Il protagonista di questa intervista è Mattia Tedesco, un chitarrista che dal 2009 lavora con alcuni fra i più rinomati artisti, produttori e arrangiatori della musica italiana. Partendo da Gianluca Grignani fino ad arrivare a Vasco Rossi, Mattia ha molto da raccontare e non si è risparmiato ai nostri microfoni. È un cultore del suono e grande conoscitore di chitarre, amplificazione ed effettistica. Lo abbiamo incontrato al World Music Studio di Pessano con Bornago alle porte di Milano e siamo certi lo rivedremo presto su Planet Guitar. 

Foto per gentile concessione di Mattia Tedesco

Planet Guitar: Benvenuto Mattia! Sono solito iniziare le interviste chiedendo “come mai ti sei ritrovato con la chitarra fra le mani”…tu in questo momento ne una hai fra le mani quindi raccontaci un po’…

Mattia Tedesco: Ho iniziato con la chitarra classica ma è stato un po’ traumatico, devo dire la verità, perché ufficialmente io sono un batterista, non sono un chitarrista! Non è uno scherzo, ho avuto un flash quando avevo quattro anni e ho detto ai miei genitori “voglio suonare la batteria”. Mi comprarono un piccolo kit e ho iniziato a suonare sui Pink Floyd, su canzoni abbastanza larghe, lente, insomma, niente di ipertecnico. Dopodiché cresci tu, crescono le mani, cresce il peso che dai e ovviamente i vicini di casa hanno iniziato ad impazzire… Non c’è stato verso di poter continuare questo meraviglioso strumento che però, fortunatamente, oggi riesco a suonare un po’ nel mio studio. I miei genitori mi dissero “Ok la musica ti piace e la batteria non puoi purtroppo continuare a suonarla, ma c’è una nostra amica che insegna chitarra…provaci!”. 

Allora ho provato con la chitarra classica, contento della possibilità di suonare, ma il cuore era sempre sulle pelli e sulle bacchette, quindi ho fatto i primi tre anni di chitarra classica sempre col pensiero che un giorno sarei tornato a suonare la batteria. Dopo tre anni all’ennesima richiesta di riavere la batteria, mio padre tira fuori un vinile con la copertina dorata, con in mezzo una fotografia. Lo fa partire e inizia Highway Star! Era Made In Japan dei Deep Purple. Ho chiesto “Che cos’è questa cosa qua?” e mio padre “È la chitarra elettrica”… Da quel momento il mio obiettivo era suonare Highway Star. Poi ho scoperto tutto il resto, ho ricollegato che quando suonavo i Pink Floyd alla batteria non c’era solo Nick Mason, ma c’era quel signore biondo con la Fender Stratocaster, quindi la mia attenzione si è spostata verso i chitarristi. Quindi la scintilla della musica è la batteria, la scintilla della chitarra è arrivata con Ritchie Blackmore.

Stai visualizzando un contenuto segnaposto da Youtube. Per accedere al contenuto effettivo, clicca sul pulsante sottostante. Si prega di notare che in questo modo si condividono i dati con provider di terze parti.

Ulteriori informazioni

Planet Guitar: Tutti noi chitarristi passiamo attraverso un’epifania quando arriva quel disco, quell’artista che ti fa andare fuori di testa…

M.T. : Infatti non è stata la chitarra che trovi in soffitta e allora ti metti lì a cercare che cosa fa questo oggetto, né tantomeno andare a vedere un concerto e innamorarsi di quel chitarrista e neppure passare davanti a un negozio di strumenti e guardare la Fender Stratocaster e pensare “un giorno sarà mia” Io avevo questa cosa per la batteria e fra tutti i dischi che avevamo a casa mio padre ha preso quel disco lì e da lì per me è stata una svolta. Da quel momento non è che mi piaceva Blackmore, io volevo essere Blackmore; vestito di nero, scontroso, non sorridevo mai e chi non veniva alle prove andava a casa, punto. Sul palco mi giravo di schiena, non guardavo nessuno, perché era troppo figa questa cosa. Lui era il mio mito e io dovevo fare esattamente come lui. Ero completamente insopportabile! [ride]

Planet Guitar: Quando hai deciso che suonare la chitarra era diventata una cosa abbastanza seria da proiettarti verso il professionismo? 

M.T.: Da subito, da quel disco lì, cioè non era solo voler suonare come lui ma era voler fare questo nella vita. Una ulteriore spinta me l’ha data poco dopo l’incontro con Donato Begotti, che già leggevo su Guitar Club ma, non essendoci internet, il tutto era ridotto ad un piccolo riquadro con la fotografia di questo tizio biondo, sorridente, che spiegava delle cose meravigliose. Ci fu un suo seminario a Cremona; lo vidi lì per la prima volta, con un volume devastante, un suono distorto enorme, suonare per tre ore e mezza senza sbagliare una nota! Allora torno a casa, vado dai miei genitori e dico “Vado a iscrivermi a Milano, voglio fare lezioni con Donato Begotti”  “Quando?” “Domani, mollo la scuola!”.

