The Black Crowes e Arc Angels sono i gruppi storici della parabola artistica di Rich Robinson e Doyle Bramhall II. Tuttavia, anche i progetti personali rappresentano una parte importante della loro carriera. Entrambi folgorati da Jimi Hendrix, cominciano a frequentarsi durante una serie di concerti tributo a lui dedicati, prima di regalare, nel 2015, un’incandescente notte di chitarre al pubblico di Londra. Grazie alla nostra serie Crossroads andiamo a rivivere le emozioni di quella magica performance.

Doyle Bramhall II e Rich Robinson sul palco allo Shepherd’s Bush di Londra, 18 Febbraio 2015 © Alessandro Vailati

Insieme: uniti nel nome di Jimi

“Era una notte buia e tempestosa…”

“Non vedo l’ora di suonare allo Shepherd’s Bush Empire con il mio amico e ospite speciale Rich Robinson dei The Black Crowes. L’ho conosciuto durante il tour Experience Hendrix negli Stati Uniti lo scorso anno. Abbiamo avuto un’immediata intesa musicale: pensiamo che Londra sia il luogo perfetto per dare il via alla nostra collaborazione”.

-Estratto da whereseric.com, 22 gennaio 2015.

Poetica, malinconica e avvolgente. Londra di notte a Febbraio è una città che rallenta, svelando il suo lato più intimo e cinematografico. Il vento soffia gelido e abbandona le ossa solo nel momento in cui ci si rifugia in un pub dai vetri appannati, a sorseggiare una birra forte o un buon whisky d’annata. E dannata, sia perdonato il gioco di parole,  è pure la passione per la musica, che fa lasciare quel luogo al sicuro per buttarsi di nuovo nella bufera e raggiungere lo Shepherd’s Bush Empire. In fondo, in verità, ne valeva assolutamente la pena: un concerto così sarà veramente difficile da dimenticare.

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Doyle Bramhall II e Rich Robinson sono due chitarristi tosti, molto diversi l’uno dall’altro anche se provengono dalle stesse radici. Conosciuti principalmente per i loro progetti di gruppo, gli Arc Angels e i The Black Crowes, negli anni hanno costruito anche una carriera solista di eccellente livello, peraltro troppo spesso inficiata dalle attività “principali”. Dopo l’esperienza con Roger Waters, Doyle è ormai la pedina più importante nella trama dei live act di Eric Clapton, mentre Rich vive sempre in simbiosi, tra alti e bassi, con il fratello Chris. Il 18 febbraio 2015 rappresenta una data spartiacque: la loro collaborazione, anche se solo per un concerto, li spinge a credere maggiormente nelle loro individualità.

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Un perla dietro l’altra, fino al poderoso encore

Bramhall e Robinson sono freschi di ritorno da un viaggio in India, ove si è tenuta l’edizione annuale del Mahindra Blues Festival, ma il jet lag non si fa assolutamente sentire. Doyle propone il trittico I Wanna Be, Problem Child e Blame, dai suoi ultimi lavori dell’epoca Jellycream e Smokestack, e mette subito giù le carte in tavola. Si capisce perché sia stato paragonato a Stevie Ray Vaughan. La sua abilità e destrezza sono spettacolari, e il suo legame con Rich è quasi telepatico: ecco due musicisti nati per comunicare, ben coadiuvati da una sezione ritmica da paura, formata dai fedeli Ted Pecchio (basso) e Joe Magistro (batteria) e ottimamente supportati nelle cavalcate lisergiche dalle tastiere dell’istrionico Matt Slocum.

C’è tempo per alcune cover, un brano strumentale di Robinson, un’altra breve incursione nel repertorio solistico di Doyle e poi comincia una osannata liturgia di blues psichedelico.

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Si inizia con Hendrix, grazie a un’ infuocata rilettura di Hey Gypsy Boy, e subito dopo arriva una botta di vita dai Black Crowes: Wiser Time sospende il tempo, improvvisamente si fluttua in pieni anni Sessanta e l’epifania prosegue ancora con Jimi (Angel) e una strepitosa She’s All Right, che palesa quanto Muddy Waters sia stato precursore della scena hard rock. 

