Pochi chitarristi hanno lasciato il segno nella storia della sei corde come Yngwie Malmsteen. Il chitarrista svedese, nel corso della sua carriera pluri quarantennale, ha perseguito convintamente le sue idee e il suo stile. Questo gli ha permesso di fondare un genere, il metal neoclassico, e un intero modo di intendere la chitarra elettrica. Ecco perché Malmsteen non è solo un guitar hero iconico, ma una figura che è una leggenda vivente, stabilmente seduto nel pantheon olimpico degli dei della sei corde, assieme a pochi altri grandi personaggi.
Abbiamo avuto il privilegio e la fortuna di poterlo incontrare prima della sua unica data italiana del 2026, al Pordenone Blues Festival. Nei circa 40 minuti passati assieme, il Maestro ci ha concesso un’intervista piena di spunti, di aneddoti e di riflessioni sul passato, il presente e l’immediato futuro della sua carriera.

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Planet Guitar: Yngwie, sappiamo che ti piace vivere ogni giorno al massimo. Allora, partiamo del presente. Oggi è il tuo unico concerto in Italia di quest’anno. Che rapporto hai con l’Italia e con i fan italiani?

Yngwie Malmsteen: In realtà è piuttosto complicato, perché è una situazione davvero strana. Sono nato in Svezia, ma lì non mi sono mai sentito a casa. Mi sono sempre sentito fuori posto. E quando sono andato in America, a 18 anni, mi sono detto: “Questo posto mi rappresenta di più”. Ma la musica, le cose che sono state create in questo Paese, la storia, mi sono sempre sentito molto legato a tutto questo per qualche motivo. Non so perché. Ovviamente c’è la Ferrari, ma ci sono anche altre cose. Non so come spiegarlo, ma è come se, quando vengo qui, mi sentissi sempre molto bene. È davvero bello.

PG: E a proposito di italiani, di recente abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Matteo Mancuso, una stella nascente nel mondo della chitarra, che è italiano. E lui ha parlato di te, del tuo stile, della tua autenticità. Infatti, ha citato la canzone You Don’t Remember, I’ll Never Forget come esempio del tuo stile. Secondo lui, infatti, riesci davvero a esprimerti attraverso il tuo modo di suonare. Ti riconosci in questa descrizione e come ti senti ad essere un punto di riferimento anche per la nuova generazione di chitarristi?

YM: È sempre fantastico. C’è però una cosa che alcune persone sembrano non capire. Ad esempio: quella canzone l’ho scritta alla tastiera. L’ho prodotta, ho scritto il testo, l’ho mixata. Ho fatto tutto io. La stessa cosa è successa quando avevo 17 anni: nel mio studio di registrazione, un giorno ho ricevuto un nuovo mixer. Ed era un posto piccolo, mio zio l’aveva costruito negli anni ’50 o giù di lì. Ho microfonato la batteria. Il batterista non c’era, c’ero solo io.

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E ho semplicemente acceso il registratore a nastro. Ho iniziato a suonare il ritmo e anche la batteria. L’ho ascoltato e ho pensato: “Oh, cavolo, suona davvero bene”. Ho aggiunto il basso e le tastiere. È Mi minore, Do, Mi minore, Do. E allora, cosa ci faccio con questo? Poi mi sono detto: “Lo metto lì”. È stato registrato su un registratore a quattro tracce. Ho mandato quella cassetta a Guitar Player. Ed è così che sono arrivato in America.

Quello che sto cercando di dire è che non sono solo un chitarrista. Sono un compositore, un produttore, un paroliere, un filosofo. Insomma, faccio tutto. Potrei paragonarmi molto di più a un pittore che a un musicista. Perché un pittore dipinge l’intero quadro. Non ne dipinge metà. Perché io cerco sempre la completezza.

Ad esempio, l’ultimo album che ho appena finito, Hell or High Water. È stato un lavoro enorme. Non aveva nulla a che fare con la chitarra. Perché si trattava solo di arrangiare, inserire suoni di archi e cori. Insomma, tutto quello che si sente, ogni nota, l’ho arrangiata io.

Quindi, quando ascolti, ad esempio, You Don’t Remember, I’ll Never Forget, che è nell’album Trilogy: quello è stato il primo album in cui sono andato davvero, davvero più a fondo in tutto. I testi e tutto il resto. Rising Force era per lo più roba vecchia di quando ero ragazzino in Svezia. E quindi, è buffo che tu abbia menzionato quella canzone perché il modo in cui suono la chitarra per me era tipo, sì, quella è una delle parti. Ma conta anche tutto il resto. La melodia, il bridge, l’half-time, tutta quella roba.

