“Non pensare che sia finita, c’è una luce che non si spegne mai”: unire in una sola frase i titoli di due delle canzoni più rappresentative di Crowded House e The Smiths, Don’t Dream It’s Over e There Is a Light That Never Goes Out, rafforza il loro significato salvifico e sottolinea il grandissimo legame artistico tra Neil Finn e Johnny Marr, illuminati e redenti dalla Musica. Un’amicizia solida, sbocciata a fine secolo e proseguita fino a oggi, con il fiore all’occhiello del progetto benefico 7 Worlds Collide. 

Arpeggi di luce: in viaggio tra Manchester e il Pacifico

Insieme, instancabili, sul palco

30 giugno 2022: un vento umido soffia da sud ovest e avvolge Manchester, mentre la tipica pioggerellina d’estate batte a intermittenza sui mattoni rossi delle case. Le nuvole si inseguono fino a sera, anticipando l’oscurità della notte, ma il Castlefield Bowl è illuminato come se fosse giorno. “C’è una luce che non si spegne mai”, durante il concerto dei Crowded House, uno show carico di sorprese, dal debutto di una nuova canzone, Some Greater Plan, all’emozionante cover di Heroes di David Bowie, fino al momento clou, ove una stella continua a brillare nonostante il cielo plumbeo. Scocca l’ora del mancuniano Johnny Marr, accolto da un boato mentre si accinge a imbracciare la sua Gibson Les Paul Goldtop per eseguire insieme a Neil Finn e compagni una rutilante Weather with You.

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Johnny gioca in casa e l’accoppiata con Neil non fa prigionieri. Una bella partnership, ma soprattutto un’amicizia duratura, sbocciata più di vent’anni prima, il 10 aprile 1999, con l’incontro fortuito al tributo in memoria di Linda McCartney alla Royal Albert Hall di Londra. In quell’occasione Finn duetta con Sinéad O’Connor e George Michael, Marr con Marianne Faithfull, entrambi accompagnati dai Pretenders come backing band. Si salutano e conoscono nel camerino, manifestando la reciproca stima.

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Passano solo due anni e quell’incrocio inaspettato comincia a dare i suoi frutti, è il momento di 7 Worlds Collide, un progetto benefico molto speciale, nato per raccogliere fondi per Oxfam. 

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7 Worlds Collide, part 1

Un supergruppo per cinque serate al St James Theatre di Auckland in Nuova Zelanda: anche se è appena uscito One Nil, il secondo disco solista di Finn (con tanti ospiti prestigiosi, dalle sorelle Melvoin a Sheryl Crow e Doyle Bramhall II) dopo lo scioglimento, temporaneo, dei Crowded House, gli occhi sono puntati sugli amici del padrone di casa, che ospita pure il fratello Tim e il figlio Liam. 

Ed O’Brien e Phil Selway dei Radiohead, Sebastian Steinberg, direttamente dal sodalizio rock d’avanguardia newyorkese Soul Coughing, Eddie Vedder e la splendida Lisa Germano fanno parte del cast, dove giganteggia un chitarrista coi fiocchi, Johnny Marr, bravissimo nel tessere trame su tutte le tracce in scaletta, infuocato nelle proprie There Is a Light That Never Goes Out e specialmente nell’allora inedita, splendida Down on the Corner, nella quale fa capolino la sua timida, ma intonata voce.

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Gli spettacoli vengono preceduti da quattro giorni di prove di dodici ore in un fienile a Karekare, il villaggio a ovest di Auckland battuto dalle onde dove è stato girato Lezioni di piano di Jane Campion. È un programma serrato: Johnny riesce a partecipare solo a una sessione e ci sono quaranta canzoni da imparare, dai classici dei Crowded House ai brani di One Nil fino ai vecchi e polverosi pezzi degli Split Enz, oltre a piccoli sprazzi del repertorio della Germano e di Vedder.

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Ogni piccola imperfezione, tuttavia, si appiana nel momento in cui la band sale sul palco, con tre ore e mezza di musica che fanno innamorare di nuovo della propria collezione di dischi.