I miei mi fecero ragionare, così prima mi diplomai alla scuola superiore e appena il giorno dopo mi iscrissi ai corsi di Donato che ringrazio per la pazienza che ebbe e per quella che ha ancora visto che mi vede tutte le settimane! 

Fra la fine delle scuole superiori e l’inizio degli studi con Donato suonavo comunque tutto il giorno, era proprio una cosa viscerale. Ho letto recentemente la bellissima biografia di Yngwie Malmsteen intitolata Implacabile; non che voglia paragonarmi a lui per carità, però mi sono ritrovato in quello che lui faceva durante l’adolescenza, a come aveva approcciato allo strumento, provando e riprovando, cercando di capire come far suonare bene le cose che provava. Nei dischi di quelli bravi sentivo che era tutto perfetto e ho capito che quello era controllo. E come fai ad averlo? Leggevo le interviste ai grandi e tutti, da Steve Morse a Steve Vai, Satriani alla domanda “come si fa a suonare bene?” rispondevano “practice”… ripeti, ripeti, ripeti, vai a letto, svegliati e ricomincia.

Mattia Tedesco con una bellissima Stratocaster vintage, Foto per gentile concessione di Mattia Tedesco

Planet Guitar: Mattia nel corso degli anni hai lavorato con tantissimi artisti sia live che in studio. Qual è stato il primo vero ingaggio, la prima vera esperienza nel mondo del professionismo?

M.T.: Nel 2009 con Gianluca Grignani. Il primo passo in una nuova realtà formata da tante figure che prima non conoscevo: backliner, fonici di palco, direttori di produzioni, tour manager, agenzie… Dalla semplice band con, se andava bene, un amico che aiutava, sono entrato in produzioni con 50-60 persone al seguito. Lì inizi a capire le gerarchie, come funzionano le cose ed è molto importante per evitare, magari, di dire cose inopportune e perdere il lavoro. È andata bene e sono stato fortunato. 

Una cosa molto bella che dico ai miei allievi o durante i seminari è: mai schiavizzare qualcuno ed essere arroganti. Se hai un backliner che ti cambia le corde della chitarra e sbaglia a farlo una volta, non c’è bisogno di insultare, ma piuttosto pensare che forse è stanco, che ha bisogno di riposarsi un attimo e allora puoi cambiarle tu le corde. Tutti possiamo sbagliare. 

Fender AV II 61 STRAT RW FRD

Fender AV II 61 STRAT RW FRD

Valutazione dei clienti:
(8)

Avevo un backliner al quale ho sempre voluto un gran bene e gliene voglio tuttora, che era anche il backliner di Finaz [Alessandro Finazzo] della Bandabardò, che all’epoca stava registrando delle canzoni con Dolcenera. Pare che lei gli chiese il nome di qualche chitarrista per rinnovare un poco la band, e lui le disse che il suo backliner stava in tour con Grignani e lavorava con un ragazzo giovane, gentilissimo, molto bravo, con dei grandi suoni. Se io avessi trattato male il backliner, secondo te, avrebbe parlato bene di me? Io non l’ho fatto per ottenere un qualcosa, io lo faccio perché sono fatto così, perché le corde me le sono sempre cambiate e continuo a farlo. Qual è il problema? 

È il bello di questo mondo, che non sai mai quando può finire e se ti abitui troppo e poi caschi giù da là in alto ti fai un gran male. Ho sempre cercato di non abituarmi mai al fatto di arrivare in un posto e avere la pappa pronta, quindi, magari, questa cosa poi ha permesso che il passaparola girasse in maniera positiva per me. Ho fatto i miei errori, ho litigato con delle persone, sono stato anche mandato via da alcuni posti però in questo momento, a 40 anni, posso permettermi di raccontare una storia, che spero vada avanti ancora per molto tempo, ma che sono consapevole che prima o poi finirà; è un viaggio nel quale conosco gente, come te e Paul. 

Quindi tutto quello che è successo da Grignani in poi è sempre stato l’effetto sliding doors, le scelte che ho fatto e i comportamenti che ho tenuto. 

Planet Guitar: È il momento dell’aneddoto! Raccontacene qualcuno fra le centinaia di situazioni o episodi che sicuramente ti sono capitati…

M.T.: Fortunatamente una valanga, alcuni raccontabili, altri assolutamente no! [ride] Una cosa molto simpatica è stato il primo ingaggio per Vasco Rossi. Mi chiama Celso Valli, col quale lavoravo da poco meno di un anno. Ricordo tutto. Ero a Cremona, in camera con il letto dietro, e meno male che c’era, perché quando mi ha detto quel nome sono completamente impazzito…

Mi dice: “Ciao, cosa fai dopo domani? Dai vieni a Bologna, però stavolta ti fermi tre, quattro giorni. Porta tutto, anche un sassofono”. Questo è il suo modo ironico per dire di portare qualsiasi cosa. Mi segno la data, le altre cose logistiche e poi ad un certo punto gli chiedo “Capo scusa, ma per chi registriamo?” “Ah non te l’ho detto, scusami, è un cantautore emergente di Zocca, si chiama Vasco, lo conosci?” sono rimasto un attimo in silenzio. “Scusa? Io? Ma perché proprio io?”.