PG: L’Italia è anche il paese della Ferrari, e sappiamo che sei un fan sfegatato di questo marchio. La Ferrari è anche, in un certo senso, sinonimo di velocità. E la velocità fa parte della tua vita e del tuo modo di suonare. Cosa significa per te il concetto di velocità?

YM: Beh, è divertente che tu lo dica, perché ho sempre pensato che, per riuscire a esprimere esattamente ciò che provo, per citare Niccolò Paganini, bisogna provare emozioni intense per far provare emozioni intense agli altri. La passione è tutto, giusto? Bisogna avere un nuovo vocabolario per suonare un vibrato lento e ampio o qualsiasi altra cosa sia necessaria per fare ciò che si deve fare in quel momento dal punto di vista musicale.

Capisci cosa intendo? E per quanto riguarda le Ferrari, sì, sono veloci. Ma io ammiro il design e l’intera storia della Ferrari, che è incredibile se ci pensi bene. Leonardo Fioravanti, che ha progettato alcune delle più belle… Ho un paio di modelli che ha realizzato, ovviamente. Quindi, è più che una questione di velocità. Ma, ovviamente, piede a tavoletta, tettuccio abbassato, e via. Certo, è divertente. Tranne quando ti ferma la polizia.

PG: Hai già citato Niccolò Paganini, che è una delle tue influenze più importanti. Lo hai sempre detto, e lo stesso vale per Antonio Vivaldi. Ascolti molta musica classica, ma quali sono i tuoi primi ricordi legati all’ascolto di questi artisti?

YM: Allora, questa è davvero, davvero un’ottima domanda. Posso dirti questo. Sono cresciuto in una famiglia in cui ero il più piccolo. Mio fratello e mia sorella maggiori suonavano di tutto: violino, pianoforte, tutte quelle cose lì. Al mio quarto compleanno mi hanno regalato un violino. Al quinto, una chitarra. Al sesto, una tromba. E mio fratello mi dava lezioni di tromba. Ma a me non piaceva niente di tutto ciò. Ho preso lezioni di pianoforte e tutto il resto. Poi, quando avevo sette anni, al telegiornale hanno dato la notizia della morte di Jimi Hendrix e hanno mandato in onda il filmato in cui lui distruggeva la chitarra. E io ho detto: “Oh, voglio farlo anch’io”. Così ho iniziato a suonare la chitarra. A casa mia c’era anche molto jazz, ma la formazione era molto classica.

Mio zio è un tenore dell’Opera Reale in Svezia, sua moglie era una cantante lirica. E così via. Mia madre cantava jazz e faceva anche parte di un coro cantorum, risalente al XV secolo. Quindi continuavo a sentire musica dappertutto. Ma in realà, quando ho iniziato a suonare la chitarra, volevo suonare il rock and roll. E l’ho capito molto in fretta. Sono cinque note. Mi piaceva tantissimo. Ma pensavo: “Wow, è davvero tutto qui? Ci deve essere qualcosa di più, no?”. Così ho iniziato a sperimentare e mi sono reso conto che tra queste cinque note ce ne sono altre. Era fantastico.

Poi ho sentito un disco dei Genesis intitolato Selling England by the Pound, con Peter Gabriel. Dove c’erano un sacco di cose, accordi invertiti, accordi diminuiti e tutta quella roba lì. E un sacco di effetti corali e cose simili. Wow, lo adoro. E mia madre aveva tipo un migliaio di dischi di Bach. Quindi, ho semplicemente preso dalla sua collezione. E ho scoperto, ad esempio, il Concerto per clavicembalo in Re minore. E mi sono detto: “Wow, è davvero fantastico”.

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Così ho iniziato a cercare di ascoltare e imparare queste cose e a capire come le progressioni di accordi fossero molto più complesse. Voglio dire, in otto battute si può cambiare tonalità senza cambiare tonalità, perché sono tutte inversioni. Sembra non cambiare tonalità, ma in realtà cambia. Come l’Aria sempre di Bach, per esempio.

E poi, un giorno, ho visto una cosa in televisione. C’erano solo due canali in Svezia, dalle 18 alle 22. Tutto qui. Nient’altro durante il giorno, proprio niente. Non c’erano videoregistratori o cose del genere. Insomma, avevo più o meno 11 o 12 anni. E ho visto questo tizio in un programma. Suonava il violino da solista. E faceva delle cose incredibili.