O’Brien, in particolare, sembra irrefrenabile ed eccitato, per lui Marr è uno dei motivi per cui ha iniziato a suonare la chitarra e Finn incarna il mentore grazie al quale creare armonie nei suoi fraseggi. Lo show prevede una sorprendente versione di How Soon Is Now rimasta inedita e si chiude con due classici indimenticabili, Weather With You e Don’t Dream It’s Over, con quest’ultimo pezzo a far davvero “pensare che non sia finita”…

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7 Worlds Collide, part 2. Gli Inseparabili

Non si è trattato di un’occasione isolata con un cast di stelle, ma di una serie di show che hanno permesso di amalgamare il gruppo. 

L’edizione del 2009, intitolata The Sun Came Out, rappresenta il secondo capitolo del progetto dopo il fortunato live album del 2001. A differenza del debutto dal vivo, stavolta il disco è registrato in studio a Auckland (nei Roundhead Studios di Finn), e si aggiungono i Wilco, KT Tunstall e Glenn Richards, con la sola assenza del super impegnato Vedder.

Il nucleo emotivo e creativo di questa esperienza poggia storicamente sulla profonda sinergia artistica e amicizia tra Neil Finn e Johnny Marr.

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Pur provenendo da background geografici distanti (Nuova Zelanda e Manchester), entrambi condividono un’ossessione per la melodia pop perfetta e la chitarra “artigianale”. L’ex co-fondatore degli Smiths ha sempre descritto Finn come uno dei più grandi e prolifici autori di canzoni pop viventi, mentre Neil vede in Marr il partner ideale per dare spessore e arrangiamenti unici alle sue visioni lineari. Ne è un fulgido esempio Time on Earth, quinta fatica in studio dei Crowded House datata 2007, ove il chitarrista britannico lascia un forte contributo in Don’t Stop Now e in Even a Child. 

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In The Sun Came Out la complicità si traduce in brani specifici. La traccia d’apertura Too Blue, vede la firma congiunta di Johnny e Jeff Tweedy con la partecipazione attiva della famiglia Finn. Marr canta come voce principale nel brano, supportato dalle chitarre e dalle armonie del collettivo guidato da Neil. In un altro motivo chiave, Learn To Crawl, la scrittura viene divisa a quattro mani tra Ed O’Brien, Marr, Liam Finn e Neil Finn, un perfetto esempio di collisione generazionale e stilistica.

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Durante i tre storici concerti d’accompagnamento tenuti alla Powerstation di Auckland nel gennaio 2009, l’intesa tra i due tocca il culmine quando Neil affianca un Johnny completamente a suo agio nell’esecuzione di Down on the Corner, divenuta ormai un classico, e di evergreen quali There Is a Light That Never Goes Out e Please, Please, Please Let Me Get What I Want. In questi momenti celestiali e ispirati emerge chiaramente come Finn si metta volentieri al servizio del genio chitarristico del suo compare, il quale a sua volta trova nella “famiglia allargata” dell’ex Split Enz una totale libertà espressiva, lontana dalle tensioni che hanno caratterizzato la sua storica band originaria.

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“I sogni non sono finiti, c’è una luce che non si spegne mai”: pillole di amicizia e saggezza

Inseparabili, con le radici in Inghilterra e Nuova Zelanda, gli orizzonti nel mondo. Johnny e Neil hanno seguito la propria traiettoria, cercato con determinazione la discontinuità senza rinnegare il fuoco delle proprie origini: è qualcosa di sano, tutt’altro che semplice, e che fa parte del loro ciclo di vita e li ha uniti indissolubilmente.  

Le loro collaborazioni non conoscono pause sul palco. Già nel 2010 il sodalizio si rinnova a Londra con She Will Have Her Way, prosegue nel 2014 a Manchester e nel 2015 a Auckland, durante i rispettivi tour solisti. Spicca un’incendiaria versione in stile Clash di I Fought the Law, a risvegliare il loro giovanile animo punk.

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Un’amicizia vera, umana ed artistica, all’insegna della libertà e senza condizionamenti commerciali. Qui sta la loro grandezza: affrontano il palco con maestria monumentale, senza il minimo bisogno di render conto a nessuno. Senza chiedere il permesso. Senza preoccuparsi di piacere, vendere, convincere. Solo con l’urgenza vera dell’arte: esprimere.