Lui nel suo telefono ha chiunque, forse non ha il numero di Jimi Hendrix! E la sua risposta è stata magnifica “Ah non suoni più? Peccato, mi piaceva molto come suonavi.”  e io “No no suono ancora!”, “E allora se suoni ancora vieni a Bologna e facciamo il disco di Vasco Rossi, ciao!”.

Vedi non è una questione di curriculum, a lui è sempre piaciuto come suono, i miei suoni, l’entusiasmo che ho e come dialoghiamo con la musica. E da allora sono 11 anni che c’è questa cosa con Vasco, quindi sono contento. Ci sono state delle pause, perché lavoro nella produzione in studio, non faccio parte della band live. Ci tengo a precisare che non suono “con”, ma “per” Vasco Rossi.

Mattia Tedesco live, Foto di Luca Moschini per gentile concessione di Mattia Tedesco

Planet Guitar: Grazie per questo racconto. Per chi è fuori dall’ambiente del professionismo è difficile cogliere il lato umano che si cela dietro ad ogni situazione.

M.T.: Io credo che l’occasione sia da dare a chiunque. Una, ma a chiunque. L’altro aneddoto è inerente al mio ingaggio con Grignani. Suonavo già, avevo esperienza live e in studio ma com’è successo? Perchè mi hanno contattato? Andavo a fare delle preproduzioni di dischi a Cremona da Simone Bertolotti, che è un grandissimo musicista, produttore, arrangiatore che ora sta a Milano. Le preproduzioni sono le registrazioni iniziali e provvisorie di un disco, che vengono poi suonate in via definitiva dal chitarrista di ruolo per un determinato artista. Un giorno arriva Elvezio Fortunato, chitarrista clamoroso che fa Sanremo da ormai qualche anno e che all’epoca suonava con Grignani. Ascolta le mie preproduzioni e chiede a Simone chi le aveva suonate. Simone gli parla di me e lui spiega che sta lasciando la band di Gianluca per andare a suonare con Giusy Ferreri che ai tempi era appena uscita da X Factor. Allora il mio nome finisce in una lista con altri 20 chitarristi candidati a sostituire Elvezio. Dopo due anni che stavo già nella band di Grignani ho chiesto al direttore musicale Andrea Tripodi 

Ma io come ho fatto ad entrare qui?” e lui mi disse “Beh, è vero, non te l’ho mai detto. Avevo questa lista con una ventina di nomi di chitarristi. Li conoscevo tutti. Poi arrivo alla fine e leggo il tuo nome, che non conoscevo. Se eri sulla lista un motivo ci sarà stato. Ti ho dato un’opportunità. Certo se fossi arrivato in sala prove e avessi fatto schifo avrei chiamato uno degli altri che già conoscevo. E invece mi hai fregato, sei bravo. Fine.

Mi è stata data una possibilità e me la sono giocata imparando i pezzi, facendomi suoni, comprando dei pedali in più. Investi ancora prima di sapere se effettivamente ci sarai tu per fare il lavoro. Però te la devi giocare al massimo!

Planet Guitar: Ricorda un po’ la storia che ci ha raccontato Niccolò Bossini sul suo provino con Luciano Ligabue! Ora ti faccio la domanda, che faccio sempre a tutti, dell’isola deserta. Puoi portare con te una chitarra, un ampli e un pedale.

M.T.: La chitarra è sicuramente una Strato. Come ampli un Fender Deluxe Reverb e il pedale è il Maxon SD9.

Planet Guitar: Rapidissimo e sicurissimo! Per concludere ti chiedo quali sono i progetti futuri e se c’è qualcosa che puoi già raccontarci in anteprima.

M.T.: Ci sono diverse cose che bollono in pentola. Alcune per motivi anche un po’ di scaramanzia, non solo mia, ma ovviamente anche di chi mi ha dato questi lavori, preferisco non dirle. Di sicuro c’è un tour imminente con Enrico Nigiotti, un tour nel quale mi divertirò tantissimo e nel quale abbiamo deciso di cambiare un po’ anche il mood e quest’anno non avrò la chitarra elettrica. Tutto acustico, classica con corde in nylon, lap steel, 12 corde e magari porterò anche la baritona. Mi piace sempre giocare con i colori e i suoni e reinventare qualche arrangiamento. 

Planet Guitar: Mattia, noi ti facciamo un grandissimo in bocca al lupo e speriamo di averti presto ancora come nostro ospite.

M.T.: Grazie e in bocca al lupo a voi! Viva Planet Guitar!

Contenuti Correlati

* Questo post contiene link affiliati e/o widget. Quando acquistate un prodotto tramite un nostro partner affiliato, riceviamo una piccola commissione che ci aiuta a sostenere il nostro lavoro. Non preoccupatevi, pagherete lo stesso prezzo. Grazie per il vostro sostegno!

Matteo Bidoglia