E io guardandolo, stavo impazzendo. Non riuscivo a crederci. Così ho preso una delle mie cassette, uno di quei registratori portatili, e ho registrato l’audio di quel programma. E più tardi ho scoperto che erano i 24 Capricci per violino solista di Niccolò Paganini. E ho iniziato ad ascoltarli. Ovviamente, non si può suonare questo repertorio con la chitarra. È uno strumento diverso. Il violino è accordato in quinte, non in quarte, ed è molto più corto. Quindi, suonare quel genere di cose con una chitarra elettrica non è proprio fattibile. Ma questo non mi ha impedito di provarci, capisci. E in pratica ho iniziato a suonare il rock and roll.

Insomma, ho sentito i Deep Purple quando avevo otto anni e mi sono piaciuti tantissimo. Ed ecco la cosa divertente. Non è che amassi i Deep Purple più dei Led Zeppelin o più dei Black Sabbath: non avevo mai sentito né i Led Zeppelin né i Black Sabbath! Avevo sentito solo i Deep Purple. E li adoro. Penso che siano una delle più grandi band di sempre. Ma, ripeto, quella era una cosa basata sul blues, il che è fantastico. Ma la mia mente stava andando da un’altra parte.

A volte mi chiedono: “Allora, perché non suoni la chitarra classica?”. Perché no, perché voglio gli amplificatori Marshall, le macchine del fumo e la doppia cassa, capisci. Ecco, è così che è iniziato tutto, capisci. E la cosa è diventata sempre più folle. Hai presente quell’arpeggio in Rising Force? L’ho scritto quando avevo 15 anni, nel 1978. E Sai, sono solo due corde, lo so. Ma tutto deriva dai miei ascolti. Voglio dire, ovviamente poi anche Vivaldi è diventato uno dei miei preferiti in assoluto. Non solo le Quattro Stagioni. Adoro i concerti per flauto. E tutta quella roba lì, sai. Soprattutto le versioni di James Galway.

PG: Ascolti ancora musica classica?

YM: Sì, lo faccio. Beh, ogni volta che ascolto Bach, sento Dio, capisci. Non ci sono dubbi. J.S. Bach, o suo figlio, C.P.E. Bach, con i suoi concerti per flauto. È pazzesco. È semplicemente incredibilmente bello. Quando sono in modalità compositiva, come negli ultimi otto mesi, ho fatto solo qualche concerto sporadico e qualche breve tour in Sudamerica.

Ma in pratica sono rimasto davvero, davvero solo in studio e in macchina. E quando lo faccio, prendo semplicemente ciò che arriva, qualunque sia il dono, e lo porto avanti, capisci. E devo aver scritto 90 o quasi 100 brani per il nuovo disco. E li ho ridotti a nove. Quindi, a questo punto della mia vita, in pratica, quella era la selezione migliore… Vivaldi, Bach, Paganini, tutta quella roba, è impressa a fondo nel mio cervello. Non ho nemmeno bisogno di ascoltarli. È già automatico, capisci. Se improvviso qualcosa, come farò stasera durante il concerto, dove improvviserò di tutto, improvviso più piccole fughe. Derivano tutte da Bach, ovviamente. Ma non è qualcosa che io penso… È solo un flusso naturale. Che mi piace molto.

PG: Stai anticipando la mia domanda sull’improvvisazione: da dove prendi l’ispirazione per le tue improvvisazioni? Diciamo che fanno parte del tuo cervello…

YM: Se sapessi esattamente come attivare e disattivare questa funzione non so, cercherei di venderla o qualcosa del genere. Ma non c’è modo di farlo. Arriva quando vuole e tu ti lasci trasportare. Ho una sorta di pilota automatico. Potrei farlo anche se non ci fosse ispirazione, se non ci fosse proprio nulla. Ma per me non è il culmine, capisci cosa intendo? Il culmine è quando succede davvero. La cosa più incredibile è quando smetti di suonare e ti metti ad ascoltare. Stai suonando, ma quando sei sul palco, non fai altro che ascoltare. Oggi, durante il soundcheck ho fatto un assolo e mi sono lasciato trasportare, e mi sono detto: “Suona piuttosto bene”.