E questa è la lezione più importante che ci lasciano: la libertà come forma d’arte, e l’arte come forma di libertà. Quella che non si piega al mercato, non si inchina al pubblico, non si traveste da prodotto. Quella che sa trattare la musica come una forma superiore di profondità, sulla scia del comune idolo David Bowie. L’emozionante rilettura di Moonage Daydream in uno show a Manchester del 2010 è lo specchio della loro anima.

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E a proposito di forma superiore, di profondità, è giunto il momento di addentrarsi nelle fasi salienti della carriera di Johnny Marr, un personaggio unico, che, tra alti e bassi, luci ed ombre ha trovato il suo senso della vita, spendendosi per qualcosa che ci sopravvive: la Musica.

Johnny Marr on stage al Victorious Festival di Portsmouth, Agosto 2023 © Alamy Nikki Court

Johnny Marr, anti-eroe della chitarra rock, poeta del jangle pop

La rivoluzione degli Smiths

Johnny Marr, al secolo John Martin Maher, nasce a Manchester il 31 ottobre 1963, da genitori di origini irlandesi. 

Completamente autodidatta, amico fraterno sin da bambino di Billy Duffy, futuro chitarrista di The Cult, dopo essersi destreggiato tra band locali e sogni di gloria calcistica, fonda nel 1982 i The Smiths, insieme a Morrissey. 

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E, come si suol dire, il resto è storia: di carattere schivo, rifuggente il successo, Marr è un alchimista capace di fondere il fulgore del pop degli anni Sessanta con l’urgenza nervosa della new wave. 

Non cambia solo il sound della chitarra indie, rendendolo minimale, al servizio della canzone, lo reinventa costruendo melodie cristalline su testi di alienazione e romanticismo urbano. È il poeta del jangle pop, colui che prende la sei (o dodici!) corde, l’accarezza e la trasforma in un’orchestra tascabile. Con gli Smiths tira fuori dal cilindro pezzi come This Charming Man, How Soon Is Now, The Boy with The Thorn in His Side e Ask dove la chitarra, eterea, ipnotizza l’ascoltatore. 

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The Queen is Dead, il capolavoro

The Queen Is Dead è la terza fatica in studio della band inglese, uno degli album più influenti nella storia della musica rock. Si comincia subito forte con il piglio ribelle e aggressivo della title track per arrivare, tra ironia e disperazione, alle melodie sofisticate di Cemetry Gates e Bigmouth Strikes Again, e a quel manifesto romantico e disperato della gioventù outsider, There Is a Light That Never Goes Out.

Il disco, sorretto dalla solida sezione ritmica di Andy Rourke e Mike Joyce, ridefinisce i canoni dell’alternative britannico, gettando le basi per l’esplosione del Britpop degli anni Novanta e influenzando intere generazioni di artisti (da The Stone Roses, Oasis e Radiohead fino agli Arctic Monkeys).

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Marr è il re del fraseggio elegante, del groove danzabile travestito da malinconia britannica. Uno dei suoi picchi compositivi è Some Girls Are Bigger Than Others. Morrissey sceglie la strada del sarcasmo nelle liriche, trasformando i suoi struggimenti leopardiani e quel senso di soccombenza innanzi al “natio borgo selvaggio” in un motteggio di beffardo distacco, incastonato fra i riff byrdsiani e stratificati della Rickenbacker 330 del suo compare, alle prese con una traccia armonica uncinante ed efficacissima, registrata con una forte dose di effetti chorus e delay.

Il meraviglioso e geniale outro del brano gode dell’utilizzo di una Fender Stratocaster: in quel periodo Marr utilizza estensivamente sia una Strato del ’62 (in finitura white) sia una del ’63 (sunburst) per ottenere toni ancora più limpidi e squillanti ispirandosi allo stile funk di Nile Rodgers.

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La stupenda compilation di rarità The World Won’t Listen (la sola Asleep vale tutta la raccolta) e il canto del cigno Strangeways, Here We Come, con la struggente Girlfriend in a Coma, sanciscono nel 1987 la fine del gruppo. Troppo forti i dissapori personali e professionali tra i due leader.