Due piccoli capolavori del presente, Trial and Faith (da The Ceaseless Sight di Robinson, 2014) e Green Light Girl (il pezzo che ha fatto conoscere il Bramhall solista in Europa) accompagnano nella bolgia del bis finale, una torrida Going Down, canzone simbolo per chiudere i duetti (si pensi a SRV & Jeff Beck e ai vari Crossroads Guitar Festival!). La 1963 Gibson ES-335 Reissue Cherry Red di Rich si fa tagliente, il suo lavoro di slide riporta all’epopea di Elmore James, mentre Doyle termina come si deve il concerto con gli incessanti miagolii della sua storica Fender Stratocaster Sunburst del 1964, chitarra regina dello show oltre all’utilizzo di una White “Strato” per alcuni numeri.

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Da una bella storia nasce un’altra bella storia…

“Ho conosciuto Doyle Bramhall II tramite Robinson. Avevano suonato insieme al Mahindra Blues Festival di Mumbai nel 2015. Rich mi ha chiamato per dirmi che avrebbero fatto un concerto insieme a Londra, sfruttando il viaggio di ritorno. Mi raccontò che sarebbe stato un lavoro facile, con solo poche chitarre, e mi chiese se potevo occuparmi della parte tecnica per entrambi. Tuttavia, uno show con due artisti del genere è un evento importante, quindi durante la giornata abbiamo ricevuto visite da persone di Fender, Gibson e D’Addario, che ci hanno portato strumenti e attrezzature. All’improvviso, è diventato un incarico gratificante ma molto impegnativo”.

-Estratto da intervista a Mattias Johansson, articles.boss.info, 18 dicembre 2025.       

Da Robinson (e The Black Crowes) a Bramhall (ed Eric Clapton), fino a Robert Smith. La storia di Mattias Johansson, musicista e guitar tech che vediamo porgere a Rich la ES-335 all’inizio di Going Down, si sposta dalla Svezia, paese in cui è nato, a Brighton in UK. Una serie di circostanze impreviste, di incroci fortuiti che fanno il bello della musica lo portano a J Mascis e in seguito a Rich. La data di Londra con Doyle lo fa atterrare nel suo mondo e in quello di Slowhand. La sua fama cresce e il coronamento di un sogno è il tour con i The Cure nel 2023. Una favola bellissima, un riconoscimento per i tanti sacrifici e per i milioni di chilometri percorsi. Con Johansson le sei corde sono al sicuro, e, tornando alla magica serata dello Shepherd, Rich ha utilizzato anche una Gibson Custom Shop Les Paul SG e una ES-335 Sunburst. Pure per Mattias la data allo Shepherd diventa cruciale, come cruciali sono stati gli incontri di Rich e Doyle dell’anno prima, durante l’Experience Hendrix Tour…

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Le origini della partnership: l’Experience Hendrix Tour 

A parte la breve esperienza al Mahindra Blues Festival 2015, in compagnia di Quinn Sullivan e Buddy Guy, Bramhall e Robinson si incontrano per la prima volta nell’autunno 2014, durante l’Experience Hendrix Tour, manifestazione ormai storica dedicata al chitarrista più rivoluzionario del secolo scorso. Oltre ai set personali, che includono alcuni tra i più grandi virtuosi dello strumento, nascono straordinari incroci, che si rivelano inediti e vincenti: Doyle e Rich, solidi come la pietra, sono una certezza della kermesse, mescolano l’energia del rock alla libertà del blues mantenendo al centro la voce narrativa di Jimi. I due non tradiscono le aspettative e fanno faville in compagnia di un altro grande guitar hero…

Jonny Lang e Rich Robinson on stage durante l’Experience Hendrix Tour 2014 ©
WENN Rights Ltd

I guizzi con Jonny Lang

Le date del 25 settembre a Birmingham (AL) e del 10 ottobre al mitico Greek Theater di Los Angeles brillano di una luce particolare, accompagnate da straordinarie versioni di Spanish Castle Magic, ma soprattutto illuminate dalla coesione sbalorditiva, dalla straordinaria empatia a prima vista on stage di Robinson e Bramhall, corroborata dall’incredibile verve di Jonny Lang, autentico trascinatore.

Armati di Fender White Stratocaster e Gibson Custom Shop Les Paul SG, i due atleti della chitarra raggiungono livelli olimpionici, evidenziando un’affinità elettiva innata. Due cuori a sei corde, innamorati della musica e della tradizione, capaci di rinnovarla con rispetto.