PG: Ti abbiamo sentito suonare anche l’assolo di Bohemian Rhapsody

YM: Oh, sì, mi piace. Sì, quella mi piace particolarmente. Quella è una band che adoro. I Queen nei loro primi anni. Incredibili.

Ma c’è anche un’altra cosa che vorrei dire. Quello che molte persone sembrano non sapere – alcuni lo sanno, ovviamente – è che, per esempio, ho conosciuto tantissimi musicisti classici e io stesso ho suonato con molti di loro. E sono tutti musicisti bravissimi. Ma se dici loro: «Ecco una progressione di accordi, La minore, Fa, sospeso, Mi, invertito, Si diminuito, o qualsiasi altra cosa, e poi di nuovo su La minore: improvvisate qualcosa», si sentono persi.

Mentre se lo dicessi a Mozart, Beethoven, Paganini, improvviserebbero come matti su quella base. Perché è quello che facevano. L’improvvisazione è la genesi della composizione. È così che funziona. Devi essere totalmente libero, e poi dirti “wow, cos’era quello”? E il più delle volte non me lo ricordo. Quindi devo semplicemente registrarlo. Anche se conosco le scale, ovviamente. Qualunque sia la scala, intendo, non sbaglio nota. Cerco di non farlo, almeno. Ma quando succede, è fantastico registrarlo e basta.

PG: Yngwie, possiamo considerarti un ponte tra la tradizione classica europea e il rock e il metal statunitensi? Possiamo quindi considerarti un innovatore? Oppure, ti consideri tu stesso un innovatore?

YM: Non la penso proprio così. Quello che so è che ho preso qualcosa e ne ho realizzato qualcosa che tutti, all’inizio, mi dicevano: “Non puoi farlo. Non dovresti farlo”. “Smettila. Non ce la farai mai così”. E io ho risposto: “Vaffanculo”. Ho fatto quello che sentivo di dover fare. E proprio per questo ne è nato un modo unico di farlo. Lo so, ma non ci penso troppo. Certo, sono nato in Europa. Ma, sai, ora vivo e respiro solo football americano. È una cosa molto americana. Mi piace. Non che gli europei non mi piacciano, anzi. È così divertente che a Miami abbiano fatto i Mondiali di calcio. Un evento grandissimo, ma non l’ho guardato nemmeno una volta. Ma quando c’è il Super Bowl, ci sono. Lo guardo. Quindi prendilo per quello che è.

PG: Anche oggi sei qui con la tua Fender Stratocaster e tu sei uno degli eroi più iconici di questo modello di chitarra. Fender ti ha anche dedicato un modello signature. Quando eri giovane, hai fatto esperienza come liutaio. Pensi che il fatto di sapere come lavorare sulla Stratocaster e sulle chitarre in generale ti abbia aiutato a padroneggiare questo strumento meglio degli altri e anche a intervenire sullo strumento, ad esempio con lo scalloping?

YM: Sì. Beh, insomma, ovviamente il punto di partenza è fantastico e il design ha più di 70 anni. Tutto il resto è una copia, in pratica. È un dato di fatto. Quando ero molto giovane, costruivo sempre modellini di aerei, barche, auto e roba del genere. Insomma, mi sono sempre dedicato a costruire cose. Quindi non ho mai avuto paura di prendere una sega o qualcosa del genere. Mai. Ricordo che la prima chitarra elettrica che ho avuto non era una Stratocaster, ma molto simile.

Una cosa economica comprata per corrispondenza. La mia prima chitarra era acustica, me l’hanno regalata quando avevo cinque anni. E mio fratello maggiore, lui comprò una elettrica. Perché avevo iniziato a suonare ed ero diventato più bravo di lui. E lui disse: “Gliela farò vedere a quel ragazzino”. Così andò a comprarsi una chitarra elettrica. Sembrava una Stratocaster, ma non lo era. Lui era sempre fuori e io suonavo la sua chitarra. Poi mia madre disse: “Te la regalo, tanto a lui non serve più”. E comunque lui era un batterista. Ma io mi mettevo all’opera.

Aggiungevo dei tasti in più. Cambiavo i pickup. Mio zio fa parte del team che ha inventato la tecnologia dei CD. Lavorava nella ricerca e sviluppo alla Philips. E così mi mostrava come aprirla e saldarla. E la parte elettrica e tutto il resto. Quindi sono stato fortunato in quel senso. Ma non ho mai avuto paura di farlo. Ricordo che ci ho montato anche il whammy, una cosa da quattro soldi. Non era come quello vero. Era un altro che si avvitava.