Tuttavia, l’alba silenziosa si ostina a nascere anche dopo la notte più fitta: gli Smiths continuano a vivere nel cuore degli amanti della musica tra uscite live, antologie e ristampe con inediti, mentre per Johnny Marr si apre un nuovo e fortunato capitolo della sua carriera.

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Il dopo Smiths. Progetti e illuminanti collaborazioni

La vita “post smithiana” di Johnny comincia subito col botto. Se a Settembre 1987 la band è virtualmente sciolta, sempre in quel mese il raro strumentale Money Changes Everything, b-side del singolo Bigmouth Strikes Again, vive di nuova luce con il testo e l’esecuzione di Bryan Ferry: The Right Stuff diventa una grande hit per il “dandy della musica”, con l’imprescindibile collaborazione di uno dei chitarristi più di culto del decennio.

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Da allora Marr diventa il deus ex machina che vogliono tutti: collabora con Talking Heads, Pet Shop Boys, Beth Orton, Franz Ferdinand e tantissimi altri, persino con Hans Zimmer, nella colonna sonora di Inception. 

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L’anti-eroe mancuniano, schivo, pragmatico e instancabile perfezionista non è però solo il genio dietro le quinte o l’indefesso professionista in sala d’incisione. Diventa membro o frontman di svariati gruppi: The The (imprescindibile il bellissimo Mind Bomb), The Pretenders, Electronic, Johnny Marr + the Healers, Modest Mouse e The Cribs. Inoltre, dal 2013 è protagonista anche come solista, dimostrando che sa scrivere canzoni tanto bene quanto le accompagna. Album come The Messenger, Call the Comet e l’ultimo, brillante The Age of Everything confermano che la sua chitarra, sofisticata senza mai essere pretenziosa, scintilla ancora. 

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Le chitarre di JM

Completamente diverso per attitudini rispetto al classico guitar hero, innamorato tuttavia pazzamente di Rory Gallagher, uno che quel ruolo lo ha invece ricoperto per bene in tutta la seppur breve, ma intensa carriera, Johnny ha posseduto e adoperato le chitarre iconiche dei suoi idoli, a partire dalla Gibson ES-355 TDSV cherry del 1959-60, su cui, appena acquistata, ha suonato gli accordi di Heaven Knows I’m Miserable Now, per giungere alle amate Rickenbacker, in particolare una 330 Jetglo del 1982 e una 360 12-string, le più importanti per l’epopea degli Smiths insieme a una Telecaster di metà anni Cinquanta.

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E a proposito di Fender, nel suo equipaggiamento ovviamente non possono mancare svariate Strato. Da ricordare poi una Gretsch Super Axe cherry del 1977, la Epiphone Casino sunburst del 1963 e, tornando al mondo Gibson, una ES-335 a dodici corde, una ES-295, gold, 1952, la 1964 Gibson SG Standard e la Les Paul Gold Top del 1957, oltre a una Black Beauty.

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Negli ultimi decenni la Fender Jaguar è diventata la sua preferita: sono così uscite diverse versioni signature dal 2012 a oggi, facendola diventare il modello indie per eccellenza. 

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“Ricordo che Keith Richards disse che se non sai suonare la chitarra acustica, sei solo un chitarrista a metà. O forse sono stato io a dirlo — perché, secondo me, la acustica rappresenta il cinquanta per cento del mondo della chitarra”.

-Estratto da articolo su christie’s.com, 20 agosto 2026.

Rusholme Ruffians, I Know It’s Over, Panic, Ask e Money Changes Everything non sarebbero le stesse senza l’amata Martin D-28 del 1971, come la Gibson J-160E lo è stata per Please Please Please Let Me Get What I Want, William, It Was Really Nothing e Well I Wonder. 

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Un altro personaggio molto legato al brand Fender è John Frusciante, colonna portante dei Red Hot Chili Peppers, apprezzato anche per l’attività solista e le partnership intriganti. Proprio Johnny Marr ha vissuto con lui momenti molto speciali. E così una nuova, entusiasmante puntata di “Crossroads”, la serie speciale di Planet Guitar dedicata agli incroci tra grandi chitarristi, sta cominciando a prendere forma!

Stay tuned

To be continued…

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Alessandro Vailati