Charles, James Brown, Smokey Robinson ed Elton John hanno interpretato questo brano, che è considerato una delle canzoni d’amore per antonomasia. Noi vi proponiamo l’ascolto di questa versione di Celine Dion e Joe Walsh.

Harrison ha suonato diverse chitarre nel corso della sua carriera. Noi vogliamo iniziare a darvi qualche consiglio per raggiungere il suo suono partendo da un marchio storico. Marchio che, tuttavia, non è spesso ricordato. Il giovanissimo Harrison suonava infatti una Gretsch Duo Jet, con tanto di Tremolo Bigsby

Gretsch G6128T-53 VS Duo Jet BK

Gretsch G6128T-53 VS Duo Jet BK

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Anche la Rickenbacker 360/12 è passata tra le sue mani:

Rickenbacker 360/12C63 Fireglo 12-string

Rickenbacker 360/12C63 Fireglo 12-string

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Una delle chitarre più iconiche collegate a Harrison è però senza dubbio la Fender Stratocaster “Rocky”, che il marchio americano ha poi riprodotto fedelmente. Potete sentirla anche qui. La chitarra era in origine una Strat del ‘61 in finitura Sonic Blue, che Harrison ridipinse con ben diciassette colori fluorescenti. Voi invece potreste partire da una Vintera in Lake Placid Blue:

Fender Vintera II 60s Strat RW LPB

Fender Vintera II 60s Strat RW LPB

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Un’altra chitarra Fender, anch’essa riprodotta, è la Rosewood Telecaster, usata prevalentemente durante le registrazioni di Let It Be e per il leggendario rooftop concert. Trovate altri dettagli su questo bellissimo strumento qui, mentre voi potete sempre comprare una bella Tele della Player Series:

Fender Player Series Tele MN BTB

Fender Player Series Tele MN BTB

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Ovviamente George ha suonato anche strumenti Gibson, tra cui ricordiamo la SG, la J-200 e una Les Paul, regalatagli da Eric Clapton e ribattezzata “Lucy”. Slowhand ce ne parla qui.

Gibson SG Standard HC

Gibson SG Standard HC

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Epiphone J-200 AVSG

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Gibson Les Paul Standard 50s HCS

Gibson Les Paul Standard 50s HCS

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Per l’amplificazione, oltre al classico Vox AC30, Harrison ha usato anche il Fender Twin Reverb:

Vox AC30 C2

Vox AC30 C2

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Fender Tone Master Twin Reverb

Fender Tone Master Twin Reverb

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Invece, per citare qualche effetto ricordiamo l’iconico Dallas Arbiter FuzzFace, ora prodotto da Dunlop, e l’Uni-Vibe, che potete acquistare nella versione di MXR:

Dunlop JH F1

Dunlop JH F1

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MXR M68 Uni-Vibe Chorus/Vibrato

MXR M68 Uni-Vibe Chorus/Vibrato

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Per ricordare il “Beatle tranquillo” vi invitiamo anche a recuperare questa sua intervista al the Dick Cavett Show e il bellissimo film documentario, diretto da Martin Scorsese, George Harrison: Living in the Material World.

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Riccardo Yuri Carlucci
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