Ma poi, alla fine, mi capitava di procurarmi quelle copie della Stratocaster. Erano identiche e provenivano dal Giappone. Avevano nomi diversi, ma erano uguali. In seguito sono diventate Fender Japan. Dopo che Dan Smith acquistò la Fender nel 1981, se non ricordo male, prese praticamente tutte le spedizioni, le mise da parte, tagliò via le palette e disse: “Non potete farlo”. E se volete costruire queste chitarre, che tutti adoravano – le chitarre giapponesi erano davvero ottime – dovevano riportare la scritta “Fender”. È così che è nata la Fender Japan. Quelle chitarre le produceva persino Ibanez. Copie esatte. E anche delle Les Paul, credo. Sono convinto che le facessero.

Così ho iniziato fin da subito a sperimentare con la sostituzione dei pickup e cose del genere. Credo che la cosa più importante che ho imparato da questa esperienza sia che, quando ho iniziato a usarla, non rimaneva mai accordata. Mai. Si scordava continuamente. E quando ascoltavo Blackmore, Hendrix e altri, pensavo: “Questi non si scordano mai”, anche se in realtà lo facevano, ma io non me ne accorgevo. Non lo sentivo, ma erano sempre scordati, solo che io non me ne accorgevo. Così mi sono detto: “Sto sbagliando qualcosa”. Allora ho capito esattamente come incordarla, come settarla, le molle, tutto. Così posso prendere questa chitarra, posso sollevarla con il tremolo, o qualsiasi altra cosa. Qualunque cosa tu voglia fare, non si scorda mai.

È stata una buona idea quella che mi è venuta, perché pensavo che il Floyd Rose non fosse una buona soluzione. Il suono più potente proviene dalla paletta. Quindi, se la tagli via, non ti rimane più alcun suono. Se la appoggi a un muro o qualcosa del genere, senti: “Wow, che volume!”. E non è per questo che uso la paletta grande, ma semplicemente mi piace come appare.

C’è anche un altro aneddoto divertente. Stavo suonando alla Long Beach Arena in California, durante il Trilogy Tour del 1986, e all’improvviso Dan Smith e tutti quei tizi della Fender sono entrati nel mio camerino dicendomi: “Ti faremo un modello signature. Prima di allora, nessuno aveva mai ricevuto una Stratocaster gratis. La Fender non voleva nemmeno sponsorizzare Jeff Beck, Blackmore o Hendrix. Dovevano comprarsele. Punto e basta.

Ma quello che successe fu che, quando arrivò Eddie Van Halen, le Stratocaster della Fender passarono di moda. Nessuno le voleva più. E Dan Smith mi disse in seguito che quando uscì il mio primo album da solista, Rising Force, con la chitarra che esce dal fuoco, allora quelle chitarre avevano ricominciato a vendere. E io pensai: “Wow, questo ragazzo ha davvero capito qualcosa”. Era pazzesco perché non avevano mai fatto un modello signature prima di allora. Né con Clapton, né con Beck. Dio benedica quei due.

Comunque, mi hanno detto: “Oh, non credo che possiamo fare lo scalloped sulla tastiera”. E io ho risposto: “Allora fanculo”. “Oh, ok, la facciamo”. E mettiamo il nome qui. “No, non lo voglio qui. Lo voglio qui sulla paletta”. Stavo scherzando. E loro hanno detto ok. Quindi ne sono stato molto contento, ovviamente.

Penso che con questa chitarra ci si possa impegnare un po’ di più. Non è facile da suonare come molte altre chitarre. Ma le note tendono a uscire in modo più sincero o qualcosa del genere. E anche più personale. Perché se hai molte di quelle Superstrat, o come si chiamano, sono piatte. E puoi abbassare molto di più l’action. Come il mio amico Steve Vai e altri, quei ragazzi, loro la tenevano molto più bassa. Anche lui ora fa lo scalloping sulla sua chitarra. Dio lo benedica. Comunque, a me piace l’action piuttosto alta, ma non troppo. Perché così esce meglio la nota.

PG: Ultimamente tutti parlano del design della Stratocaster, perché la Fender sta cercando di proteggere questo design da tutti gli altri produttori di chitarre. Qual è la tua opinione al riguardo?