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Separati alla nascita: le comuni radici rock blues

Quasi coetanei, Doyle e Rich si potrebbero definire gemellini del rock blues. Influenzati comunemente da Hendrix, Led Zeppelin, The Allman Brothers Band, Derek and the Dominos, Peter Green, George Harrison, Ronnie Wood e Stevie Ray Vaughan, trovano nei loro incroci nuova linfa e grande coraggio per proseguire i propri progetti personali.

Dopo i loro incontri, infatti, Doyle pubblica Rich Man e Shades, due dischi maturi legati profondamente alla tradizione black e con accenni di musica orientale, con Curtis Mayfield, Al Green e Ravi Shankar nel cuore, mentre Rich rilascia Flux, splendido manifesto rock blues dove suona pure le parti di basso, e forma il supergruppo The Magpie Salute, con gli inseparabili Slocum e Magistro, John Hogg, i compagni di mille avventure Marc Ford, Sven Pipien e il mai troppo compianto Eddie Harsch.

Una prova del nove per il geniale chitarrista georgiano. Anche i successivi lavori marchiati Black Crowes vedono infatti Robinson più tranquillo, conscio della sua storia e dei propri mezzi. Andiamo ora a ripercorrere le fasi salienti della carriera di questo incredibile artista.

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Rich Robinson sul palco a Boca Raton (Florida), immortalato con la sua storica Gibson ES-335 © Michael Bush – Alamy Stock Photo

Rich Robinson, l’architetto della chitarra

Una vita in musica

Rich Robinson nasce il 24 maggio 1969 ad Atlanta, la capitale del jazz. Il padre Stanley, grande collezionista di dischi, è un noto musicista della zona. Fin da bambino segue le orme del fratello Chris, di tre anni più grande. Ancora giovanissimo, nel 1984, folgorato da Mississippi Fred McDowell, Bukka White, Muddy Waters e Rolling Stones, comincia a muovere i primi passi in quello che a fine decennio diventa il suo gruppo storico, i The Black Crowes.

I The Black Crowes premiati a inizio anni Novanta per il successo di Shake Your Money Maker
© MediaPunch Inc – Alamy

Shake Your Money Maker sancisce il debutto discografico, palesando il già potente songwriting del ragazzo, dal tonitruante riff di Twice as Hard al rock melodico di She Talks to Angels. E, come si suol dire, the rest is history: già con la seconda opera, infatti, niente sarà più come prima, con i “Corvi” all’improvviso proiettati nel mondo delle celebrità, senza alcun “rimedio”.

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Successo ed eccessi

“Can I have some remedy? (All I want is a remedy)

Remedy for me, please (for all of the things I really do need)

If I’d some remedy (ooh, I’d take another one)

I’d take enough to please me”

Grazie a canzoni come Remedy, Thorn in My Pride e My Morning Song, quel capolavoro di nome The Southern Harmony and Musical Companion mette d’accordo critica e pubblico. I “bad boys di Atlanta”, rafforzati dal carisma chitarristico di Marc Ford, sono i nuovi re del southern rock. I concerti in Europa e Giappone li “globalizzano”, i successivi album Amorica (1994), Three Snakes and One Charm (1996) e By Your Side (1999) li consolidano, pur con qualche crepa: troppi vizi e trasgressioni cominciano a pesare e a ciò si aggiungono alcuni inaspettati cambi di lineup. Il sodalizio si rompe con Lions, un’opera che meriterebbe un’ampia rivalutazione, una miscela di generi che porta dal gospel all’hard rock e percorre la storia della musica americana.

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Le peripezie di Rich & Chris: separati e poi ancora insieme, sempre più forti

Dopo l’esordio solista Paper (2004), la macchina dei BC si rimette in moto per merito di Warpaint (2008) e i tira e molla con Ford e Chris finiscono, anche se in maniera diversa. Il primo lascia il progetto, ma non abbandona le collaborazioni con Rich, mentre i due fratelli, seppur ancora con alti e bassi, tornano a dialogare come si deve, anche musicalmente (un grande segnale di pace è il bellissimo Brothers of a Feather: Live at the Roxy), e vari dischi in studio e dal vivo si susseguono fino al recente Happiness Bastards e A Pound of Feathers, previsto in uscita in questi giorni.