YM: Penso che forse sia un po’ tardi per loro per farlo. La prima Fender Stratocaster è stata costruita nel marzo del 1954. Io ne ho una. Quando uscì, fu come se fosse atterrata un’astronave. Non c’era nulla di paragonabile. Pensavano che fosse un design semplicemente folle. Ha un buon equilibrio, il corpo sagomato. Sai, tutto questo è incredibile, ancora oggi. Tutta questa roba: il corpo sagomato, la fila singola di corde, il sistema di tremolo. Anche il Floyd Rose, in fondo, è una copia di questo. Penso che la Fender abbia il diritto di proteggerlo, ma credo che forse sia un po’ tardi perché ormai lo fanno tutti. Non lo so. Voglio dire, io non mi allontanerò mai dalla Strat.

Quindi per me, in realtà, non ha importanza: le adoro e le rimarrò fedele. È perfetta. Anche se non potessi averne una con il mio nome sopra, la comprerei comunque. Infatti, quello che è successo è che quando sono entrato sulla scena per la prima volta e sono diventato famoso, tutti i liutai del mondo sono venuti da me. “Ti daremo tutto quello che vuoi”. Perché all’epoca la Fender non regalava nulla a nessuno. Sto parlando del 1983, prima del mio album da solista. Facevo parte di diverse band. E ogni marca di chitarre, persino la Gibson, tutte quante, sono venute da me. E io ho detto: “Grazie, ma no, grazie. Voglio pagarmela e suonare quello che preferisco”. Lo stesso vale per i Marshall.

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PG: Quando il mondo ha iniziato a notarti, venivi considerato come un alieno proveniente dallo spazio. Immaginiamo quindi di essere in un film di Steven Spielberg e che un alieno sia davvero arrivato sulla Terra e abbia chiesto di Yngwie Malmsteen. Quale album o quali canzoni gli consiglieresti per conoscerti?

YM: Penso che un album completo sarebbe più rappresentativo, piuttosto che una singola canzone. Perché, per esempio, nel mio ultimo album ho alcune canzoni con la doppia cassa e cose del genere. E ho una ballata, o qualcosa di simile a una ballata. È un brano strumentale. Quindi una sola canzone non rispecchierebbe l’intero album. E ovviamente, ora che ho appena finito di registrare questo disco, dopo aver vissuto in studio per otto o nove mesi, è quello a cui sono più affezionato in questo momento. Sono però piuttosto orgoglioso del mio primo album e del mio Concerto. Trilogy è bello. Sono tutti belli.

PG: Il futuro è già qui, perché il prossimo novembre uscirà il tuo nuovo album. Ne hai già accennato, cosa possiamo aspettarci?

YM: Beh, è in pieno stile Malmsteen. Non lo scambieresti per nessun’altro. Ne sono molto soddisfatto. Penso che sia venuto bene. Perché, soprattutto da quando ho abbozzato questo progetto, mi sono venuti in mente altri dieci album, capisci. Quindi ho scelto quello che mi sembrava il meglio. I brani si completano a vicenda. Ad esempio, uno è lento, uno è veloce e uno è più, diciamo, incentrato sulla voce. Un altro, invece, è praticamente solo chitarra.

PG: Yngwie, un’ultima domanda. Hai raggiunto così tanti traguardi, non solo nel mondo della chitarra, ma anche in quello artistico. Sei un artista a tutto tondo, come dici tu, sei come un pittore. Cosa sogni ancora?

YM: Sono molto orgoglioso, molto soddisfatto. Mi sento molto grato per tutto ciò che mi è capitato. So che è stato un gran lavoro, ma li considero quasi dei doni. La capacità di fare qualsiasi cosa. Anche se ci lavori sodo, devi avere una sorta di dono. E io sono molto grato. E lo apprezzo ogni giorno. E penso che ogni giorno sia un nuovo giorno. Non ho davvero un piano, diciamo “voglio fare questo, poi voglio fare quello”. Soprattutto dopo l’uscita di questo disco. Mi sento molto a mio agio in questo momento. E poi, un domani farò qualcos’altro.

Incontrare Yngwie Malmsteen è stato davvero speciale. Il Maestro ci ha dimostrato di avere una profondità e un livello artistico davvero altissimi, uniti a tanta professionalità ed estrema disponibilità. Lo ringraziamo ancora per il tempo che ci ha dedicato.

Un ringraziamento speciale va anche al management di Yngwie, a Vintage Authority e al Pordenone Blues Festival, nelle persone di Cesare, Donatella e Luisa, per la collaborazione e per aver reso possibile questa straordinaria opportunità.

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Riccardo Yuri Carlucci