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Rich, da sempre posato e meno in evidenza del frontman Chris, ha costantemente sofferto l’eccessivo carisma del fratello. Tuttavia, con lo scorrere del tempo, sembra aver raggiunto una nuova maturità. Da grande artista quale è, si trova a convivere con più anime, che rispecchiano la natura complessa, evolutiva e sfaccettata della creatività. Le diverse personalità che gli abitano dentro hanno però smesso di tirare in direzioni opposte, come cavalli impazziti. Il “ragazzo” va avanti tranquillo, in pace, senza strattoni, seguendo la strada, ora dritta, ora più tortuosa, ma adesso è davvero la sua strada.

Una libertà quieta tuttavia potente, la sua. Come un fuoco che nel bruciare non distrugge, ma scalda e trasforma. La dimostrazione di questo diverso approccio comincia con Through a Crooked Sun, seconda opera a suo nome del 2011 ricca di ospiti (su tutti Warren Haynes), e traspare ancor più nei suoi successivi, fantastici progetti.

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Una nuova fiamma arde

L’ultimo decennio ci regala un Robinson pimpante, pieno di idee ben concretizzate. Da Flux (2016), quarta fatica solista con momenti di gran classe, ai lavori con i Magpie Salute: due dischi di gran spessore, High Water I e II (2018, 2019), un blues rock sopraffino elargito con lacrime, sudore e sangue, anche dal vivo. Davvero niente male per un artista che in carriera ha collaborato con una serie di star sorprendenti, lasciando sempre la sua impronta. Da Patti Smith ai Bad Company, da Noel Gallagher e Luther Dickinson fino ai Silverlites. Unico.

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Le chitarre di RR

Rich Robinson è un guitar hero generoso e atipico. Si può definire un grande architetto, un costruttore di suoni e riff con accordature aperte su cui possono brillare anche altri virtuosi con la chitarra solista. Il suo playing è corposo, “grasso” e caldo; fenomenale alla slide, intenso e prezioso nei “solo” elettrici. La ormai leggendaria Gibson ES-335, di cui esiste una pregiata signature (come per il caso della Gretsch G6136T), è il suo modello per antonomasia e ha una lunga storia. Utilizzata a partire da The Southern Harmony and Musical Companion, nel 2012 ha subito gravi danni a causa dell’uragano Sandy, ma un attento restauro l’ha salvata e preservata.

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Un’altra preferita, oltre alla già citata Custom Shop Les Paul SG, è la Goldtop, mentre andando nell’universo Fender spiccano diverse Telecaster e alcune Stratocaster.

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Inoltre, a partire da Flux, una delle sue sei corde preferite è la Teye El Dorado, scoperta grazie a un amico di Nashville. Ne è rimasto letteralmente affascinato per bellezza e unicità.

Rich è poi pazzamente innamorato delle Custom. James Trussart ha creato per lui oltre alle classiche “Metal” e “Steel” anche un esemplare in legno di faggio, che utilizza molto per il repertorio dei “Crowes” (ad esempio per Thorn in My Pride).

Il maestro liutaio George Lowden gli ha invece costruito una meravigliosa Zemaitis intarsiata. Possiamo vederlo all’opera nel clip sottostante in una splendida versione di The Music That Will Lift Me.

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Chitarre acustiche, che passione! Folgorato da Bob Dylan (le prime esercitazioni in gioventù avvengono sulle note di Oxford Town), Stephen Stills e Nick Drake, Robinson è molto legato anche alla storica Martin D-28 del ’53, ereditata da papà “Stan” e di cui esiste una sua signature, ha usato un’infinita serie di Gibson, tra le quali una Dove del 1961, e ha nel cuore la Guild F112 12-String, anch’essa danneggiata e restaurata dopo Sandy.

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Le sei corde come ragione di vita, in una vita vissuta sempre in stretto contatto con altri geni talentuosi dello strumento: le esibizioni con Jimmy Page nel formidabile Live at the Greek hanno sancito la partnership con un altro “Professore” della chitarra elettrica, Audley Freed. Un nuovo, elettrizzante episodio di “Crossroads”, la rubrica speciale di Planet Guitar, sta prendendo forma!

Stay tuned

To be continued…

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